Il Fiume Sabato e la civiltà dello zolfo

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Torrioni
Le origini del borgo risalgono alla seconda metà del IX secolo, allorquando, su iniziativa del Ducato longobardo di Benevento, venne costruita una torre di guardia a strapiombo sulla sottostante vallata. La torre, situata in posizione strategica alle spalle del coevo e fortificato borgo di Tufo, consentiva il controllo di gran parte della Media Valle del fiume Sabato e della strada che attraversava la gola di Barba. La sorveglianza di quest’ultima era di notevole importanza militare in quanto consentiva il collegamento tra Avellino e Benevento. In un documento dell’888 d.C., la torre è citata col nome di Turris Aionis, ovvero Torre di Aione II, principe di Benevento dall’884 al 891, che ne ordinò la costruzione. Il toponimo del paese deriva quindi da Torre Aione, modificato nel tempo in Torrioni. Da sempre legato alle sorti di Tufo, Torrioni ne divenne casale nel corsodella prima metà del XII secolo. Nel 1138 apparteneva a Raone de Farneto, signore di Tufo, cui seguì nello stesso anno Sarolo Del Tufo. La famiglia Del Tufo tenne il feudo fino al 1414, anno in cui risulta detentrice del possedimento la famiglia Del Turco. Incamerato alla corte regia, nel 1448 Torrioni venne donato da Alfonso I d’Aragona a Camillo Caracciolo. Acquisito nel 1490 da Bartolomeo Del Tufo, nel 1572 il casale torrionese venne ceduto al nobile Alfonso Marchese, gli eredi del quale lo alienarono nel 1580 alla famiglia Del Tufo. Quest’ultima tenne il casale di Torrioni ed il feudo di Tufo fino al 1716 quando, a causa dei debiti contratti per il commercio del vino, li vendettero entrambi ai Conti Piatti, mercanti veneziani diventati banchieri della Repubblica Partenopea dopo essere stati Consoli di Napoli (inizio XVIII sec). La Famiglia Piatti, che con Giacomo Piatti ottenne il titolo di marchesi di Tufo e Torrioni nel 1732, detenne il feudo fino al 1790. Alla morte senza prole di Pasquale Piatti nel 1790, i possedimenti di Tufo e Torrioni, passarono alla sorella del defunto la quale, essendo moglie di Giovanni I Capobianco, dei Marchesi di Carife, la donò al loro figlio Giovanni. I Capobianco furono feudatari di Tufo e Torrioni fino all’abolizione della feudalità nel 1806.
Santa Paolina
Il Comune di Santa Paolina, posto a nord-est rispetto alla città di Avellino, dalla quale dista circa 19 Km, è prossimo al confine tra la provincia di Avellino e quella di Benevento. Ubicata nella zona collinare a monte della conca di Avellino, sul versante destro della media valle del fiume Sabato, ad un'altitudine di 550 m s.l.m., compresa nell'ambito territoriale della Comunità montana “Partenio”. Le origini del Comune di Santa Paolina risalgono ad epoca medioevale ed il nucleo originario sorge come Casalis Sanctae Paolinae del Principato Ultra di Montefusco. Il borgo antico fu distrutto dalla frana del 1814 e successivamente ricostruito. Il nome è legato alla costruzione della chiesa consacrata a Santa Paolina la cui fondazione viene fatta risalire all’inizio del XIV secolo. Santa Paolina è stata gravemente danneggiata dal sisma del 1980. Secondo la leggenda, il paese di Santa Paolina si chiamava in origine San Felice ed ebbe questo nome fino a quando non fu distrutto da una frana. In seguito a questo evento catastrofico, la popolazione si sarebbe spostata nei pressi di una Chiesa dedicata a Santa Paolina, a cui si deve l’attuale denominazione. La prima notizia certa e storica su Santa Paolina risale, invece, a un atto notarile del 1083 e il nome del paese si ritrova anche in documenti che riguardano la ripartizione delle spese per il mantenimento del Regio Tribunale, della manutenzione del Castello, delle mura e degli altri obblighi dei Casali. Inoltre, è noto che il territorio fu casale riservato alla Regia Corte, ottenendo alcuni privilegi. Il paese, comunque, sorse unendo gli agglomerati di case posizionate sugli speroni di Brecciale, Petrarola e Capogiorgio e la suddivisione per casali ( o "Vicatim") è una caratteristica ancora presente nel territorio.
San Leucio del Sannio
San Leucio del Sannio è un centro collinare, sorto nel medioevo in un territorio abitato probabilmente sin dalla remota antichità; è sorretto dall’agricoltura e dal turismo. Il profilo geometrico del territorio comunale è dolcemente ondulato; i poggi che circondano l’abitato, punteggiati da piccolissimi centri abitati e da case isolate, sono tappezzati di campi coltivati e pascoli, alternati a piccole formazioni boschive di macchia mediterranea; i rilievi degradano lentamente verso due corsi d’acqua che, bordati da filari di pioppi, ontani e salici, fanno da confini naturali al comprensorio sanleuciano. Dai punti più elevati dell’agro comunale si può godere di bei panorami sulla Valle Caudina, sulla conca di Benevento e sulle maestose cime del monte Taburno e dei monti d’Avella. Alcuni scavi archeologici hanno portato alla luce tracce di un antico insediamento, di cui tuttavia non si trova menzione in nessuna fonte storica. Sono scarse anche le notizie documentarie riguardo all’attuale abitato: in alcuni testi redatti tra l’XI e il XII secolo si accenna all’esistenza di alcuni piccoli caseggiati rurali, compresi sotto la denominazione di Casali dei Collinari. Nel corso del Seicento l’agro comunale fu colpito da una terribile peste, che decimò la popolazione (1656), e, nel 1688, da un violento terremoto, che causò gravi danni a gran parte dei comuni della provincia. Fu amministrata per lungo tempo da Benevento e dallo Stato Pontificio, fin quando, con l’unità d’Italia, ottenne l’autonomia comunale. Nel 1962 fu colpita da un primo terremoto che causò gravi danni, nel 1980 un secondo sisma causò danni rilevanti in tutto il territorio comunale. Il suo patrimonio storico-architettonico risulta abbastanza ricco, soprattutto per quanto concerne l’edilizia religiosa. Risale al XII secolo la parrocchiale di San Leucio, che nel corso dei secoli ha subito diverse modifiche. Tra gli altri edifici sacri sono degne di nota anche la chiesa ottocentesca di Maria Santissima della Misericordia e quella cinquecentesca di San Giovanni Battista, in località Maccabei Centro. All’edilizia civile settecentesca appartengono i due palazzi Zamparelli, l’uno sito in via Verdini e l’altro in piazza Municipio.
Ceppaloni
Il comune di Ceppaloni si estende su una superficie di 23,67 kmq a cavallo della dorsale collinare posta tra le valli del fiume Sabato ad est e del torrente Serretelle ad ovest. In epoca romana il territorio ceppalonese rientrava certamente nell’ager beneventanus, in diretta dipendenza dalla città di Benevento da cui dista 13 km circa. All’epoca erano presenti insediamenti abitativi a carattere sparso legati alla coltivazione dei fondi; non vi sono prove, però, dell’esistenza di villaggi. Le prime notizie storiche su Ceppaloni risalgono alla fine del VIII secolo, al tempo del ducato longobardo di Benevento. Verso la fine del sec. IX il territorio ceppalonese era dato in amministrazione ad un marepahis, ossia ad un funzionario della corte palatina, e successivamente rientrò nella circoscrizione del gastaldato di Benevento. Il toponimo Ceppaloni è di incerta origine. Tra le ipotesi più accreditate: Cepalonis deriverebbe dal gentilizio latino Caeparius e dal suffisso prediale –anus, da cui Caeparanus (fondo di Caeparius) oppure da Cippus leonis, ossia “cippo del leone”, ove cippo è nel significato di altura, monte oppure di cippo, colonna. Significativa la presenza di varie chiese monastiche appartenenti alle abbazie di Montecassino, S. Sofia e S. Modesto di Benevento (IX-XIV secolo). Con l’avvento dei normanni (fine XI inizi XII secolo) fu edificato il castello di Ceppaloni che domina la valle del fiume Sabato. Dello stesso periodo il castello di Balba, che era posto a guardia del sottostante stretto. L’ambito amministrativo, feudale ed ecclesiastico ceppalonese comprendeva il borgo antico di Ceppaloni sviluppatosi attorno al castello e il territorio circostante caratterizzato dalla presenza dei casali, insediamenti abitativi che si andarono strutturando almeno sin dal XII-XIII secolo. I principali casali furono: S. Croce, S. Giovanni e S. Bartolomeo (poi denominata Chianche e infine frazione Beltiglio). L’antica Balba staccatasi dal feudo di Ceppaloni si unì con Chianchetelle e fu distrutta con il suo castello nel sec. XV. L’odierna Barba di Ceppaloni si è invece sviluppata a partire da alcune masserie nel sec. XVIII-XIX. Ceppaloni con il suo castello si trovava in posizione strategica nel regno di Napoli, confinando con la pontificia Benevento e controllando la sottostante via Antiqua Maiore che da Benevento conduceva ad Avellino, attraverso il vicino Stretto di Barba. Per tale motivo venne più volte coinvolta nelle guerre tra papato e impero nei secoli XII e XIII e successivamente anche nella guerra tra angioini e aragonesi. Il castello ospitò nel corso dei secoli personaggi famosi: Ruggero II, papa Onorio II e Alfonso d’Aragona, I re di Napoli. Agli inizi del XII secolo Rao II de Fraineta, feudatario di Ceppaloni, partecipa alle scorribande normanne contro i beneventani. Gli successe il figlio Raone III che partecipò al conflitto tra la Benevento papale e i normanni di Ruggero II effettuando varie sortite contro la città. Nei 1138 Raone, ribelle sia alla città di Benevento che a re Ruggero, continuò nei suoi feroci assalti ai danni dei beneventani cui tagliò le vigne. I cittadini ormai esasperati con l’aiuto di re Ruggero attaccarono Ceppaloni, ottenendo dal re la distruzione del castello. L’abitato fu anch’esso saccheggiato e distrutto. Dopo la vittoria di re Ruggero II, Ceppaloni fu assegnata ai Buscione o Bussone che la tennero sin verso la fine del secolo. Occupata dalle truppe pontificie di Benevento, in due periodi agli inizi del Duecento, fu poi riconquistata con le armi da Federico II. Con l’avvento degli angioini Ceppaloni passò nella signoria di Guerriero da Montefuscolo (1266 c.a – 1269) e poi assegnata in feudo ai cavalieri francesi: Eustasio di Romancur (1269-1280 c.a) e Gervasio di Sermoncur (1281 - 1289). Con il matrimonio tra Eustasia, signora di Ceppaloni, e Pandolfo Stellato il feudo entrò in possesso degli Stellato che lo tennero per tutto il XIV secolo sino a quando l’ultima erede Ilaria si sposò con Giacomo Antonio della Marra, e poi con Francesco Orsini, famoso capitano di ventura (dal 1435 al 1454). Morto l’Orsini, Ilaria Stellato donò il feudo al nipote Giacomo Antonio della Marra (1454- 1464), alla famiglia del quale rimase sino al 1529, quando l’imperatore Carlo V lo confiscò a Giacomo Antonio III della Marra a causa della sua ribellione. La terra di Ceppaloni fu quindi concessa a Rodrigo d’Avalos (1529-1541), in ricompensa per il servizio prestato in guerra. La casa d’Avalos conservò il feudo sino al 1576, anno in cui fu venduto ai nobili Coscia che lo mantennero sino al 1623, quando a causa dei debiti fu oggetto di vendita giudiziaria a Paolo Staibano, avvocato e intermediario. Ceppaloni con i suoi casali fu poi venduta a mons. Fabio de Lagonissa o della Leonessa che lo intestò al nipote Francesco (1633-1651). Il feudo di Ceppaloni rimase nelle mani dei della Leonessa sino al 1806, quando con l’avvento dei francesi, la feudalità fu abolita. L’ultimo feudatario fu Giuseppe Maria della Leonessa, principe di Sepino e duca di S. Martino. Nei primi decenni dell’Ottocento la carboneria fu molto attiva a Ceppaloni riunita nella ‘vendita’ detta “Gli spartani delle Termopili”. Al 1820 essa contava numerosi affiliati di tutti i ceti tra cui spicca l’azione dei fratelli Pepicelli. All’indomani dell’unità d’Italia anche Ceppaloni venne coinvolta in alcuni episodi di brigantaggio. Nel 1863 grosso scalpore fece il sequestro a scopo di estorsione del sacerdote don Antonio Mele, rettore della chiesa del SS. Rosario delle Chianche, oggi Beltiglio. L’azione fu condotta da compaesani: Pietro Catalano, capo brigante e dai compagni Nicola e Pietro Mignone. Nella lotta al brigantaggio furono attive a Ceppaloni due compagnie locali della Guardia Nazionale, la 6^ e la 7^. Nelle azioni si distinse la sesta compagnia al comando del capitano Francescantonio Parente. Gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento saranno caratterizzati dalla crisi economica e sociale e dal fenomeno dell’emigrazione d’oltreoceano. Oltre al castello con il suo borgo di origine medievale, Ceppaloni conserva vari edifici storici, in particolare le chiese: S. Nicola Vescovo (XIII-XVI secolo), SS. Annunziata (XVI secolo) in Ceppaloni capoluogo, S. Giovanni Battista (medievale, ricostruita nel XVIII secolo) in fraz. S. Giovanni, Maria SS. del Rosario (XVII secolo, ricostruita nel XVIII e XIX secolo) in fraz. Beltiglio, Maria SS. Assunta (1950) in S. Croce e la Cappella dell’Immacolata in Barba (1861 c.a).
Altavilla Irpina
Le origini di Altavilla sono certamente antiche: addirittura, vi è chi ritiene che Virgilio l’abbia menzionata nell’Eneide, col nome di Poetilia. Certamente, molto più tardi, nel 1882 Giovanni Verga vi ambientò il romanzo “Il marito di Elena”. Le prime evidenze storiche risalgono invece al castello, denominato di Altacauda, che in epoca longobarda esisteva nell’attuale territorio comunale. Si arrivò poi, dopo alterne vicende, nel XII secolo alla dominazione dei Normanni. Successivamente il feudo contenente tale nucleo abitato passò alla famiglia De Capua e solo allora si giunse al nome di Altavilla per mezzo del quale Luigi De Capua così ricordava il proprio casato nonché la sua provenienza dall’omonima città in Normandia È conosciuto come il paese dello zolfo per la presenza di uno dei più importanti giacimenti della Campania rinvenuto alla fine del XIX secolo. Gli ulteriori passi della storia del comune seguiranno quelli del resto del territorio circostante e poi della storia nazionale.Il territorio comunale si estende su tre colli (Torone, Ripa e Foresta) dominanti la Valle del Vellola e del torrente San Giulio (conosciuta anche come media valle del Sabato) ed è ben protetto alle spalle dalla cresta montuosa di Toro, San Mango e Sassano. L’abitato resta comunque bene interconnesso in quanto si sviluppa uniformemente verso sud e verso est a partire dal centro storico. Le Miniere di zolfo La Miniera di Zolfo di Altavilla Irpina è un importante sito minerario situato nell'Irpinia, in provincia di Avellino, che ha giocato un ruolo cruciale nello sviluppo industriale dell'area. Fondata nel XIX secolo, in un periodo in cui l'estrazione dello zolfo era vitale per l'industria chimica e agricola, la miniera di Altavilla rappresentava uno dei maggiori giacimenti di zolfo in Italia, contribuendo significativamente all'economia locale e nazionale.La sua attività era particolarmente fiorente durante il periodo borbonico e ha proseguito anche nei decenni successivi, attraversando fasi di espansione e declino a seconda della domanda di zolfo sul mercato internazionale. L'estrazione e la lavorazione dello zolfo richiedevano un impegno fisico notevole da parte dei minatori, che affrontavano condizioni di lavoro dure e insalubri all'interno dei cunicoli sotterranei.Oggi, la miniera di Altavilla Irpina non è più operativa, ma rappresenta un'importante testimonianza di archeologia industriale. Il sito è stato preservato come un simbolo storico e culturale, con percorsi di visita e iniziative didattiche che permettono ai visitatori di esplorare i vecchi pozzi e le gallerie, imparando a conoscere le tecniche di estrazione dell'epoca e il sacrificio dei lavoratori. La miniera di Altavilla Irpina è quindi un luogo di memoria e di interesse culturale.
Atripalda
Cittadina collinare che, data la posizione vicina ad Avellino, si è fusa urbanisticamente con quest'ultimo. L'abitato, dall'aspetto complessivamente moderno, si estende sul crinale di una dorsale collinare lambita da alcuni corsi d'acqua. La chiesa di Sant'Ippolito Martire è un luogo di culto situato nel centro storico, di origine molto antica, più volte ha subito interventi di restauro e sono state apportate delle modifiche però mantenendo un aspetto d'insieme cinquecentesco. In piazza Umberto I si trova il Museo del Palazzo della Dogana dei Grani, realizzato nel 1883 e il cui nome è dovuto al fatto che, soprattutto durante il Regno dei Borbone, viene utilizzato per smerciare i cereali provenienti dalla Puglia. Nel territorio di Atripalda esiste un'area archeologica denominata "Civita", dove insisteva l'insediamento hirpino, sulla riva sinistra del fiume Sabato, un tempo assai più ricco d'acqua (dal XIX secolo le sue acque alimentano l'acquedotto napoletano). Anzi, l'insediamento hirpino venne preceduto da uno preistorico. Successivamente, in epoca romana, Abellinum divenne "Municipium". Disputato è il rapporto Abellinum-Avellino, che abbiamo cercato di chiarire in altra parte del sito, dove abbiamo ricordato che la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476) e le invasioni barbariche, causarono il graduale e definitivo abbandono dell'insediamento romano, precisamente durante le lotte tra Longobardi, Bizantini e Goti. Gli abitanti di Abellinum si stabilirono, tra l'altro, a tre chilometri di distanza, nel luogo dell'odierna Avellino, sulla Collina "La Terra", che ha, perciò, mantenuto la denominazione, non l'ubicazione dell'antica Abellinum. Ai piedi di Abellinum, sempre più spopolato, fuori dalle mura perimetrali, sulla riva destra del Sabato, si andò formando, all'inizio dell'XI secolo, un nuovo insediamento abitativo lungo l'asse S. Ippolisto-S. Maria-Archi. Il nucleo aggregante di genti ed attività fu il cimitero paleocristiano, denominato "Specus Martyrum", anche se lo sviluppo avvenne tra la collina del castello ed il mulino degli Archi. Ma l'elemento propulsivo, che accelerò la nascita di Atripalda come nuovo borgo, deve ascriversi alla venuta di Truppoaldo, un longobardo dei conti di Avellino, a cui si ricollega il nome "Tripaldum". Egli, ereditata la parte orientale della contea, sulla riva destra del Sabato, si stabilì nel Castello, ubicato in posizione strategica, che fece ristrutturare e rinforzare. Lo sviluppo di Atripalda fu celere e considerevole tra l'XI ed il XIV secolo, favorito oltre che dalla presenza del feudatario, anche dal contemporaneo intrecciarsi di altri fattori favorevoli, quali l'ascendente religioso esercitato dalla Collegiata di S. Ippolisto, la felice posizione geografica idonea a stimolare i traffici mercantili, la presenza delle acque del fiume Sabato e della Salzola, nonché di un folto bosco che fornivano l'energia necessaria ai mulini ed altre attività industriali della zona (ferriere). Nel Medioevo il feudo di Atripalda comprendeva, quali suoi casali, anche Aiello del Sabato, Tavernola S. Felice (ora frazione di Aiello) e Cesinali. Suoi signori furono Ruggero de Lauro, che unificò nuovamente il feudo, eccessivamente parcellizzato a seguito delle continue suddivisioni tra i discendenti di Truppoaldo, i Capece, Bernardo Scillato (1285), i Montfort (1293), gli Orsini i Boccapianula, i Marzano. Atripalda rappresentò la scintilla che fece esplodere la guerra tra Angioini ed Aragonesi, il 19 giugno del 1501, che vede prevalere gli spagnoli, che attribuirono il feudo alla regina Giovanna, nipote di Ferdinando il Cattolico. L'animosità commerciale di Atripalda trae le sue radici, nei primi decenni del XVI secolo, dalla venuta di un nucleo di ebrei spagnoli, commercianti e finanzieri, convertiti forzatamente al cattolicesimo per evitare l'espulsione dal regno decretata dal vicerè Toledo nel 1541. Assai rilevante per la storia di Atripalda fu l'anno 1564, in cui il genovese Giacomo Pallavicino Basadonna cedette Atripalda in cambio dei possedimenti milanesi dei Caracciolo, che così iniziarono una lunga signoria sul paese irpino, col titolo di duchi, fino all'abolizione dei diritti feudali (2 agosto 1806). I Caracciolo risolsero anche l'antica diatriba religiosa tra Atripalda ed Avellino: essendo venuto meno l'ostacolo rappresentato dalla soggezione delle due cittadine a Signori diversi, essendo stato anche Avellino acquisito dai Caracciolo nel 1581, i feudatari si adoperarono affinché Atripalda si affrancasse da Avellino ed avesse una sua autonomia religiosa. La qual cosa si realizzò nel 1585. Oltre all'importanza della commercializzazione e della sfarinatura del grano a partire dalla metà del XVI secolo, Atripalda si giovò dello sviluppo dell'industria del ferro (tra il XVI ed il XVIII secolo), e soprattutto, della lana, che diede lavoro, fino alla fine del XVIII secolo, alla maggioranza della popolazione attiva. Fino alla fine del XVIII secolo Atripalda era cinto da mura che consentivano l'accesso tramite cinque porte: Porta di Susa alli Fossi, Porta del Seggio, Porta di Capo la Torre, Porta di S. Maria delle Grazie e Porta della Piazza. Altri eventi di rilievo da ricordare relativi alla storia di Atripalda sono la rivolta antispagnola ed antifeudale del 1647-48, la grave peste del 1656 e la tremenda alluvione del 1715, il progressivo recupero agricolo (nocciole, viti, colture irrigue) di terre paludose e coperte da vegetazione, che si ebbe tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo. In tale ultimo periodo, ricordiamo la partecipazione di parte degli atripaldesi alla rivolta anti francese (1799), la restaurazione borbonica (1815), i moti del 1820-21, il periodo più tranquillo sotto Ferdinando II (1830). Rilevante impatto per la crescita di Atripalda ebbe la costruzione della strada ferrata e, soprattutto, l'ubicazione della stazione di Avellino (inaugurazione 1/4/1879), quasi al confine con Atripalda, finendo per servire più la seconda che la prima.