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Ceppaloni
Il comune di Ceppaloni si estende su una superficie di 23,67 kmq a cavallo della dorsale collinare posta tra le valli del fiume Sabato ad est e del torrente Serretelle ad ovest.
In epoca romana il territorio ceppalonese rientrava certamente nell’ager beneventanus, in diretta dipendenza dalla città di Benevento da cui dista 13 km circa. All’epoca erano presenti insediamenti abitativi a carattere sparso legati alla coltivazione dei fondi; non vi sono prove, però, dell’esistenza di villaggi.
Le prime notizie storiche su Ceppaloni risalgono alla fine del VIII secolo, al tempo del ducato longobardo di Benevento. Verso la fine del sec. IX il territorio ceppalonese era dato in amministrazione ad un marepahis, ossia ad un funzionario della corte palatina, e successivamente rientrò nella circoscrizione del gastaldato di Benevento.
Il toponimo Ceppaloni è di incerta origine. Tra le ipotesi più accreditate: Cepalonis deriverebbe dal gentilizio latino Caeparius e dal suffisso prediale –anus, da cui Caeparanus (fondo di Caeparius) oppure da Cippus leonis, ossia “cippo del leone”, ove cippo è nel significato di altura, monte oppure di cippo, colonna.
Significativa la presenza di varie chiese monastiche appartenenti alle abbazie di Montecassino, S. Sofia e S. Modesto di Benevento (IX-XIV secolo).
Con l’avvento dei normanni (fine XI inizi XII secolo) fu edificato il castello di Ceppaloni che domina la valle del fiume Sabato. Dello stesso periodo il castello di Balba, che era posto a guardia del sottostante stretto.
L’ambito amministrativo, feudale ed ecclesiastico ceppalonese comprendeva il borgo antico di Ceppaloni sviluppatosi attorno al castello e il territorio circostante caratterizzato dalla presenza dei casali, insediamenti abitativi che si andarono strutturando almeno sin dal XII-XIII secolo.
I principali casali furono: S. Croce, S. Giovanni e S. Bartolomeo (poi denominata Chianche e infine frazione Beltiglio). L’antica Balba staccatasi dal feudo di Ceppaloni si unì con Chianchetelle e fu distrutta con il suo castello nel sec. XV. L’odierna Barba di Ceppaloni si è invece sviluppata a partire da alcune masserie nel sec. XVIII-XIX.
Ceppaloni con il suo castello si trovava in posizione strategica nel regno di Napoli, confinando con la pontificia Benevento e controllando la sottostante via Antiqua Maiore che da Benevento conduceva ad Avellino, attraverso il vicino Stretto di Barba. Per tale motivo venne più volte coinvolta nelle guerre tra papato e impero nei secoli XII e XIII e successivamente anche nella guerra tra angioini e aragonesi.
Il castello ospitò nel corso dei secoli personaggi famosi: Ruggero II, papa Onorio II e Alfonso d’Aragona, I re di Napoli.
Agli inizi del XII secolo Rao II de Fraineta, feudatario di Ceppaloni, partecipa alle scorribande normanne contro i beneventani. Gli successe il figlio Raone III che partecipò al conflitto tra la Benevento papale e i normanni di Ruggero II effettuando varie sortite contro la città.
Nei 1138 Raone, ribelle sia alla città di Benevento che a re Ruggero, continuò nei suoi feroci assalti ai danni dei beneventani cui tagliò le vigne. I cittadini ormai esasperati con l’aiuto di re Ruggero attaccarono Ceppaloni, ottenendo dal re la distruzione del castello. L’abitato fu anch’esso saccheggiato e distrutto.
Dopo la vittoria di re Ruggero II, Ceppaloni fu assegnata ai Buscione o Bussone che la tennero sin verso la fine del secolo. Occupata dalle truppe pontificie di Benevento, in due periodi agli inizi del Duecento, fu poi riconquistata con le armi da Federico II.
Con l’avvento degli angioini Ceppaloni passò nella signoria di Guerriero da Montefuscolo (1266 c.a – 1269) e poi assegnata in feudo ai cavalieri francesi: Eustasio di Romancur (1269-1280 c.a) e Gervasio di Sermoncur (1281 - 1289).
Con il matrimonio tra Eustasia, signora di Ceppaloni, e Pandolfo Stellato il feudo entrò in possesso degli Stellato che lo tennero per tutto il XIV secolo sino a quando l’ultima erede Ilaria si sposò con Giacomo Antonio della Marra, e poi con Francesco Orsini, famoso capitano di ventura (dal 1435 al 1454). Morto l’Orsini, Ilaria Stellato donò il feudo al nipote Giacomo Antonio della Marra (1454- 1464), alla famiglia del quale rimase sino al 1529, quando l’imperatore Carlo V lo confiscò a Giacomo Antonio III della Marra a causa della sua ribellione. La terra di Ceppaloni fu quindi concessa a Rodrigo d’Avalos (1529-1541), in ricompensa per il servizio prestato in guerra.
La casa d’Avalos conservò il feudo sino al 1576, anno in cui fu venduto ai nobili Coscia che lo mantennero sino al 1623, quando a causa dei debiti fu oggetto di vendita giudiziaria a Paolo Staibano, avvocato e intermediario. Ceppaloni con i suoi casali fu poi venduta a mons. Fabio de Lagonissa o della Leonessa che lo intestò al nipote Francesco (1633-1651). Il feudo di Ceppaloni rimase nelle mani dei della Leonessa sino al 1806, quando con l’avvento dei francesi, la feudalità fu abolita. L’ultimo feudatario fu Giuseppe Maria della Leonessa, principe di Sepino e duca di S. Martino.
Nei primi decenni dell’Ottocento la carboneria fu molto attiva a Ceppaloni riunita nella ‘vendita’ detta “Gli spartani delle Termopili”. Al 1820 essa contava numerosi affiliati di tutti i ceti tra cui spicca l’azione dei fratelli Pepicelli.
All’indomani dell’unità d’Italia anche Ceppaloni venne coinvolta in alcuni episodi di brigantaggio. Nel 1863 grosso scalpore fece il sequestro a scopo di estorsione del sacerdote don Antonio Mele, rettore della chiesa del SS. Rosario delle Chianche, oggi Beltiglio. L’azione fu condotta da compaesani: Pietro Catalano, capo brigante e dai compagni Nicola e Pietro Mignone.
Nella lotta al brigantaggio furono attive a Ceppaloni due compagnie locali della Guardia Nazionale, la 6^ e la 7^. Nelle azioni si distinse la sesta compagnia al comando del capitano Francescantonio Parente.
Gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento saranno caratterizzati dalla crisi economica e sociale e dal fenomeno dell’emigrazione d’oltreoceano.
Oltre al castello con il suo borgo di origine medievale, Ceppaloni conserva vari edifici storici, in particolare le chiese: S. Nicola Vescovo (XIII-XVI secolo), SS. Annunziata (XVI secolo) in Ceppaloni capoluogo, S. Giovanni Battista (medievale, ricostruita nel XVIII secolo) in fraz. S. Giovanni, Maria SS. del Rosario (XVII secolo, ricostruita nel XVIII e XIX secolo) in fraz. Beltiglio, Maria SS. Assunta (1950) in S. Croce e la Cappella dell’Immacolata in Barba (1861 c.a).
Altavilla Irpina
Le origini di Altavilla sono certamente antiche: addirittura, vi è chi ritiene che Virgilio l’abbia menzionata nell’Eneide, col nome di Poetilia. Certamente, molto più tardi, nel 1882 Giovanni Verga vi ambientò il romanzo “Il marito di Elena”. Le prime evidenze storiche risalgono invece al castello, denominato di Altacauda, che in epoca longobarda esisteva nell’attuale territorio comunale. Si arrivò poi, dopo alterne vicende, nel XII secolo alla dominazione dei Normanni. Successivamente il feudo contenente tale nucleo abitato passò alla famiglia De Capua e solo allora si giunse al nome di Altavilla per mezzo del quale Luigi De Capua così ricordava il proprio casato nonché la sua provenienza dall’omonima città in Normandia È conosciuto come il paese dello zolfo per la presenza di uno dei più importanti giacimenti della Campania rinvenuto alla fine del XIX secolo. Gli ulteriori passi della storia del comune seguiranno quelli del resto del territorio circostante e poi della storia nazionale.Il territorio comunale si estende su tre colli (Torone, Ripa e Foresta) dominanti la Valle del Vellola e del torrente San Giulio (conosciuta anche come media valle del Sabato) ed è ben protetto alle spalle dalla cresta montuosa di Toro, San Mango e Sassano. L’abitato resta comunque bene interconnesso in quanto si sviluppa uniformemente verso sud e verso est a partire dal centro storico.
Le Miniere di zolfo
La Miniera di Zolfo di Altavilla Irpina è un importante sito minerario situato nell'Irpinia, in provincia di Avellino, che ha giocato un ruolo cruciale nello sviluppo industriale dell'area. Fondata nel XIX secolo, in un periodo in cui l'estrazione dello zolfo era vitale per l'industria chimica e agricola, la miniera di Altavilla rappresentava uno dei maggiori giacimenti di zolfo in Italia, contribuendo significativamente all'economia locale e nazionale.La sua attività era particolarmente fiorente durante il periodo borbonico e ha proseguito anche nei decenni successivi, attraversando fasi di espansione e declino a seconda della domanda di zolfo sul mercato internazionale. L'estrazione e la lavorazione dello zolfo richiedevano un impegno fisico notevole da parte dei minatori, che affrontavano condizioni di lavoro dure e insalubri all'interno dei cunicoli sotterranei.Oggi, la miniera di Altavilla Irpina non è più operativa, ma rappresenta un'importante testimonianza di archeologia industriale. Il sito è stato preservato come un simbolo storico e culturale, con percorsi di visita e iniziative didattiche che permettono ai visitatori di esplorare i vecchi pozzi e le gallerie, imparando a conoscere le tecniche di estrazione dell'epoca e il sacrificio dei lavoratori. La miniera di Altavilla Irpina è quindi un luogo di memoria e di interesse culturale.
Atripalda
Cittadina collinare che, data la posizione vicina ad Avellino, si è fusa urbanisticamente con quest'ultimo. L'abitato, dall'aspetto complessivamente moderno, si estende sul crinale di una dorsale collinare lambita da alcuni corsi d'acqua. La chiesa di Sant'Ippolito Martire è un luogo di culto situato nel centro storico, di origine molto antica, più volte ha subito interventi di restauro e sono state apportate delle modifiche però mantenendo un aspetto d'insieme cinquecentesco. In piazza Umberto I si trova il Museo del Palazzo della Dogana dei Grani, realizzato nel 1883 e il cui nome è dovuto al fatto che, soprattutto durante il Regno dei Borbone, viene utilizzato per smerciare i cereali provenienti dalla Puglia. Nel territorio di Atripalda esiste un'area archeologica denominata "Civita", dove insisteva l'insediamento hirpino, sulla riva sinistra del fiume Sabato, un tempo assai più ricco d'acqua (dal XIX secolo le sue acque alimentano l'acquedotto napoletano). Anzi, l'insediamento hirpino venne preceduto da uno preistorico.
Successivamente, in epoca romana, Abellinum divenne "Municipium". Disputato è il rapporto Abellinum-Avellino, che abbiamo cercato di chiarire in altra parte del sito, dove abbiamo ricordato che la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476) e le invasioni barbariche, causarono il graduale e definitivo abbandono dell'insediamento romano, precisamente durante le lotte tra Longobardi, Bizantini e Goti. Gli abitanti di Abellinum si stabilirono, tra l'altro, a tre chilometri di distanza, nel luogo dell'odierna Avellino, sulla Collina "La Terra", che ha, perciò, mantenuto la denominazione, non l'ubicazione dell'antica Abellinum.
Ai piedi di Abellinum, sempre più spopolato, fuori dalle mura perimetrali, sulla riva destra del Sabato, si andò formando, all'inizio dell'XI secolo, un nuovo insediamento abitativo lungo l'asse S. Ippolisto-S. Maria-Archi. Il nucleo aggregante di genti ed attività fu il cimitero paleocristiano, denominato "Specus Martyrum", anche se lo sviluppo avvenne tra la collina del castello ed il mulino degli Archi.
Ma l'elemento propulsivo, che accelerò la nascita di Atripalda come nuovo borgo, deve ascriversi alla venuta di Truppoaldo, un longobardo dei conti di Avellino, a cui si ricollega il nome "Tripaldum". Egli, ereditata la parte orientale della contea, sulla riva destra del Sabato, si stabilì nel Castello, ubicato in posizione strategica, che fece ristrutturare e rinforzare.
Lo sviluppo di Atripalda fu celere e considerevole tra l'XI ed il XIV secolo, favorito oltre che dalla presenza del feudatario, anche dal contemporaneo intrecciarsi di altri fattori favorevoli, quali l'ascendente religioso esercitato dalla Collegiata di S. Ippolisto, la felice posizione geografica idonea a stimolare i traffici mercantili, la presenza delle acque del fiume Sabato e della Salzola, nonché di un folto bosco che fornivano l'energia necessaria ai mulini ed altre attività industriali della zona (ferriere).
Nel Medioevo il feudo di Atripalda comprendeva, quali suoi casali, anche Aiello del Sabato, Tavernola S. Felice (ora frazione di Aiello) e Cesinali.
Suoi signori furono Ruggero de Lauro, che unificò nuovamente il feudo, eccessivamente parcellizzato a seguito delle continue suddivisioni tra i discendenti di Truppoaldo, i Capece, Bernardo Scillato (1285), i Montfort (1293), gli Orsini i Boccapianula, i Marzano.
Atripalda rappresentò la scintilla che fece esplodere la guerra tra Angioini ed Aragonesi, il 19 giugno del 1501, che vede prevalere gli spagnoli, che attribuirono il feudo alla regina Giovanna, nipote di Ferdinando il Cattolico.
L'animosità commerciale di Atripalda trae le sue radici, nei primi decenni del XVI secolo, dalla venuta di un nucleo di ebrei spagnoli, commercianti e finanzieri, convertiti forzatamente al cattolicesimo per evitare l'espulsione dal regno decretata dal vicerè Toledo nel 1541.
Assai rilevante per la storia di Atripalda fu l'anno 1564, in cui il genovese Giacomo Pallavicino Basadonna cedette Atripalda in cambio dei possedimenti milanesi dei Caracciolo, che così iniziarono una lunga signoria sul paese irpino, col titolo di duchi, fino all'abolizione dei diritti feudali (2 agosto 1806). I Caracciolo risolsero anche l'antica diatriba religiosa tra Atripalda ed Avellino: essendo venuto meno l'ostacolo rappresentato dalla soggezione delle due cittadine a Signori diversi, essendo stato anche Avellino acquisito dai Caracciolo nel 1581, i feudatari si adoperarono affinché Atripalda si affrancasse da Avellino ed avesse una sua autonomia religiosa. La qual cosa si realizzò nel 1585.
Oltre all'importanza della commercializzazione e della sfarinatura del grano a partire dalla metà del XVI secolo, Atripalda si giovò dello sviluppo dell'industria del ferro (tra il XVI ed il XVIII secolo), e soprattutto, della lana, che diede lavoro, fino alla fine del XVIII secolo, alla maggioranza della popolazione attiva.
Fino alla fine del XVIII secolo Atripalda era cinto da mura che consentivano l'accesso tramite cinque porte: Porta di Susa alli Fossi, Porta del Seggio, Porta di Capo la Torre, Porta di S. Maria delle Grazie e Porta della Piazza. Altri eventi di rilievo da ricordare relativi alla storia di Atripalda sono la rivolta antispagnola ed antifeudale del 1647-48, la grave peste del 1656 e la tremenda alluvione del 1715, il progressivo recupero agricolo (nocciole, viti, colture irrigue) di terre paludose e coperte da vegetazione, che si ebbe tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo.
In tale ultimo periodo, ricordiamo la partecipazione di parte degli atripaldesi alla rivolta anti francese (1799), la restaurazione borbonica (1815), i moti del 1820-21, il periodo più tranquillo sotto Ferdinando II (1830).
Rilevante impatto per la crescita di Atripalda ebbe la costruzione della strada ferrata e, soprattutto, l'ubicazione della stazione di Avellino (inaugurazione 1/4/1879), quasi al confine con Atripalda, finendo per servire più la seconda che la prima.
Cerreto Sannita
Cerreto Sannita è un centro di montagna, sorto in epoca moderna in un territorio popolato sin dall’antichità; l’economia locale poggia su molteplici attività, quali l’agricoltura, la zootecnia, l’artigianato della ceramica, l’industria e il terziario dei servizi. La città è disposta con pianta a scacchiera su uno sperone collinare che si affaccia sulla valle del torrente Titerno; il resto della comunità si distribuisce in un cospicuo numero di case sparse sui fondi e in alcuni minuscoli aggregati urbani. Il territorio comunale presenta un andamento altimetrico piuttosto vario: canyon e stretti valloni, propri del versante campano del massiccio del Matese, segnano le pendici calcaree del monte Monaco di Gioia, modellato nel corso dei millenni dall’erosione carsica. Sui bassi colli e sulle piane che si estendono alle quote inferiori le colture specializzate si alternano alla macchia mediterranea, composta in prevalenza da lecci, roverelle e carpini. Interessante è anche il patrimonio faunistico: nei boschi che rivestono i monti si aggirano il lupo e il gatto selvatico mentre un po’ ovunque sono presenti numerosissime specie avicole, quali rapaci, uccelli rupicoli e di passo.
Cerreto Sannita sorse verosimilmente nello stesso sito dell’antica COMINIUM CERRITUM, nominata dallo storico Tito Livio e distrutta, con Telese, dagli eserciti saraceni. È menzionata in un documento ufficiale del X secolo, con cui se ne sancisce la cessione alla badia di Santa Sofia. Dopo aver fatto parte del gastaldato di Telese appartenne al normanno Raone di Sanframondo, sotto il cui casato rimase fino al XV secolo. Nel 1483 fu infeudata dagli Aragonesi a Diomede Carafa, la cui famiglia ne mantenne il controllo fino all’eversione della feudalità. Nel 1571 fu eletta sede vescovile. Subito dopo l’unità d’Italia, nel 1861, si diffuse il brigantaggio, capeggiato localmente dal cerretese Cosimo Giordano e particolarmente presente negli anfratti montani dell’agro comunale. Tra le testimonianze archeologiche di cui il territorio comunale è ricco spicca il ponte di Annibale sul fiume Titerno, con arco a tutto sesto. Numerosi sono gli edifici religiosi: la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli (1616) conserva pregevoli tele, eleganti decorazioni in stucco e altari in marmi policromi; la cattedrale della Santissima Trinità (1739), a tre navate, è abbellita con pitture e stucchi in stile rococò; la collegiata di San Martino, a tre navate con cupola, cappelle laterali, transetto e coro, è arricchita all’esterno da una scalinata; la chiesa di Sant’Anna è caratterizzata da una copertura a capriate di legno e racchiude alcune statue lignee del XVIII secolo. Nel 1688 l’abitato fu distrutto completamente da un terremoto; venne perciò ricostruito più in basso, con l’impianto urbanistico a scacchiera che conserva ancora oggi e con abitazioni non più alte di due piani. Anche nel 1980 la scossa tellurica causò seri danni lesionando più di mille edifici.
La vecchia Cerreto
Il primo documento che cita Cerreto è un diploma imperiale che risale al X secolo. In questo documento dell'anno 972 l'imperatore Ottone II di Sassonia confermò il possesso della chiesa di San Martino di Cerreto all'abate Gregorio di Santa Sofia in Benevento. Questa donazione fu ratificata successivamente nel 1022 e nel 1038 rispettivamente dagli imperatori Enrico II il Santo e Corrado II il Salico, e nel 1088 dal papa Gregorio VII.
Grazie anche al lento declino della città di Telesia ed in particolar modo al devastante terremoto del 1349 la vecchia Cerreto acquistò un ruolo sempre maggiore nella zona dal punto di vista economico, commerciale e demografico. Il sisma del 1349 infatti sconvolse il suolo telesino dando origine ad asfissianti mofete. I superstiti, per evitare la morte a causa della malaria e di altre malattie mortali, si trasferirono nei centri più vicini come Cerreto, Solopaca e San Salvatore Telesino. Anche i vescovi abbandonarono Telesia e vagarono nella diocesi in cerca di una dimora stabile che trovarono solo nel XVI secolo nell'antica Cerreto.
A partire dal XV secolo Cerreto conobbe un importante sviluppo economico dovuto alla fiorente industria ed al commercio dei panni lana. Le famiglie più ricche e le confraternite possedevano migliaia di capi di bestiame che in inverno, attraverso i tratturi della transumanza, venivano portate in Puglia dove il clima era più mite. La lavorazione della lana avveniva invece a Cerreto all'interno delle case (fase della tessitura) e in appositi opifici (fasi della gualcatura, cartonatura e tintura). Secondo lo storico Di Stefano il numero complessivo dei capi di bestiame cerretesi ammontava a duecentomila.
Cusano Mutri
Centro di montagna di antiche origini, sorretto dalle tradizionali attività rurali, da alcune piccole imprese industriali e dal terziario. L’abitato è disposto in pendenza sulla cima e i fianchi di uno sperone roccioso posto al centro di una valle; costituito in gran parte da costruzioni e gradinate in pietra locale, conserva un aspetto tipicamente medievale. Il territorio comunale presenta una morfologia marcatamente montana: foreste di faggi e querce, conche intermontane, vette rocciose tormentate dal carsismo e spettacolari gole a picco sulle valli fluviali conferiscono all’agro cusanese un aspetto selvaggio.
Popolata già al tempo dei romani, è identificata da alcuni studiosi con l’antica Cossa sannitica; in ogni caso è menzionata per la prima volta nel 797 d.C., in un atto di donazione stipulato in favore dell’abate Teodomaro di Montecassino. Nel XIV secolo apparteneva ai Sanframondo, che ne mantennero il possesso fino alla fine del XV secolo. Fu successivamente feudo dei De Vera, dei Gaetani, dei Colonna, dei Carafa, degli Origlia, dei Mansolino, del marchese Berardino Barionovo e dei Leone. Nel 1861 entrò a far parte della provincia di Benevento. Nel corso della storia di Cusano Mutri sono stati registrati due terremoti che causarono danni all’abitato: nel 1688 crollarono tre case mentre nel 1930 il 33% delle abitazioni furono lesionate. Risale al 480 d.C. una delle antiche torri erette a protezione del castello, che conserva inoltre una delle porte d’ingresso nonché portali intarsiati, stemmi araldici e scalinate medievali. Numerosi sono inoltre gli esempi di architettura sacra: la chiesa romanica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo custodisce, dietro l’altare maggiore, una costruzione barocca in legno; la chiesa di San Giovanni Battista, edificata tra l’890 e il 1100 con pianta a croce latina, racchiude un reliquiario in argento del XV secolo contenente una delle spine della corona di Cristo; la chiesa di San Nicola espone una statua della Vergine del Rosario del 1689; la chiesa di Santa Maria del Castagneto, eretta tra il VII e l’VIII secolo, vanta una statua lignea duecentesca della Madonna col Bambino. L’architettura laica comprende il palazzo settecentesco dei Santagata e palazzo Franco (XIII secolo), abbellito da affreschi e preziosi arredi antichi.
Incantevole e rinomato borgo medioevale arroccato su uno sperone roccioso caratterizzato da costruzioni in pietra, Cusano Mutri si trova in provincia di Benevento. Apre le porte all’area sannita del Matese, proprio nel cuore del Parco Regionale del Matese, al confine tra Campania e Molise.
Storia, natura incontaminata, aria pulita, tradizioni, gastronomia ne fanno un territorio meraviglioso.
Il centro storico di Cusano Mutri, tipicamente medievale, conserva ancora tutto il suo fascino originario caratterizzato da stradine strette, portici e case con portali e finestre in pietra lavorata. La porta di mezzo, costituita da un semplice architrave in pietra, sorge sulla scalinata di via Vicinato Lungo e un tempo divideva il borgo medievale dalla parte di espansione quattrocentesca.
Non a caso Cusano Mutri è stato inserito nella guida de “I borghi più belli d’Italia”.
Questo bellissimo borgo è il luogo ideale per gli amanti della tranquillità, qui il tempo sembra essersi fermato, quasi cristallizzato in un’epoca medioevale ben precisa.
Limatola
La vallata in cui sorge Limatola è dominata ad est dal massiccio del Taburno, a nord e ad ovest dalle propaggini collinari del preappennino campano e dal gruppo del Monte Maggiore. A sud la vallata è chiusa dai Monti Tifatini.
Il territorio di Limatola si presenta per il 30% collinare e per il restante 50% pianeggiante. Un tempo, il paese era suddiviso in quattro frazioni sparse, di cui la principale intorno al colle del Castello, oggi, si sviluppa lungo tutta la strada provinciale di collegamento con la strada statale 87(sannitica) e la strada statale 265.
Lo sviluppo urbanistico del paese è avvenuto di pari passo con l'industrializzazione, anche se in modo disordinato per la mancanza di un piano regolatore. Il reddito pro-capite dei suoi abitanti risulta essere elevato rispetto a quello dei paesi vicini, ma questo non significa che Limatola non abbia problemi.
Allo sviluppo industriale, non si è accompagnato uno sviluppo socio-culturale, anche se si registra un discreto numero di diplomati e laureati.
Un importante ruolo, in questo senso, possono svolgere le Associazioni laiche che negli ultimi anni hanno iniziato ad operare nel Paese, nel tentativo di abituare i giovani al confronto e al dibattito, coinvolgendoli nell'organizzazione di manifestazioni protese alla valorizzazione del territorio e del patrimonio artistico.
Sulle origini del nome Limatola esistono due scuole di pensiero. C'è chi fa derivare Limatola da "limo", ovvero terra limacciosa, fertilizzata dal fiume e, chi invece intende terra levigata, spianata dal fiume. La prima ipotesi sembra essere la più coerente con la tradizione linguistica e dialettale delle nostre terre.
Limatola è documentata già in epoca longobarda come presidio militare del Principato di Capua, al confine con il Ducato di Benevento. Con la costituzione della Contea di Caserta ne segue le vicende dinastiche, prima con la Casa longobarda, poi con i Lauro (ramo cadetto dei Sanseverino) e i Della Ratta (fino al sec. XV). Acquisita per matrimonio dai Gambacorta, conobbe un rinnovato splendore nei secoli XVI e XVII.
Passata al Demanio Regio(1734) fu acquistata dai Mastelloni, cui successero i Lattieri d'Aquino e i Carafa, fino all'eversione della Feudalità (1806).
Dell'antica Limatola, oggi, resta un affascinante quanto degradato Castello con annesso borgo in una posizione invidiabile, a guardia della vallata sottostante.
Visitando un antico tracciato viario, detto diverticulum che, partendo da Calatia, antica città Campana, si snodava lungo il territorio di Limatola e di Dugenta, unendo l’Appia antica alla via Latina che passava per Telesia, si può ancora ripercorrere il cammino della Storia. Oltrepassati i Vanvitelliani Ponti della Valle che uniscono i monti Tifatini al Monte Longano, si entra nel Sannio Caudino, un tempo abitato dai Caudini (una delle quattro tribù dell’antico Sannio: Carecini, Pentri, Caudini, Irpini) che avevano come capitale Caudium, l’attuale Montesarchio. Ebbene il territorio di Limatola, per la sua posizione strategica, tra le fortezze di Caiatia, Trebula, Cubulteria, assumeva un ruolo di passaggio obbligato, sia per chi entrava nel Sannio da Ovest, lungo la prima valle del Medio Volturno, attraverso la stretta di Triflisco, sia per chi proveniva dalla valle dell’antica Allifae.
Oggi, il turista che entra nel territorio di Limatola, proveniente da Napoli-Caserta, o anche da Roma-Capua avverte ancora i segni del passato: sono essi il Castello Medievale, costruito intorno al Mille su di un arce Sannitica che, posta a difesa della Media valle del Volturno, faceva parte di una corona di fortezze, tra le quali quella di Castelmorrone, di monte Alifano, di Monte Santacroce, sui colli Caiatini e monte Castellone (La Colla), tra Camigliano e Bellona. Furono proprio i Monti Tifatini, l’avamposto sannita da dove i Samnites "Gentes fortissimae Italiae" di cui parla Plinio il Vecchio, scesero in pianura, nel 424 a.C. sottomettendo Capua, capitale della federazione etrusca.
Erano i Sanniti un popolo bellicoso e fiero "Gens vana indocilisque quieti". (Punica, 11. 11-12). Ebbene proprio l’incipit di una prossima pubblicazione di Giuseppe Aragosa sembra rievocare queste antiche memorie "Limatola, terra di memorie valle di transito, sogno di popoli erranti, come le acque del Volturno, un tempo limpide come cristallo e mormoranti entro il verde di salici e pioppi. Dal passo di Finestra, nuova Termopili delle guerre risorgimentali, nelle notti di luna piena, da primavera all’ultima estate, sembra di vedere ancora ombre di guerrieri azzuffarsi nel piano in cento battaglie il cui eco resta stampato tra gli antichi manieri che si innalzano sulle cime boscose, sui ruderi di fortezze sannite entro i confini di chiese e cappelle che segnano i punti della fede, il cammino dei pellegrini, la speranza dell’uomo...". Quel sogno, in certo senso, si può ancora percepire visitando le memorie storiche che gravitano sul territorio di Limatola. Tra esse primeggia il Castello Medievale che viene nominato nel 1113, nella Bolla di Sennete, quando tra le quindici Chiese elencate si riporta l’Ecclesiam S. Nicolai intra castellum.. Un’altra data storica, riferita al castello, è il 1277, quando la duchessa di Limatola, Margherita De Tucziaco, cugina carissima di Carlo I d’Angiò, fa restaurare il maniero, avuto in dono dal Re angioino con atto riportato nel Liber Donationum. Fortezza imprendibile, il castello di Limatola, dalla doppia cinta muraria, era difeso da quattro fortini, posti ai quattro punti cardinali. Durante la Rivoluzione di Masaniello del 1647, divenne sicuro rifugio dei nobili dei paesi vicini. Una serie di Duchi lo possedettero, tra i quali i Gambacorta che lo tennero in possesso dal 1509 al 1734. Nel tumulto di Napoli del 1693, Gerardo Gambacorta che ne fu l’autore, nascose proprio nel castello di Limatola le armi della rivolta. Forte personalità quella del Duca Gambacorta, " nobile facinoroso e irrequieto" come è definito nella "Storia di Napoli" (tomo VII p. 104), principe di Macchia, promotore anche della cosiddetta "Congiura di Macchia" contro il governo spagnolo, nel 1701. Di questo duca Gerardo Gambacorta si possono attingere notizie nell’opera citata.
Nella sua posizione centrale, il Castello domina l’antico borgo medioevale che lo circonda come un anello, conservando ancora vestigia del passato, tra cui cinque archi catalani.
Da Limatola, avanzando verso il territorio di Dugenta, si possono rinvenire i tracciati abbastanza evidenti dell’antica centuriazione romana, eseguita dai circa seimila coloni latini, che furono dedotti nel 313 a.C. a Saticula, città sannita che tenne testa alla potenza romana in espansione, e che infine capitolò nel 315 a.C. Pare che il mistero dell’ubicazione di Saticola, di cui hanno parlato oltre cinquanta autori, debba rinvenire la sua soluzione proprio nel territorio tra Limatola e Dugenta, secondo anche le recentissime scoperte archeologiche dovute al noto archeologo Werner Yohannowsky.
Quella di Saticula appare una delle centuriazioni più antiche per la sua disposizione " per strigas" , con un sol decumano accertato, intersecato da cardini distanti tra loro 713 metri, come afferma il citato archeologo Werner Yohannowsky.
Il Decumano ha inizio sul Volturno di fronte alla località Squille che è identificabile con ogni probabilità con la stazione itineraria "Syllas". Sull’argomento si è tenuta a Limatola un Convegno il 15 Settembre su iniziativa della Pro Loco, il settimanale il Resto, con la partecipazione degli studiosi Armando Aprea da Roma, Giuseppe Aragosa da Limatola e Pino Carosis da Castel Morrone, gli atti a cura dell’editore de il Resto Francesco Cappiello, sono di prossima pubblicazione.
Terra di passaggio di popoli, di eserciti e condottieri, quella di Limatola: di qui, passarono le armate di Annibale, attraversando il Volturno ben dieci volte; di qui passò Q. Fabio Massimo, il temporeggiatore; di qui passò Claudio Marcello che inseguiva Annibale:". Egli stesso (Claudio) da Casilino si diresse a Caiazzo e di qui, varcato il Fiume Volturno, passando per il Territorio di Saticola e di Trebula, salito fino a Suessula, giunse a Nola attraverso i monti". (Livio, XXIII, 39). Di qui passò Annibale, dopo la strabiliante vittoria di Canne, il 2 agosto del 216 a. C., per entrare a Capua che lo accolse da trionfatore, tra una folla festante. (Livio XXXIII,7). Di qui passò Lucio Silla, quando nell’83 a.C., proprio presso le rive del Volturno affronta con le sue legioni l’esercito di Gaio Norbano sconfiggendolo. E per commemorare la vittoria Silla salì sul tempio di Diana Tifatina, concedendo alla dea campi e sorgenti che rientravano anche nel territorio di Limatola. Tale donazione, come ricorda Velleio Patercolo, fu incisa in una lapide apposta all’ingresso del tempio.
La media valle del Volturno fu transito non solo di popoli e civiltà, ma divenne anche veicolo della lingua osco-sannita che avendo raggiunto l’apogeo nella cosiddetta "Mesogea", (ovvero in quella fascia di territorio che partendo da Capua, attraverso la pedemontana dei Tifatini, terminava a Pompei, passando per Calatia, Suessula, Nola), si diffuse in tutto il Sannio.
E proprio a Capua, il centro osco più importante, si conservano le testimonianze più preziose della lingua osca, attraverso le famose Jovile, ovvero un gruppo piuttosto omogeneo di iscrizioni osche, su terracotta e tufo, in cui compare frequentemente la parola Juvilas, datate tra la metà del IV secolo e la metà del III secolo a. C. Esse, in numero di 26 suddivise tra stele di terracotta (17) e stele di tufo (9) sembrano inquadrarsi in un ambito funerario.
Tra i monumenti da visitare a Limatola, oltre al castello medievale, ricordiamo la vecchia Chiesa di S. Eligio, eretta nel 1388 dai Francesi, oggi santuario di S. Eligio, ristrutturato dalla Soprintendenza ai beni ambientali, architettonici, artistici e storici della provincia di Caserta. Il tempietto, di squisita architettura, ad una sola navata, termina nella graziosa cupola, ed è posto quasi al centro di un ampio spazio circolare, coronato tutto intorno dai monti Tifatini, dal Matese, dal monte Maggiore e dal vasto Taburno, come lo definisce Virgilio, quando canta le viti e gli olivi che verdeggiavano alle sue falde: " Iuvat Ismara, Baccho/ conserere atque olea magnum vestire Taburnum" ( Georg., II, 37-38) . ( E’ bello far germogliare dall’Ismaro le viti e rivestire il grande Taburno di viti.)
Altro importante monumento è la vecchia Chiesa di S. Biagio martire e S. Sossio, costruita agli inizi del ‘500, poco distante dall’antica chiesa di S. Biagio, nominata nella Bolla di Sennete del 1113, ma di cui non restano che tracce. La nuova Chiesa di S. Biagio fu restaurata dal duca Gambacorta nel 1724, come si legge nella memoria sotto la volta. La Chiesa conservava una meravigliosa pala di altare, rubata il 5/10/1999, a seguito della ristrutturazione, durante la quale, sotto il pavimento fu rinvenuto il corpo di un nobile, forse un duca della famiglia Gambacorta, con un bambino, completi di vestimenti d’epoca. Presso la Chiesa nuova di S. Biagio, posta al centro del paese, nella parte bassa, è d’obbligo la visita della Campana Giubilare, fatta costruire dal parroco don Giuseppe Giuliano con il concorso del popolo di Limatola. La campana, quarta d'Italia per grandezza, è posta su un supporto d’acciaio, davanti al campanile, e fa sentire la sua voce nei momenti forti e nelle ricorrenze più solenni dell’anno liturgico.
Ma il gioiello di tutta l’architettura limatolese resta la Chiesa di A.G.P.
L’aspetto tardo settecentesco che oggi la caratterizza, nasconde origini ben più antiche. Fu fondata infatti prima del 1403, per volontà di una confraternita laicale, i Battenti, ancora oggi raffigurati nello splendido portale rinascimentale di gusto spiccatamente toscano, che risale al 1503. L’originaria pianta ad una sola navata fu ampliata con l’aggiunta di due navate laterali. Nel 1764, fu realizzato l’attuale imponente campanile, in sostituzione di uno più antico ad opera dell’ economo Nicolaus Romano.Sulla sinistra del portale di ingresso è ancora riconoscibile, nonostante le numerose modifiche, l’edificio rinascimentale dell’A.G.P., con annessa una cisterna per la raccolta delle acque, nominata più volte nei documenti dell’archivio vescovile di Caserta. Lo splendido polittico di Francesco da Tolentino, pittore marchigiano, datato 1527, oggi in deposito temporaneo presso il Museo del Territorio della Reggia di Caserta per restauro, è in attesa del rientro in sede entro l’imponente macchina lignea, purtroppo asportata da ignoti nella notte del 19/09/1999. Un’altra chiesa molto antica era quella di San Tommaso, rifatta dalle fondamenta nel 1762 dal M. R. parroco don Lorenzo Marrocco. In essa nel 1752, durante i lavori di restauro, venne alla luce un cadavere incorrotto di un sacerdote, forse parroco, che esposto al pubblico per più giorni operò miracoli tra i fedeli accorsi in massa dai paesi vicini. Una lapide ne ricordava l’evento. In questa stessa chiesa si trovava la lapide del cavaliera Romano Pacideo Carpiano, oggi conservata nel Museo Archeologico di Napoli. La chiesa, purtroppo distrutta nei suoi tesori e nella sua lineare bellezza, oggi è divenuta un ristorante. Delle oltre 15 chiese nominate nella bolla di Sennete del 1113, oggi restano solo ruderi. Ma le più antiche memorie storiche di Limatola risalgono ad alcuni secoli avanti Cristo. Qui nella contrada Cisterna, negli anni cinquanta vennero alla luce vasi di bucchero ed altri reperti archeologici risalenti alla civiltà Etrusca. Difatti una comunità Etrusca si era stanziata proprio in quella contrada verso il VI Secolo a.C., quando Capua era ormai divenuta la capitale dell’Etruria Campana, organizzata in federazione di 12 città, la famosa Dodecapoli. (Strabone, V, 4,3). Da alcuni decenni Limatola è passata dal settore primario (agricoltura e pastorizia) al settore secondario (le industrie) e a quello dei servizi. Numerose fabbriche popolano il suo territorio (se ne conta una ogni quaranta abitanti circa), e tra esse primeggia una vera e propria industria la Tesseci Cicala ubicata lungo la provinciale Limatola Biancano. Tuttavia il fervore industriale e imprenditoriale del presente non fa dimenticare il passato "che rivive ancora a Limatola, si sente come il battito del cuore, si respira come l’aria".
Morcone
Il centro abitato di Morcone costituisce il polo urbano di maggiore importanza dell’area dell’Alto Tammaro, sia per la sua dimensione demografica, sia per l’estensione del suo territorio, sia, infine, per le funzioni che ha svolto nel tempo e che ancora mantiene nell’ambito di un ampio comprensorio che confina col Sannio molisano. Di origine molto lontana, era una munitissima ed estesa arx nel periodo sannitico. Di origine molto lontana, era una munitissima ed estesa arx nel periodo sannitico sulla quale fu edificato il villaggio di “Mucre”, del quale sopravvivono diversi resti come il recinto fortificato in opera poligonale (V-IV secolo a.C.) utilizzato nell’ XI sec. d.C. dai Longobardi come basamento delle mura del castello.
Costruita sul versante molto acclive di un colle che domina la valle del Tammaro, situata in un fondamentale nodo viario dove si incrociavano le strade provenienti dalla valle beneventana, dalla valle telesina, dal Fortore, dai monti del Matese e dal Molise, contigua alla piana di Sepino e prossima ad un altro importante insediamento, quale era quello di Boiano, ebbe un notevolissimo significato strategico e commerciale. Più volte entrò, infatti, nelle cronache delle vicende belliche che interessarono l’Appennino sannita tra IX e XVI secolo. Era dotata di una poderosa rocca, interamente ricomposta in epoca normanno-sveva, che dominava un'articolata struttura urbana, costruita su terrazzamenti con apparecchiature murarie interamente in pietra calcarea, ed era difesa da una cinta muraria in cui si aprivano ben sei porte. All’interno era divisa in sette parrocchie con chiese pregevoli alcune di fondazione altomedievale come San Pietro e come S. Maria de Stampatis, altre di fondazione moderna come la collegiata di S. Bernardino. Il suo territorio di pertinenza, attraversato dal tratturo regio Pescasseroli-Candela, si giovò particolarmente, nel lungo periodo, degli scambi collegati alle attività della transumanza. Morcone sviluppò di conseguenza attività artigianali in alcuni casi di livello proto-industriale quali la tessitura e la tintura dei panni di lana. La ricca e varia gamma di modelli abitativi del suo tessuto edilizio mostra come fosse composta la società locale e mostra, altresì, la forte incidenza del ceto civile. Il centro abitato registrò un progressivo incremento demografico fino a raggiungere agli inizi del XX secolo insieme ai suoi casali circa 9000 abitanti. Il toponimo dipende probabilmente dal latino mucro, mucronis “punta aguzza, sporgenza rocciosa”, in riferimento alla forma del monte su cui sorge l’abitato, denominato monte Mucre.
Sant'Agata dei Goti
Secondo gli studi storici più accreditati, sorge sul luogo dell'antica Saticula, città sannitica ai confini della Campania, ricordata nel 343 a.C., quando durante la prima guerra sannitica vi si accampò il console Cornelio, il quale rischiò di perdere l'esercito e fu salvato grazie all'abilità di Decio.
Nel 315 a.C., durante la seconda guerra sannitica, Saticula fu assediata dal dittatore Lucio Emilio e fu presa da Quinto Fabio; nel 313 vi fu dedotta una colonia e durante la seconda guerra punica rimase fedele a Roma. Meno fondata appare la tesi che identifica Sant'Agata con l'altra città sannitica di Plistia. Il nome attuale, Sant 'Agata de' Goti, risale al sec. VI d.C., allorché i Goti, sconfitti nel 553 d.C. nella battaglia del Vesuvio, ottennero di rimanere nelle loro fortezze come sudditi dell'impero: una colonia di Goti si stabilì qui. La città fu presa dai Longobardi e fece parte del ducato dì Benevento; nell'886, come alleata dei Bizantini, fu assediata e presa dall'imperatore Ludovico II; nel sec. X divenne sede vescovile.
Nel 1038 vi si rifugiò Pandolfo IV di Capua, insieme col vescovo Basilio di Montecassino, per sfuggire a Corrado II: aiutato dai Bizantini vi si difese per nove anni. Nel 1066 se ne impadronirono i Normanni e nel 1230 passò al Papa Gregorio IX; all'inizio del sec. XIV Bartolomeo Siginulfo, conte di Caserta, la vendette al provenzale Isnard de Ponteves; nel 1343 fu concessa a Carlo Artus, figlio naturale di re Roberto e marito di Andreana Acciaiuoli. Nel 1400 appartenne ai Della Ratta, nel 1528 agli Acquaviva, quindi ai Cosso fino al 1674; nel 1696 l'acquistò Marzio Carafa duca di Maddaloni, alla cui famiglia rimase fino all'eversione della feudalità. La diocesi di Sant' Agata de' Goti, suffraganea dell'archidiocesi di Benevento, risale a epoca molto antica. Nel 970 la sede vescovile fu ripristinata con la nomina a vescovo di Madelfrido. Tra i vescovi che sedettero sulla cattedra di Sant'Agata sono da ricordare particolarmente Felice Pererti (1566-72), poi Papa col nome di Sisto V, e Sant'Alfonso de'Liguori (1762-75), dottore della chiesa e fondatore della congregazione Redentorista.
Numerosi sono gli avanzi di epoca romana sparsi nell'abitato: cippi sepolcrali, iscrizioni, colonne. Le necropoli, scavate alla fine del settecento nel capoluogo e nelle località Presta e San Pietro, nelle vicinanze, hanno portato alla luce vari bronzi e vasi saticulani a figure rosse su fondo nero, ora conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, in quello di Benevento e di alcuni paesi europei.
Altri reperti ancora, importantissimi, come vasi d'impasto, di bucchero, un aryballos ovoide del Protocorinzio medio, vasi geometrici arcaici, qualche vaso apulo e lucano, vasi campani, oggetti di bronzo e lucerne romane, sono tenuti da molto tempo presso palazzi privati.
Montesarchio
Montesarchio è una cittadina di montagna di antichissime origini, sorretta principalmente dall'industria, dal commercio e dal terziario dei servizi. Il territorio comunale è caratterizzato da un profilo geometrico molto vario: stretto tra i massicci calcarei del Taburno e del Partenio, occupa una consistente porzione della fertile e pianeggiante Valle Caudina, solcata dai rami superiori del fiume Isclero. Il resto dell'agro montesarchiaro è occupato prevalentemente da colli rivestiti di boschi e segnati dalle geometrie dei vigneti e dei frutteti. Abitata sin dal neolitico, ospitò antichi insediamenti già nel VII secolo a.C.; vi sorse inoltre la città sannitica di Caudium, la cui precisa posizione all'interno dell'agro comunale non è però ancora stata definita. Menzionata per la prima volta in un documento datato 1073, fu assegnata a Umfredo nel corso del XII secolo, quando i territori beneventani furono divisi tra i conquistatori normanni. Nel 1127 fu ceduta al conte Rainulfo I, il cui cognato Ruggero, già conte di Sicilia e poi duca di Puglia e re delle due Sicilie, se ne impossessò con la forza qualche anno più tardi. Fu donata successivamente da Carlo d'Angiò a Giovanni della Leonessa, la cui famiglia, legata agli Aragonesi, fu espropriata dei propri possedimenti; fu perciò concessa ai Caracciolo ma Alfonso d'Aragona, dopo aver sconfitto in una famosa battaglia il rivale Renato d'Angiò, riuscì nuovamente a impossessarsene. Nel 1453 divenne territorio del demanio regio, passando nel 1480 a Carlo Carafa. Il terremoto del 1732 colpì gravemente l’abitato. Nel corso delle guerre tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII prima, e tra Carlo V e Francesco I poi, il Carafa parteggiò per i francesi e fu per questo spogliato di tutti i suoi possedimenti; il feudo, per volere di Carlo V, fu donato ad Alfonso D'Avalos D'Aquino, sotto la cui dinastia rimase fino al 1861, quando fu aggregato alla provincia di Benevento. Il 41% delle case fu lesionato a causa del sisma del 1930; danni rilevanti furono registrati anche a causa del terremoto del 1980. Tra le costruzioni più antiche spicca una torre di avvistamento, eretta dai romani, rimaneggiata dai longobardi e successivamente restaurata dagli Aragonesi; era collegata, mediante un passaggio sotterraneo, a un castello medievale (VIII secolo), della cui struttura originaria, dopo la sovrapposizione di un grosso edificio nel XIX secolo, restano tracce nel basamento e nell'ingresso. L'agro comunale ospita inoltre edifici sacri di grande pregio, tra cui figurano l'abbazia medievale di San Nicola, la chiesa e convento di Santa Maria delle Grazie, edificata nel XIII secolo, la chiesa seicentesca della Santissima Trinità e quella settecentesca, con annesso convento, di San Francesco.
Savignano Irpino
L’abitato sorge in posizione panoramica su uno sperone, da cui domina la stretta valle del torrente Cervaro, percorsa da alcune importanti vie di comunicazione. Del castello medievale, trasformato dai Guevara in una residenza signorile, sono visibili le imponenti mura. In corso Vittorio Emanuele è situato palazzo Orsini, realizzato per volere di Papa Benedetto XIII, nei pressi della chiesa del Purgatorio. Inizialmente nasce come Hospitus Pro Peregrinis, in seguito assume la denominazione del nome della famiglia del papa ed attualmente è la sede municipale dal 18 marzo 1863. In largo Don Palmieri si trova la chiesa Madre di San Nicola e Sant'Anna. Centro appartenuto ai feudi dei Greci e dei La Ferrara, passa in epoca angioina agli Spinelli e poi concessa, all'inizio del XV secolo, a Francesco Sforza e in seguito alla famiglia nobile spagnola dei Guevara.
Nel Medioevo il Castrum Sabinianum, di origini longobardo-normanne fu soggetto a diverse dominazioni e teatro di particolari avvenimenti storici. Durante il regno di Tancredi d’Altavilla, nel 1193, nel punto più alto del Castello fu giustiziato il governatore Sarolo Guarna, accusato di aver parteggiato a favore di Enrico VI. La “tombula” in cui Sarolo fu sepolto nei pressi del Castello ha dato origine al nome dell’attuale Tombola, da cui si gode la vista panoramica di Savignano Scalo e dei paesi limitrofi.
Il 1445 segna l’avvento dei Guevara, famiglia nobiliare spagnola giunta in Italia al seguito di Alfonso d’Aragona, che avrebbero conservato il titolo di conti di Savignano fino al 1950. Inico Guevara acquisì i feudi di Savignano e Ferrara trasformando il castello in dimora signorile. Durante il 1500 l’aumento della popolazione rese necessario un ampliamento del paese fino a Porta Grande, antica porta d’accesso racchiusa tra le case di “Via dei Finestroni” a ovest e quelle di “Dietro Corte” a est.
Villanova del Battista
Il capoluogo comunale di Villanova del Battista è situato nell'area della Valle dell'Ufita, sulla cima di un colle; la parte restante della comunità è suddivisa tra gli aggregati urbani elementari di Piani Viscose e Serro Palumbo e un elevato numero di case sparse. È situato a 742 metri sul livello del mare e a 57 km da Avellino.Menzionata per la prima volta in fonti documentarie del XII secolo con il nome di Polcarino, venne annessa in epoca angioina della baronia di Vico e ne seguì le vicende storiche fino ai primi anni del XVI secolo. Rasa al suolo da un terribile terremoto nella seconda metà del Quattrocento, venne ricostruita e ripopolata da una colonia di schiavi slavi, giunti qui per volere di Pietro Del Balzo, signore del luogo. Separata dalla baronia di Vico nel 1515, passò al marchese di Corato e nel 1524 pervenne a Francesco Carafa, duca di Ariano. Nel 1694 fu devastata da un altro terremoto e, una volta ricostruita, assunse l’attuale denominazione. La sua storia non presenta avvenimenti di particolare rilievo e segue quella dei territori circostanti. La chiesa di Santa Maria Assunta fu interamente ricostruita in stile moderno dopo il sisma del 1980: all’interno sono custodite due tele di scuola giordanesca (XVIII secolo), raffiguranti il Battesimo e la Passione di Gesù. Viene chiamata Villanova fino al R. D. 26-10-1862 n. 936, quando viene aggiunto del Battista. STORIA SISMICA: Villanova del Battista negli anni è stata colpita da molti devastanti eventi sismici: nel 1694 il terremoto dell'8 settembre causò il crollo di 30 case e danneggiò le abitazioni rimanenti e le chiese; non ci furono morti. Meno di quarant'anni dopo, nel 1732, un altro sisma causò danni gravi all’abitato: 46 case crollarono totalmente e altre 70 furono gravemente lesionate e rese inabitabili; crollarono la chiesa madre e la chiesa di S. Giovanni Battista; il palazzo baronale risultò sconquassato; non ci furono vittime. I danni furono valutati complessivamente 7500 ducati. Nel ventesimo secolo gli eventi sismici intensi furono molti: nel 1910 in seguito al sisma del 7 giugno la scossa causò notevoli lesioni nei fabbricati, e a località fu inclusa nell’elenco dei comuni danneggiati ai quali erano applicabili i provvedimenti della legge 13 luglio 1910 n.467 a vantaggio delle zone colpite dal terremoto. Nel 1930 si verificarono gli effetti peggiori sul paese: la scossa causò morti, crolli e gravissime lesioni alle abitazioni. Crollò la scuola elementare; nella chiesa di San Giovanni Battista crollò quasi tutto l’interno, mentre la facciata, che rimase quasi integra, riportò molte lesioni tutte inclinate all’orizzonte. I morti furono 166, ossia il 5,9% della popolazione; le case crollate furono 400 e quelle lesionate 200, rispettivamente il 66% e il 33% del costruito. Fra i fabbricati rurali con abitazione permanente situati nel territorio del comune ne furono censiti 29 distrutti e 46 gravemente lesionati. Anche trent'anni dopo, nel 1962 il sisma con epicentro in Irpinia causò danni rilevanti: su 1019 abitazioni censite 107 (10,5%) risultarono danneggiate; di queste la maggior parte con danni leggeri. Infine, nel 1980 il terremoto del 23 novembre causò ancora danni rilevanti: in tutto il territorio comunale le unità edilizie danneggiate più o meno gravemente furono 717. Fu fortemente danneggiata la chiesa di S. Maria Assunta.
Flumeri
Il comune di Flumeri ricade nell'area della Valle Ufita in Baronia. È un paese di 2.950 abitanti, situato a 638 metri sul livello del mare e a 53 km da Avellino. Il territorio si estende per 34,55 km² e i comuni confinanti sono: Ariano Irpino, Castel Baronia, Frigento, Grottaminarda, San Nicola Baronia, San Sossio Baronia, Sturno, Villanova del Battista e Zungoli. È bagnato dal fiume Ufita.
L'etimologia del nome sembrerebbe parlare di un legame di Flumeri all'acqua, vista la confluenza in zona di fiumi (lat. fluminibus), o ancor meglio "flumen". Flumeri è famosa per il suo superlativo olio e infatti il comune fa parte dell’associazione nazionale Città dell’olio.
Flumeri ha origini molto antiche, ma è solo a partire dal XII secolo – quando entrò a far parte della Baronia di Trevico – che si ha una affidabile documentazione della sua storia e lo si trova citato per la prima volta nel 1122, quando venne distrutto dalle truppe di Guglielmo, Duca di Puglia. Importante, comunque, è anche la documentazione archeologica; grazie ai diversi scavi operati sul territorio, infatti, è stato svelato un complesso urbano con sistema fognario e assi stradali ortogonali lastricati in pietra lavorata, ma sono stati anche trovati resti di botteghe artigiane, di fabbricati di epoca romana, di una domus pubblica con decorazioni in stile pompeiano, di colonne, di vasellame in terracotta, di anfore e tanto altro. Nonostante i violenti eventi sismici che hanno colpito il territorio nel corso dei secoli, così, è stato possibile ricostruire alcune tracce del passato di Flumeri.
A dominare il feudo furono gli Svevi, poi i Normanni e gli Angioini; le lotte di questi ultimi con gli Aragonesi segnarono profondamente il territorio e nel 1461 Flumeri fu presa d'assedio proprio dagli Aragonesi. Nei secoli seguenti il feudo appartenne a diverse famiglie (tra queste: i D’Aquino, i Marchesi di Corato, i Carafa, i De Cardines). Quando, nel Seicento, il paese fu colpito da una gravissima pestilenza, la popolazione flumerese divenne devota di San Rocco, sicura che il Santo proteggesse oltre che dalla peste da altre disgrazie e malanni. Per questo motivo, la celebre Alzata del Giglio, antica pratica rituale che tiene insieme la cultura contadina tradizionale legata al ciclo del grano e il calendario liturgico cattolico, è dedicata al Santo Taumaturgo di Montpellier, che è anche il patrono di Flumeri.
Frigento
In Contrada Pesco-Migliano si trovano i ruderi di cisterne romane, oltre che di un convento altomedioevale.
In località Pila ai Piani, vi sono dei ruderi di un'antica villa rustica romana, ritenuti appartenere ai vicini ricchi aeclanesi.
Nell'area sottostante all'ex-Cattedrale, ora Chiesa di S. Maria Assunta, si trovano diversi reperti archeologici di epoca preromana, romana e post-romana. Le immagini e le informazioni relative sono state riportate nelle pagine web dedicate alla chiesa, a cui si rimanda. Lungo Via San Giovanni si trovano le cisterne romane, un complesso sistema di raccolta, canalizzazione e distribuzione delle acque dalla parte alta del paese fino a valle, vicino al bosco Castelluccio. L'immagine seguente mostra l'ingresso di tali cisterne.
Nonostante Frigento sia citato per la prima volta solo nel 751, il borgo vanta origini molto più remote, tanto che il suo nome viene ricollegato al latino "Frequentum", luogo frequentato in ragione delle sue ottime condizioni ambientali e climatiche, o anche a "Frecentum" o "Afrigentum".
Infatti, se è presumibile che, in epoca preromana, gli Hirpini vivessero nei pressi delle sorgenti frigentine, certa è la presenza romana, attestata da diversi ritrovamenti archeologici nel territorio comunale.
In epoca longobarda, in virtù della sua posizione strategica, Frigento fece parte del Ducato Beneventano, quale sede di un importante presidio militare edificato a seguito della soluzione delle lotte per l'impossessamento del Ducato di Benevento da parte di Re Ludovico II, figlio dell'Imperatore di Germania Lotario. Questi impose ai belligeranti, nell'848, dopo ben quattro anni di discussioni, la scissione del Ducato conteso, con il distacco da questo di quello di Salerno. Il torrente Fredane rappresenta il confine tra i due Ducati, per la cui sorveglianza, Radelchi, Principe di Benevento, fece edificare due fortilizi a S. Angelo a Pesco (nel territorio di Frigento. In dialetto "pescone" o "piscone" = grossa pietra) ed a Rocca San Felice, mentre Siconolfo, Principe di Salerno, ordinò la costruzione dei fortilizi di Monticchio dei Lombardi, Sant'Angelo dei Lombardi, Torella dei Lombardi e Guardia del Lombardi.
Distrutto dai Saraceni nel 926, venne ricostruito e raso al suolo nuovamente da un tremendo terremoto nel 986.
Dietro all'altare maggiore, su dei marmi alle pareti, sono elencati i vescovi frigentini, che vanno dal primo, il Patrono del paese, S. Marciano, nominato dal Papa Leone I Magno nel V secolo, fino al XV secolo. Successivamente, e fino al 1810 (o 1818) vi fu il vescovato congiunto di Avellino-Frigento.
Al tempo dei Normanni, il borgo divenne feudo dei Gesualdo, fino alla morte dell'ultima discendente, Isabella. Nel XIV secolo il feudo andò ai Filangieri. Nel 1496 Frigento venne espugnata ed incendiata dalla truppe di Ferdinando II d'Aragona. Infine, il borgo andò ai Caracciolo di Avellino.
Il conciso quadro storico relativo a Frigento richiede di citare altre calamità naturali che il borgo ha patito nel corso del tempo: la carestia del 1622 e l'epidemia di peste del 1656, che decimarono la popolazione, che fu ridotta in miseria, ed i terremoti del 1686 e del 1694.
Solo dopo il sisma del 1732 Frigento si fregiò di edifici gentilizi e monumenti, vivendo un nuovo periodo di prosperità.
Mirabella Eclano
Il comune di Mirabella Eclano sorge nell'area della Valle del Calore. È un paese di 7.492 abitanti, situato a 372 metri sul livello del mare e a 37 km da Avellino. Il territorio si estende per 33,96 km² e i comuni confinanti sono: Apice, Bonito, Calvi, Fontanarosa, Grottaminarda, Sant'Angelo all'Esca, Taurasi, Torre Le Nocelle e Venticano.
L'etimologia del nome deriva dall'unione di "mira", che ha il significato di "guardare", e “bellum” in riferimento alla bellezza del luogo, mentre il termine "Eclano" deriva da Aeclanum, antico centro sannita sito in zona. Gli abitanti sono detti mirabellani e la Madonna del Latte è il loro patrono.
Mirabella Eclano ha origini molto antiche, come attestato da alcuni ritrovamenti archeologici di età eneolitica.
Luogo di passaggio tra la Valle del Calore e la Valle dell’Ufita, posizionata lungo l'importantissima via Appia, il paese, prima chiamato di Aeclanum poi di Quintodecimo, si sviluppò rapidamente fino a diventare il centro strategico e commerciale più importante del Sannio-Irpino.
Successivamente, il trasferimento in un luogo più sicuro e difendibile, ossia più arretrato rispetto a quelle importanti vie di comunicazione, diede vita ad una nuova fondazione dal nome Acquaputida, che corrisponde in effetti all'attuale insediamento abitativo.
Il cambiamento della denominazione da Acquaputida a Mirabella risale all’età angioina, mentre l’appellativo “Eclano” fu aggiunto nel 1862 per volere del re Vittorio Emanuele II.
Emblematico è lo stemma della città, adottato a partire dal 1873, perché ha l'intento di raccontare quella che è stata la storia di Mirabella Eclano: «l’araba fenice rinasce dalle fiamme di tre ruderi che simboleggiano Aeclanum, Quintodecimo e Acquaputida e volge lo sguardo a sinistra dove è posto un sole splendente».
Apice Vecchia
Apice è un centro collinare di origini molto antiche, sorretto dalle tradizionali attività rurali, dalla piccola industria e dal commercio. Nel capoluogo comunale si concentra la maggior densità abitativa mentre nella località di Apice Vecchio si trovano molte case sparse sui fondi e numerosi aggregati urbani elementari. L'abitato, dalla pianta quasi ovale, è posto sulla sommità di una piccola collina, da cui si affaccia sulle acque del fiume Calore. Il profilo geometrico del territorio comunale è vario e irregolare e il paesaggio ricco di contrasti: seminativi, vigneti e oliveti si alternano, infatti, a boschi di querce, cerri, pini, abeti, castagni, frassini e aceri mentre sulle sponde dei corsi d'acqua, che rendono l'agro comunale particolarmente fertile e docile all'opera dell'uomo, crescono rigogliose diverse specie di vegetazione riparia.
Abitata fin dall'epoca pre romana, come attestano numerosi ritrovamenti archeologici (lapidi, cippi funerari e monili di diversi periodi), fu possedimento, nell'XI secolo, dei conti di Ariano. Nel 1113 fu distrutta dai beneventani in lotta con i normanni e più tardi divenne feudo del conte Ruggiero di Buonalbergo; successivamente passò ai Balbano, ai Maletta, ai San Giorgio e ai Sabrano. Nel 1435 se ne impossessò Alfonso I d'Aragona, che la donò alla famiglia Guevara, e nel 1456 fu gravemente colpita da un forte terremoto, che fece più di mille vittime. La città venne quasi interamente distrutta a seguito dei terremoti del 1688, 1702 e 1732. Passò quindi di signore in signore fin quando, nel Settecento, fu elevata al rango di ducato e assegnata alla famiglia Di Tocco. Domina l'antico abitato il castello normanno, edificato prima dell'VIII secolo e ampiamente rimaneggiato. Di grande interesse è l'abbazia di Santa Maria Assunta (XII secolo), a tre navate, adorna di un altare in marmo di grande pregio. Nel convento cappuccino di Sant'Antonio, risalente al 1535, si conserva un ritratto duecentesco del Santo; poche rovine restano, invece, di un convento fondato, secondo la tradizione, da San Francesco. La città subisce ulteriori danni a causa dei terremoti del 1910, 1915 e 1930, culminando nelle due violente scosse sismiche che hanno ampiamente danneggiato il centro storico nel 1962 e nel 1980; l'abitato è stato quindi trasferito su una collina posta di fronte all'antico insediamento.
Apice fu uno dei centri più colpiti, ma non venne distrutto. A far sgomberare i 6500 abitanti, intanto, fu la decisione dei tecnici del Ministero dei Lavori Pubblici che, temendo ulteriori crolli, ne ordinarono l’evacuazione.
Gli abitanti più ‘tenaci’ però, in qualche modo inottemperanti al provvedimento, decisero di restare nelle proprie case, resistenza la loro che durò 18 anni, finché dovettero definitivamente arrendersi alla natura del suolo altamente sismico, su cui è costruito il paese, costretti alla fuga a causa del violento terremoto dell’Irpinia del 1980.
Così il tempo si è come arrestato per due volte ad Apice Vecchia, creando una duplice ‘bolla storica’ che si può riconoscere dai resti del ‘paese che non esiste’.
Non solo sarebbe qui superfluo indugiare sulle informazioni già documentate e facilmente reperibili, ma anche abbandonarsi a racconti evocativi, vista l’inflazione di scritti e di testimonianze che già proliferano in rete. In verità, proprio l’esperienza diretta, ad oggi risente di qualche sovrapposizione tra l’autentico e il fittizio: il paese, da diversi anni chiuso al pubblico con ordinanza comunale, è stato scenario di eventi, spettacoli, riprese cinematografiche e shooting fotografici. Pertanto, non sempre i ritrovamenti di oggetti d’epoca restituiscono l’immagine del passato: talvolta sono semplici residui di scenografie ricostruite. Ciò non basta, tuttavia, a scalfire il fascino di questo borgo ‘solitario’.
Un discorso a parte va fatto per gli edifici nobiliari di pregio storico- architettonico, come il Palazzo signorile che fu dimora del dottor Cantelmo, apprezzato medico nativo di Apice, e quegli edifici di valore artistico – religioso, come la Chiesa dei Santi Bartolomeo e Nicola, che conserva importanti affreschi ottocenteschi.
Benevento
Secondo la teoria di Raffaele Garrucci pare che il primo nome della città sia stato, in lingua osca, Malies o Malocis, poi mutato in Maloenton (oppure Maloenta o Malowent).
Questa tesi si fonda sul ritrovamento di una moneta bronzea del IV secolo a.C. riportante la scritta Malies sull’esergo, oltre ad una testa di donna con la capigliatura chiusa in un sakkos; sul rovescio sono raffigurati un bue con volto umano, e in alto una testa barbata. Un’altra moneta, coetanea, porta raffigurato nel rovescio un bue, ed in alto un elmo coi guanciali, e nel diritto una testa giovanile che si può supporre essere quella di Apollo.
Secondo un altro storico, Gianni Vergineo, il nome originario della città, Maloenton, è di genesi greca. Malòeis, da Malon, variante dorica dell’attico Mèlon (questo aspetto dorico si collega con la provenienza del mitico fondatore di Benevento, Diomede) che significa gregge di pecore o capre, è una forma aggettivale il cui significato indica una zona piena di mandrie di pecore e di capre, con evidente riferimento all’attività silvo-pastorale praticata largamente dai Sanniti. Vergineo, inoltre, non esclude la derivazione di Maloenton da mallos (vello di pecora).
Un’ulteriore ipotesi vede l’origine del nome in un altro animale simbolo di Benevento, il toro, simbolo dei Sanniti. Il poeta greco Teocrito, infatti, chiama il toro Malon.
La fondazione mitica
La leggendaria fondazione di Benevento è legata alla figura mitologica di Diomede, acheo ricordato nell’Odissea di Omero per la sua prodezza e celebrato da diversi storici che gli attribuiscono la fondazione di numerose città della Daunia.
Stando al mito, Diomede, vittima dell’infedeltà coniugale, è costretto a lasciare la patria greca per venire in Italia, dove fonda Arpi e aiuta il re Dauno in una guerra contro i Messapi. Il re gli nega il premio promesso (una parte del regno) ma Diomede insiste, rivendicando il suo diritto. Interviene allora in veste di giudice un suo fratello naturale che gli dà torto perché innamorato della figlia di Dauno, Evippe. L’eroe acheo si impadronisce di una parte del regno tracciando il confine con delle pietre. Dauno le fa togliere ma esse ritornano al loro posto.
La versione beneventana del mito è data da Procopio di Cesarea (VI sec.) il quale afferma che «la città fu fondata da Diomede figlio di Tideo, respinto da Argo dopo la presa di Troia. Come segni di riconoscimento lasciò alla città le zanne del cinghiale caledonio che suo zio Meleagro aveva ucciso come trofeo di caccia: si trovano tuttora lì e sono uno spettacolo da vedere, con quella forma di mezzaluna e con quella lunghezza di non meno di tre spanne».
Il cinghiale caledonio citato nella leggenda, in epoca medievale è diventato il simbolo di Benevento tanto da essere raffigurato ancora oggi nello stemma comunale. A tal proposito uno storico beneventano del XIX secolo racconta che della nobile origine di Benevento «fa piena testimonianza lo stemma di marmo greco incastonato nel campanile dell’arcivescovado, rappresentante il cinghiale caledonico ucciso da Meleagro, zio di Diomede, nei boschi dell’Etolia; e la stessa caccia si osserva in un bassorilievo esistente nel palazzo arcivescovile».
All’eroe Diomede è legata anche la fondazione di Argirippa (la città del cavallo). In due antiche monete beneventane di epoca romana viene riprodotta la figura del cavallo con la scritta Malies, nella più antica (IV sec. a.C.), e Beneventod, nella più recente.
Castelvetere sul Calore
Il comune di Castelvetere sul Calore sorge nell'area della Valle del Calore. È un borgo di 1.589 abitanti, situato a 750 metri sul livello del mare e a 26 km da Avellino. Il territorio si estende per 17,17 km² e i comuni confinanti sono: Chiusano di San Domenico, Montemarano, Paternopoli, San Mango sul Calore e Volturara Irpina. Si erge sulle pendici del monte Tuoro ed è attraversato dal fiume Calore.
L'etimologia del nome è da ricercare in due termini latini: la prima parte deriva da Castellum, diminutivo di Castrum, che significa "fortezza", mentre vetere deriva da vetus, che vuol dire "antico". La specifica "sul Calore" è, invece, riferita allo stesso fiume da cui è attraversato. Gli abitanti di questo paese sono detti castelveteresi e il loro patrono è Santa Maria delle Grazie.
Le origini di Castelvetere sul Calore sono poco conosciute. Probabilmente, la fondazione del paese risale alle prime invasioni barbariche ma, stando ad alcuni ritrovamenti di ruderi sulla montagna, questa terra era già stata protagonista in epoca romana, in quanto Lucio Cornelio Scipione Barbato, fra le sue numerose campagne militari, conquistò il monte Civitella. La zona, che corrisponde a questo monte, era allora detta Cisauna ed era strategica dal punto di vista militare per via della sua altitudine.
Le prime testimonianze scritte del territorio, tuttavia, risalgono al 991, quando Siconolfo, Conte di Conza, donò il suo feudo, insieme ai beni che possedeva, al Monastero di San Benedetto a Salerno. Furono comunque i Longobardi a costruire il castello intorno al quale prese vita il paese e che venne chiamato "Castello di Santa Maria", in seguito all’apparizione della Madonna dell’Assunta ad una vecchia concittadina.
Dopo un breve periodo di dipendenza dall'Abbazia di Montevergine, alla guida di Castelvetere si avvicendarono diverse famiglie: gli ultimi feudatari furono i De Beaumont, prima dell'abolizione della feudalità nel 1806.
Lauro
Il comune di Lauro sorge nell'area del Vallo di Lauro. È un paese di 3.441 abitanti, situato a 192 metri sul livello del mare e a 30 km da Avellino. Il territorio si estende per 11,29 km² e i comuni confinanti sono: Carbonara di Nola, Domicella, Moschiano, Pago del Vallo di Lauro, Palma Campania, Quindici, Sarno e Taurano.
L'etimologia del nome sembrerebbe provenire dal latino laurum che significa proprio "lauro", ovvero "alloro", i cui boschi circondavano completamente la località in età romana.
Secondo la leggenda, Lauro fu fondata da Ercole che, dopo esser stato a Pompei ed Ercolano, giunse in quest'area, denominata inizialmente Fraconia, dove fu salutato dal popolo con rami di alloro: per questo motivo, il suo nome sarebbe stato tramutato in Lauro.
Gli abitanti sono detti lauretani. San Rocco e San Sebastiano sono i loro patroni.
La storia
Le più antiche testimonianze dell'agglomerato laurense risalgono all'età romana. Dal Medioevo all'età napoleonica, Lauro fu un importante feudo marchesale e la sua posizione strategico-militare nel vallo di Lauro fu lungamente oggetto di contesa nell'avvicendamento e consolidamento delle varie dinastie in Campania.
Lauro fu dominio del principato di Benevento, poi di quello di Salerno e di Capua. I Normanni la conquistarono nel 1057 con Riccardo I Drengot, conte di Aversa; fu poi elevata a contea da Ruggiero il Normanno per essere donata a Roberto Sanseverino tra il 1115 ed il 1119. Lauro rimase feudo dei Sanseverino fino al 1212, quando entrò in possesso di Federico II di Svevia, il quale la donò prima a Pietro di Sangermano e poi a Giovanni di Lauro.
Nel 1232 la contea tornò ai Sanseverino e appartenne in seguito a Guglielmo di Beaumont, a Bertrando Del Balzo, conte di Avellino, e infine agli Orsini conti di Nola, che la conservarono fino a quando a Enrico Orsini furono confiscati i beni per aver preso parte alla congiura dei Baroni contro Carlo V. Nel 1541 Lauro fu venduta per circa 12.000 ducati a Scipione Pignatelli mentre nel 1632 venne acquisita dai marchesi Lancellotti che la tennero fino all'abolizione della feudalità (1806).
Nel 1799 l'intero abitato uscì quasi indenne dall'incendio appiccato dalla truppe francesi, giunte nel Vallo per punire la posizione assunta dalla popolazione nei confronti della Repubblica Partenopea.
La storia di Lauro conserva anche il ricordo romantico di Umberto Nobile, professore ordinario di Costruzioni Aeronautiche dell'Università di Napoli, generale dell'Aeronautica Italiana (Corpo Ingegneri), progettista, nativo del comune ed autore, nel 1926 e nel 1928, di due straordinarie imprese aeronautiche al Polo Nord realizzate a bordo di dirigibili di sua creazione.
Avella
Il comune di Avella sorge nell'area della Bassa Irpinia. È un paese di 7.688 abitanti, situato a 207 metri sul livello del mare e a 24 km da Avellino. Il territorio si estende per 29,39 km² e i comuni confinanti sono: Baiano, Casamarciano, Cervinara, Pannarano, Roccarainola, Rotondi, San Martino Valle Caudina, Sirignano, Sperone, Tufino e Visciano. È attraversato dal fiume Clanio.
L'etimologia del nome ha diverse ipotesi: sembrerebbe provenire da "abblona", termine latino che significherebbe "ricca di mele"; da "abel" che significherebbe "campo erboso"; mentre nel Settecento il botanico Linneo attribuì il nome scientifico alla nocciola, nux avellana, relativa alla specie corylus avellana derivante proprio da Avella. Gli abitanti sono detti avellani e San Sebastiano è il loro patrono. Le origini di Avella sono molto antiche: la vita, qui, si è sviluppata dall'epoca preistorica. Quando il territorio era abitato dagli Osci, si estendeva tra il massiccio del Partenio e la piana di Palma Campania, in una fertile pianura di estensione ben più consistente di quella attuale. Dopo gli Etruschi, Avella divenne sannita intorno al V secolo a.C., un dominio che durò poco più di un secolo; mentre, con l’arrivo dei Romani, nel 399 a.C., diventò Municipio.
Nel lungo periodo di dominazione, Avella meritò più volte la considerazione romana per la fedeltà mostrata. Più tardi, fu travolta dall'invasione dei Vandali, dei Goti e dei Greci che la distrussero, a eccezione del formidabile castello. Dopo Longobardi e Saraceni, arrivò la pace con i Normanni e il ritorno degli avellani nelle loro antiche sedi. Ebbe, così, origine la Baronia di Avella che comprendeva anche l'attuale Baiano e Cicciano.
La dinastia dei baroni avellani ebbe inizio con Arnaldo, nipote di Riccardo, conte di Avella e principe di Capua, sviluppandosi poi attraverso Rinaldo III, cavaliere di Carlo D’Angiò, la famiglia Orsini, Filiberta di Chalou, Girolamo Colonna, Caterina Saracino e i conti Spinelli, che abbellirono Avella con vie ed edifici pubblici, riportando all’antica gloria il Castello e il Palazzo Baronale.
Convento della Carità Ar - Andrea Palladio
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Villa Emo Ar - Andrea Palladio
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Villa Barbaro AR - Andrea Palladio
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