La Valle Caudina e i borghi a strapiombo
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Cerreto Sannita
Cerreto Sannita è un centro di montagna, sorto in epoca moderna in un territorio popolato sin dall’antichità; l’economia locale poggia su molteplici attività, quali l’agricoltura, la zootecnia, l’artigianato della ceramica, l’industria e il terziario dei servizi. La città è disposta con pianta a scacchiera su uno sperone collinare che si affaccia sulla valle del torrente Titerno; il resto della comunità si distribuisce in un cospicuo numero di case sparse sui fondi e in alcuni minuscoli aggregati urbani. Il territorio comunale presenta un andamento altimetrico piuttosto vario: canyon e stretti valloni, propri del versante campano del massiccio del Matese, segnano le pendici calcaree del monte Monaco di Gioia, modellato nel corso dei millenni dall’erosione carsica. Sui bassi colli e sulle piane che si estendono alle quote inferiori le colture specializzate si alternano alla macchia mediterranea, composta in prevalenza da lecci, roverelle e carpini. Interessante è anche il patrimonio faunistico: nei boschi che rivestono i monti si aggirano il lupo e il gatto selvatico mentre un po’ ovunque sono presenti numerosissime specie avicole, quali rapaci, uccelli rupicoli e di passo.
Cerreto Sannita sorse verosimilmente nello stesso sito dell’antica COMINIUM CERRITUM, nominata dallo storico Tito Livio e distrutta, con Telese, dagli eserciti saraceni. È menzionata in un documento ufficiale del X secolo, con cui se ne sancisce la cessione alla badia di Santa Sofia. Dopo aver fatto parte del gastaldato di Telese appartenne al normanno Raone di Sanframondo, sotto il cui casato rimase fino al XV secolo. Nel 1483 fu infeudata dagli Aragonesi a Diomede Carafa, la cui famiglia ne mantenne il controllo fino all’eversione della feudalità. Nel 1571 fu eletta sede vescovile. Subito dopo l’unità d’Italia, nel 1861, si diffuse il brigantaggio, capeggiato localmente dal cerretese Cosimo Giordano e particolarmente presente negli anfratti montani dell’agro comunale. Tra le testimonianze archeologiche di cui il territorio comunale è ricco spicca il ponte di Annibale sul fiume Titerno, con arco a tutto sesto. Numerosi sono gli edifici religiosi: la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli (1616) conserva pregevoli tele, eleganti decorazioni in stucco e altari in marmi policromi; la cattedrale della Santissima Trinità (1739), a tre navate, è abbellita con pitture e stucchi in stile rococò; la collegiata di San Martino, a tre navate con cupola, cappelle laterali, transetto e coro, è arricchita all’esterno da una scalinata; la chiesa di Sant’Anna è caratterizzata da una copertura a capriate di legno e racchiude alcune statue lignee del XVIII secolo. Nel 1688 l’abitato fu distrutto completamente da un terremoto; venne perciò ricostruito più in basso, con l’impianto urbanistico a scacchiera che conserva ancora oggi e con abitazioni non più alte di due piani. Anche nel 1980 la scossa tellurica causò seri danni lesionando più di mille edifici.
La vecchia Cerreto
Il primo documento che cita Cerreto è un diploma imperiale che risale al X secolo. In questo documento dell'anno 972 l'imperatore Ottone II di Sassonia confermò il possesso della chiesa di San Martino di Cerreto all'abate Gregorio di Santa Sofia in Benevento. Questa donazione fu ratificata successivamente nel 1022 e nel 1038 rispettivamente dagli imperatori Enrico II il Santo e Corrado II il Salico, e nel 1088 dal papa Gregorio VII.
Grazie anche al lento declino della città di Telesia ed in particolar modo al devastante terremoto del 1349 la vecchia Cerreto acquistò un ruolo sempre maggiore nella zona dal punto di vista economico, commerciale e demografico. Il sisma del 1349 infatti sconvolse il suolo telesino dando origine ad asfissianti mofete. I superstiti, per evitare la morte a causa della malaria e di altre malattie mortali, si trasferirono nei centri più vicini come Cerreto, Solopaca e San Salvatore Telesino. Anche i vescovi abbandonarono Telesia e vagarono nella diocesi in cerca di una dimora stabile che trovarono solo nel XVI secolo nell'antica Cerreto.
A partire dal XV secolo Cerreto conobbe un importante sviluppo economico dovuto alla fiorente industria ed al commercio dei panni lana. Le famiglie più ricche e le confraternite possedevano migliaia di capi di bestiame che in inverno, attraverso i tratturi della transumanza, venivano portate in Puglia dove il clima era più mite. La lavorazione della lana avveniva invece a Cerreto all'interno delle case (fase della tessitura) e in appositi opifici (fasi della gualcatura, cartonatura e tintura). Secondo lo storico Di Stefano il numero complessivo dei capi di bestiame cerretesi ammontava a duecentomila.
Cusano Mutri
Centro di montagna di antiche origini, sorretto dalle tradizionali attività rurali, da alcune piccole imprese industriali e dal terziario. L’abitato è disposto in pendenza sulla cima e i fianchi di uno sperone roccioso posto al centro di una valle; costituito in gran parte da costruzioni e gradinate in pietra locale, conserva un aspetto tipicamente medievale. Il territorio comunale presenta una morfologia marcatamente montana: foreste di faggi e querce, conche intermontane, vette rocciose tormentate dal carsismo e spettacolari gole a picco sulle valli fluviali conferiscono all’agro cusanese un aspetto selvaggio.
Popolata già al tempo dei romani, è identificata da alcuni studiosi con l’antica Cossa sannitica; in ogni caso è menzionata per la prima volta nel 797 d.C., in un atto di donazione stipulato in favore dell’abate Teodomaro di Montecassino. Nel XIV secolo apparteneva ai Sanframondo, che ne mantennero il possesso fino alla fine del XV secolo. Fu successivamente feudo dei De Vera, dei Gaetani, dei Colonna, dei Carafa, degli Origlia, dei Mansolino, del marchese Berardino Barionovo e dei Leone. Nel 1861 entrò a far parte della provincia di Benevento. Nel corso della storia di Cusano Mutri sono stati registrati due terremoti che causarono danni all’abitato: nel 1688 crollarono tre case mentre nel 1930 il 33% delle abitazioni furono lesionate. Risale al 480 d.C. una delle antiche torri erette a protezione del castello, che conserva inoltre una delle porte d’ingresso nonché portali intarsiati, stemmi araldici e scalinate medievali. Numerosi sono inoltre gli esempi di architettura sacra: la chiesa romanica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo custodisce, dietro l’altare maggiore, una costruzione barocca in legno; la chiesa di San Giovanni Battista, edificata tra l’890 e il 1100 con pianta a croce latina, racchiude un reliquiario in argento del XV secolo contenente una delle spine della corona di Cristo; la chiesa di San Nicola espone una statua della Vergine del Rosario del 1689; la chiesa di Santa Maria del Castagneto, eretta tra il VII e l’VIII secolo, vanta una statua lignea duecentesca della Madonna col Bambino. L’architettura laica comprende il palazzo settecentesco dei Santagata e palazzo Franco (XIII secolo), abbellito da affreschi e preziosi arredi antichi.
Incantevole e rinomato borgo medioevale arroccato su uno sperone roccioso caratterizzato da costruzioni in pietra, Cusano Mutri si trova in provincia di Benevento. Apre le porte all’area sannita del Matese, proprio nel cuore del Parco Regionale del Matese, al confine tra Campania e Molise.
Storia, natura incontaminata, aria pulita, tradizioni, gastronomia ne fanno un territorio meraviglioso.
Il centro storico di Cusano Mutri, tipicamente medievale, conserva ancora tutto il suo fascino originario caratterizzato da stradine strette, portici e case con portali e finestre in pietra lavorata. La porta di mezzo, costituita da un semplice architrave in pietra, sorge sulla scalinata di via Vicinato Lungo e un tempo divideva il borgo medievale dalla parte di espansione quattrocentesca.
Non a caso Cusano Mutri è stato inserito nella guida de “I borghi più belli d’Italia”.
Questo bellissimo borgo è il luogo ideale per gli amanti della tranquillità, qui il tempo sembra essersi fermato, quasi cristallizzato in un’epoca medioevale ben precisa.
Limatola
La vallata in cui sorge Limatola è dominata ad est dal massiccio del Taburno, a nord e ad ovest dalle propaggini collinari del preappennino campano e dal gruppo del Monte Maggiore. A sud la vallata è chiusa dai Monti Tifatini.
Il territorio di Limatola si presenta per il 30% collinare e per il restante 50% pianeggiante. Un tempo, il paese era suddiviso in quattro frazioni sparse, di cui la principale intorno al colle del Castello, oggi, si sviluppa lungo tutta la strada provinciale di collegamento con la strada statale 87(sannitica) e la strada statale 265.
Lo sviluppo urbanistico del paese è avvenuto di pari passo con l'industrializzazione, anche se in modo disordinato per la mancanza di un piano regolatore. Il reddito pro-capite dei suoi abitanti risulta essere elevato rispetto a quello dei paesi vicini, ma questo non significa che Limatola non abbia problemi.
Allo sviluppo industriale, non si è accompagnato uno sviluppo socio-culturale, anche se si registra un discreto numero di diplomati e laureati.
Un importante ruolo, in questo senso, possono svolgere le Associazioni laiche che negli ultimi anni hanno iniziato ad operare nel Paese, nel tentativo di abituare i giovani al confronto e al dibattito, coinvolgendoli nell'organizzazione di manifestazioni protese alla valorizzazione del territorio e del patrimonio artistico.
Sulle origini del nome Limatola esistono due scuole di pensiero. C'è chi fa derivare Limatola da "limo", ovvero terra limacciosa, fertilizzata dal fiume e, chi invece intende terra levigata, spianata dal fiume. La prima ipotesi sembra essere la più coerente con la tradizione linguistica e dialettale delle nostre terre.
Limatola è documentata già in epoca longobarda come presidio militare del Principato di Capua, al confine con il Ducato di Benevento. Con la costituzione della Contea di Caserta ne segue le vicende dinastiche, prima con la Casa longobarda, poi con i Lauro (ramo cadetto dei Sanseverino) e i Della Ratta (fino al sec. XV). Acquisita per matrimonio dai Gambacorta, conobbe un rinnovato splendore nei secoli XVI e XVII.
Passata al Demanio Regio(1734) fu acquistata dai Mastelloni, cui successero i Lattieri d'Aquino e i Carafa, fino all'eversione della Feudalità (1806).
Dell'antica Limatola, oggi, resta un affascinante quanto degradato Castello con annesso borgo in una posizione invidiabile, a guardia della vallata sottostante.
Visitando un antico tracciato viario, detto diverticulum che, partendo da Calatia, antica città Campana, si snodava lungo il territorio di Limatola e di Dugenta, unendo l’Appia antica alla via Latina che passava per Telesia, si può ancora ripercorrere il cammino della Storia. Oltrepassati i Vanvitelliani Ponti della Valle che uniscono i monti Tifatini al Monte Longano, si entra nel Sannio Caudino, un tempo abitato dai Caudini (una delle quattro tribù dell’antico Sannio: Carecini, Pentri, Caudini, Irpini) che avevano come capitale Caudium, l’attuale Montesarchio. Ebbene il territorio di Limatola, per la sua posizione strategica, tra le fortezze di Caiatia, Trebula, Cubulteria, assumeva un ruolo di passaggio obbligato, sia per chi entrava nel Sannio da Ovest, lungo la prima valle del Medio Volturno, attraverso la stretta di Triflisco, sia per chi proveniva dalla valle dell’antica Allifae.
Oggi, il turista che entra nel territorio di Limatola, proveniente da Napoli-Caserta, o anche da Roma-Capua avverte ancora i segni del passato: sono essi il Castello Medievale, costruito intorno al Mille su di un arce Sannitica che, posta a difesa della Media valle del Volturno, faceva parte di una corona di fortezze, tra le quali quella di Castelmorrone, di monte Alifano, di Monte Santacroce, sui colli Caiatini e monte Castellone (La Colla), tra Camigliano e Bellona. Furono proprio i Monti Tifatini, l’avamposto sannita da dove i Samnites "Gentes fortissimae Italiae" di cui parla Plinio il Vecchio, scesero in pianura, nel 424 a.C. sottomettendo Capua, capitale della federazione etrusca.
Erano i Sanniti un popolo bellicoso e fiero "Gens vana indocilisque quieti". (Punica, 11. 11-12). Ebbene proprio l’incipit di una prossima pubblicazione di Giuseppe Aragosa sembra rievocare queste antiche memorie "Limatola, terra di memorie valle di transito, sogno di popoli erranti, come le acque del Volturno, un tempo limpide come cristallo e mormoranti entro il verde di salici e pioppi. Dal passo di Finestra, nuova Termopili delle guerre risorgimentali, nelle notti di luna piena, da primavera all’ultima estate, sembra di vedere ancora ombre di guerrieri azzuffarsi nel piano in cento battaglie il cui eco resta stampato tra gli antichi manieri che si innalzano sulle cime boscose, sui ruderi di fortezze sannite entro i confini di chiese e cappelle che segnano i punti della fede, il cammino dei pellegrini, la speranza dell’uomo...". Quel sogno, in certo senso, si può ancora percepire visitando le memorie storiche che gravitano sul territorio di Limatola. Tra esse primeggia il Castello Medievale che viene nominato nel 1113, nella Bolla di Sennete, quando tra le quindici Chiese elencate si riporta l’Ecclesiam S. Nicolai intra castellum.. Un’altra data storica, riferita al castello, è il 1277, quando la duchessa di Limatola, Margherita De Tucziaco, cugina carissima di Carlo I d’Angiò, fa restaurare il maniero, avuto in dono dal Re angioino con atto riportato nel Liber Donationum. Fortezza imprendibile, il castello di Limatola, dalla doppia cinta muraria, era difeso da quattro fortini, posti ai quattro punti cardinali. Durante la Rivoluzione di Masaniello del 1647, divenne sicuro rifugio dei nobili dei paesi vicini. Una serie di Duchi lo possedettero, tra i quali i Gambacorta che lo tennero in possesso dal 1509 al 1734. Nel tumulto di Napoli del 1693, Gerardo Gambacorta che ne fu l’autore, nascose proprio nel castello di Limatola le armi della rivolta. Forte personalità quella del Duca Gambacorta, " nobile facinoroso e irrequieto" come è definito nella "Storia di Napoli" (tomo VII p. 104), principe di Macchia, promotore anche della cosiddetta "Congiura di Macchia" contro il governo spagnolo, nel 1701. Di questo duca Gerardo Gambacorta si possono attingere notizie nell’opera citata.
Nella sua posizione centrale, il Castello domina l’antico borgo medioevale che lo circonda come un anello, conservando ancora vestigia del passato, tra cui cinque archi catalani.
Da Limatola, avanzando verso il territorio di Dugenta, si possono rinvenire i tracciati abbastanza evidenti dell’antica centuriazione romana, eseguita dai circa seimila coloni latini, che furono dedotti nel 313 a.C. a Saticula, città sannita che tenne testa alla potenza romana in espansione, e che infine capitolò nel 315 a.C. Pare che il mistero dell’ubicazione di Saticola, di cui hanno parlato oltre cinquanta autori, debba rinvenire la sua soluzione proprio nel territorio tra Limatola e Dugenta, secondo anche le recentissime scoperte archeologiche dovute al noto archeologo Werner Yohannowsky.
Quella di Saticula appare una delle centuriazioni più antiche per la sua disposizione " per strigas" , con un sol decumano accertato, intersecato da cardini distanti tra loro 713 metri, come afferma il citato archeologo Werner Yohannowsky.
Il Decumano ha inizio sul Volturno di fronte alla località Squille che è identificabile con ogni probabilità con la stazione itineraria "Syllas". Sull’argomento si è tenuta a Limatola un Convegno il 15 Settembre su iniziativa della Pro Loco, il settimanale il Resto, con la partecipazione degli studiosi Armando Aprea da Roma, Giuseppe Aragosa da Limatola e Pino Carosis da Castel Morrone, gli atti a cura dell’editore de il Resto Francesco Cappiello, sono di prossima pubblicazione.
Terra di passaggio di popoli, di eserciti e condottieri, quella di Limatola: di qui, passarono le armate di Annibale, attraversando il Volturno ben dieci volte; di qui passò Q. Fabio Massimo, il temporeggiatore; di qui passò Claudio Marcello che inseguiva Annibale:". Egli stesso (Claudio) da Casilino si diresse a Caiazzo e di qui, varcato il Fiume Volturno, passando per il Territorio di Saticola e di Trebula, salito fino a Suessula, giunse a Nola attraverso i monti". (Livio, XXIII, 39). Di qui passò Annibale, dopo la strabiliante vittoria di Canne, il 2 agosto del 216 a. C., per entrare a Capua che lo accolse da trionfatore, tra una folla festante. (Livio XXXIII,7). Di qui passò Lucio Silla, quando nell’83 a.C., proprio presso le rive del Volturno affronta con le sue legioni l’esercito di Gaio Norbano sconfiggendolo. E per commemorare la vittoria Silla salì sul tempio di Diana Tifatina, concedendo alla dea campi e sorgenti che rientravano anche nel territorio di Limatola. Tale donazione, come ricorda Velleio Patercolo, fu incisa in una lapide apposta all’ingresso del tempio.
La media valle del Volturno fu transito non solo di popoli e civiltà, ma divenne anche veicolo della lingua osco-sannita che avendo raggiunto l’apogeo nella cosiddetta "Mesogea", (ovvero in quella fascia di territorio che partendo da Capua, attraverso la pedemontana dei Tifatini, terminava a Pompei, passando per Calatia, Suessula, Nola), si diffuse in tutto il Sannio.
E proprio a Capua, il centro osco più importante, si conservano le testimonianze più preziose della lingua osca, attraverso le famose Jovile, ovvero un gruppo piuttosto omogeneo di iscrizioni osche, su terracotta e tufo, in cui compare frequentemente la parola Juvilas, datate tra la metà del IV secolo e la metà del III secolo a. C. Esse, in numero di 26 suddivise tra stele di terracotta (17) e stele di tufo (9) sembrano inquadrarsi in un ambito funerario.
Tra i monumenti da visitare a Limatola, oltre al castello medievale, ricordiamo la vecchia Chiesa di S. Eligio, eretta nel 1388 dai Francesi, oggi santuario di S. Eligio, ristrutturato dalla Soprintendenza ai beni ambientali, architettonici, artistici e storici della provincia di Caserta. Il tempietto, di squisita architettura, ad una sola navata, termina nella graziosa cupola, ed è posto quasi al centro di un ampio spazio circolare, coronato tutto intorno dai monti Tifatini, dal Matese, dal monte Maggiore e dal vasto Taburno, come lo definisce Virgilio, quando canta le viti e gli olivi che verdeggiavano alle sue falde: " Iuvat Ismara, Baccho/ conserere atque olea magnum vestire Taburnum" ( Georg., II, 37-38) . ( E’ bello far germogliare dall’Ismaro le viti e rivestire il grande Taburno di viti.)
Altro importante monumento è la vecchia Chiesa di S. Biagio martire e S. Sossio, costruita agli inizi del ‘500, poco distante dall’antica chiesa di S. Biagio, nominata nella Bolla di Sennete del 1113, ma di cui non restano che tracce. La nuova Chiesa di S. Biagio fu restaurata dal duca Gambacorta nel 1724, come si legge nella memoria sotto la volta. La Chiesa conservava una meravigliosa pala di altare, rubata il 5/10/1999, a seguito della ristrutturazione, durante la quale, sotto il pavimento fu rinvenuto il corpo di un nobile, forse un duca della famiglia Gambacorta, con un bambino, completi di vestimenti d’epoca. Presso la Chiesa nuova di S. Biagio, posta al centro del paese, nella parte bassa, è d’obbligo la visita della Campana Giubilare, fatta costruire dal parroco don Giuseppe Giuliano con il concorso del popolo di Limatola. La campana, quarta d'Italia per grandezza, è posta su un supporto d’acciaio, davanti al campanile, e fa sentire la sua voce nei momenti forti e nelle ricorrenze più solenni dell’anno liturgico.
Ma il gioiello di tutta l’architettura limatolese resta la Chiesa di A.G.P.
L’aspetto tardo settecentesco che oggi la caratterizza, nasconde origini ben più antiche. Fu fondata infatti prima del 1403, per volontà di una confraternita laicale, i Battenti, ancora oggi raffigurati nello splendido portale rinascimentale di gusto spiccatamente toscano, che risale al 1503. L’originaria pianta ad una sola navata fu ampliata con l’aggiunta di due navate laterali. Nel 1764, fu realizzato l’attuale imponente campanile, in sostituzione di uno più antico ad opera dell’ economo Nicolaus Romano.Sulla sinistra del portale di ingresso è ancora riconoscibile, nonostante le numerose modifiche, l’edificio rinascimentale dell’A.G.P., con annessa una cisterna per la raccolta delle acque, nominata più volte nei documenti dell’archivio vescovile di Caserta. Lo splendido polittico di Francesco da Tolentino, pittore marchigiano, datato 1527, oggi in deposito temporaneo presso il Museo del Territorio della Reggia di Caserta per restauro, è in attesa del rientro in sede entro l’imponente macchina lignea, purtroppo asportata da ignoti nella notte del 19/09/1999. Un’altra chiesa molto antica era quella di San Tommaso, rifatta dalle fondamenta nel 1762 dal M. R. parroco don Lorenzo Marrocco. In essa nel 1752, durante i lavori di restauro, venne alla luce un cadavere incorrotto di un sacerdote, forse parroco, che esposto al pubblico per più giorni operò miracoli tra i fedeli accorsi in massa dai paesi vicini. Una lapide ne ricordava l’evento. In questa stessa chiesa si trovava la lapide del cavaliera Romano Pacideo Carpiano, oggi conservata nel Museo Archeologico di Napoli. La chiesa, purtroppo distrutta nei suoi tesori e nella sua lineare bellezza, oggi è divenuta un ristorante. Delle oltre 15 chiese nominate nella bolla di Sennete del 1113, oggi restano solo ruderi. Ma le più antiche memorie storiche di Limatola risalgono ad alcuni secoli avanti Cristo. Qui nella contrada Cisterna, negli anni cinquanta vennero alla luce vasi di bucchero ed altri reperti archeologici risalenti alla civiltà Etrusca. Difatti una comunità Etrusca si era stanziata proprio in quella contrada verso il VI Secolo a.C., quando Capua era ormai divenuta la capitale dell’Etruria Campana, organizzata in federazione di 12 città, la famosa Dodecapoli. (Strabone, V, 4,3). Da alcuni decenni Limatola è passata dal settore primario (agricoltura e pastorizia) al settore secondario (le industrie) e a quello dei servizi. Numerose fabbriche popolano il suo territorio (se ne conta una ogni quaranta abitanti circa), e tra esse primeggia una vera e propria industria la Tesseci Cicala ubicata lungo la provinciale Limatola Biancano. Tuttavia il fervore industriale e imprenditoriale del presente non fa dimenticare il passato "che rivive ancora a Limatola, si sente come il battito del cuore, si respira come l’aria".
Morcone
Il centro abitato di Morcone costituisce il polo urbano di maggiore importanza dell’area dell’Alto Tammaro, sia per la sua dimensione demografica, sia per l’estensione del suo territorio, sia, infine, per le funzioni che ha svolto nel tempo e che ancora mantiene nell’ambito di un ampio comprensorio che confina col Sannio molisano. Di origine molto lontana, era una munitissima ed estesa arx nel periodo sannitico. Di origine molto lontana, era una munitissima ed estesa arx nel periodo sannitico sulla quale fu edificato il villaggio di “Mucre”, del quale sopravvivono diversi resti come il recinto fortificato in opera poligonale (V-IV secolo a.C.) utilizzato nell’ XI sec. d.C. dai Longobardi come basamento delle mura del castello.
Costruita sul versante molto acclive di un colle che domina la valle del Tammaro, situata in un fondamentale nodo viario dove si incrociavano le strade provenienti dalla valle beneventana, dalla valle telesina, dal Fortore, dai monti del Matese e dal Molise, contigua alla piana di Sepino e prossima ad un altro importante insediamento, quale era quello di Boiano, ebbe un notevolissimo significato strategico e commerciale. Più volte entrò, infatti, nelle cronache delle vicende belliche che interessarono l’Appennino sannita tra IX e XVI secolo. Era dotata di una poderosa rocca, interamente ricomposta in epoca normanno-sveva, che dominava un'articolata struttura urbana, costruita su terrazzamenti con apparecchiature murarie interamente in pietra calcarea, ed era difesa da una cinta muraria in cui si aprivano ben sei porte. All’interno era divisa in sette parrocchie con chiese pregevoli alcune di fondazione altomedievale come San Pietro e come S. Maria de Stampatis, altre di fondazione moderna come la collegiata di S. Bernardino. Il suo territorio di pertinenza, attraversato dal tratturo regio Pescasseroli-Candela, si giovò particolarmente, nel lungo periodo, degli scambi collegati alle attività della transumanza. Morcone sviluppò di conseguenza attività artigianali in alcuni casi di livello proto-industriale quali la tessitura e la tintura dei panni di lana. La ricca e varia gamma di modelli abitativi del suo tessuto edilizio mostra come fosse composta la società locale e mostra, altresì, la forte incidenza del ceto civile. Il centro abitato registrò un progressivo incremento demografico fino a raggiungere agli inizi del XX secolo insieme ai suoi casali circa 9000 abitanti. Il toponimo dipende probabilmente dal latino mucro, mucronis “punta aguzza, sporgenza rocciosa”, in riferimento alla forma del monte su cui sorge l’abitato, denominato monte Mucre.
Sant'Agata dei Goti
Secondo gli studi storici più accreditati, sorge sul luogo dell'antica Saticula, città sannitica ai confini della Campania, ricordata nel 343 a.C., quando durante la prima guerra sannitica vi si accampò il console Cornelio, il quale rischiò di perdere l'esercito e fu salvato grazie all'abilità di Decio.
Nel 315 a.C., durante la seconda guerra sannitica, Saticula fu assediata dal dittatore Lucio Emilio e fu presa da Quinto Fabio; nel 313 vi fu dedotta una colonia e durante la seconda guerra punica rimase fedele a Roma. Meno fondata appare la tesi che identifica Sant'Agata con l'altra città sannitica di Plistia. Il nome attuale, Sant 'Agata de' Goti, risale al sec. VI d.C., allorché i Goti, sconfitti nel 553 d.C. nella battaglia del Vesuvio, ottennero di rimanere nelle loro fortezze come sudditi dell'impero: una colonia di Goti si stabilì qui. La città fu presa dai Longobardi e fece parte del ducato dì Benevento; nell'886, come alleata dei Bizantini, fu assediata e presa dall'imperatore Ludovico II; nel sec. X divenne sede vescovile.
Nel 1038 vi si rifugiò Pandolfo IV di Capua, insieme col vescovo Basilio di Montecassino, per sfuggire a Corrado II: aiutato dai Bizantini vi si difese per nove anni. Nel 1066 se ne impadronirono i Normanni e nel 1230 passò al Papa Gregorio IX; all'inizio del sec. XIV Bartolomeo Siginulfo, conte di Caserta, la vendette al provenzale Isnard de Ponteves; nel 1343 fu concessa a Carlo Artus, figlio naturale di re Roberto e marito di Andreana Acciaiuoli. Nel 1400 appartenne ai Della Ratta, nel 1528 agli Acquaviva, quindi ai Cosso fino al 1674; nel 1696 l'acquistò Marzio Carafa duca di Maddaloni, alla cui famiglia rimase fino all'eversione della feudalità. La diocesi di Sant' Agata de' Goti, suffraganea dell'archidiocesi di Benevento, risale a epoca molto antica. Nel 970 la sede vescovile fu ripristinata con la nomina a vescovo di Madelfrido. Tra i vescovi che sedettero sulla cattedra di Sant'Agata sono da ricordare particolarmente Felice Pererti (1566-72), poi Papa col nome di Sisto V, e Sant'Alfonso de'Liguori (1762-75), dottore della chiesa e fondatore della congregazione Redentorista.
Numerosi sono gli avanzi di epoca romana sparsi nell'abitato: cippi sepolcrali, iscrizioni, colonne. Le necropoli, scavate alla fine del settecento nel capoluogo e nelle località Presta e San Pietro, nelle vicinanze, hanno portato alla luce vari bronzi e vasi saticulani a figure rosse su fondo nero, ora conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, in quello di Benevento e di alcuni paesi europei.
Altri reperti ancora, importantissimi, come vasi d'impasto, di bucchero, un aryballos ovoide del Protocorinzio medio, vasi geometrici arcaici, qualche vaso apulo e lucano, vasi campani, oggetti di bronzo e lucerne romane, sono tenuti da molto tempo presso palazzi privati.
Montesarchio
Montesarchio è una cittadina di montagna di antichissime origini, sorretta principalmente dall'industria, dal commercio e dal terziario dei servizi. Il territorio comunale è caratterizzato da un profilo geometrico molto vario: stretto tra i massicci calcarei del Taburno e del Partenio, occupa una consistente porzione della fertile e pianeggiante Valle Caudina, solcata dai rami superiori del fiume Isclero. Il resto dell'agro montesarchiaro è occupato prevalentemente da colli rivestiti di boschi e segnati dalle geometrie dei vigneti e dei frutteti. Abitata sin dal neolitico, ospitò antichi insediamenti già nel VII secolo a.C.; vi sorse inoltre la città sannitica di Caudium, la cui precisa posizione all'interno dell'agro comunale non è però ancora stata definita. Menzionata per la prima volta in un documento datato 1073, fu assegnata a Umfredo nel corso del XII secolo, quando i territori beneventani furono divisi tra i conquistatori normanni. Nel 1127 fu ceduta al conte Rainulfo I, il cui cognato Ruggero, già conte di Sicilia e poi duca di Puglia e re delle due Sicilie, se ne impossessò con la forza qualche anno più tardi. Fu donata successivamente da Carlo d'Angiò a Giovanni della Leonessa, la cui famiglia, legata agli Aragonesi, fu espropriata dei propri possedimenti; fu perciò concessa ai Caracciolo ma Alfonso d'Aragona, dopo aver sconfitto in una famosa battaglia il rivale Renato d'Angiò, riuscì nuovamente a impossessarsene. Nel 1453 divenne territorio del demanio regio, passando nel 1480 a Carlo Carafa. Il terremoto del 1732 colpì gravemente l’abitato. Nel corso delle guerre tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII prima, e tra Carlo V e Francesco I poi, il Carafa parteggiò per i francesi e fu per questo spogliato di tutti i suoi possedimenti; il feudo, per volere di Carlo V, fu donato ad Alfonso D'Avalos D'Aquino, sotto la cui dinastia rimase fino al 1861, quando fu aggregato alla provincia di Benevento. Il 41% delle case fu lesionato a causa del sisma del 1930; danni rilevanti furono registrati anche a causa del terremoto del 1980. Tra le costruzioni più antiche spicca una torre di avvistamento, eretta dai romani, rimaneggiata dai longobardi e successivamente restaurata dagli Aragonesi; era collegata, mediante un passaggio sotterraneo, a un castello medievale (VIII secolo), della cui struttura originaria, dopo la sovrapposizione di un grosso edificio nel XIX secolo, restano tracce nel basamento e nell'ingresso. L'agro comunale ospita inoltre edifici sacri di grande pregio, tra cui figurano l'abbazia medievale di San Nicola, la chiesa e convento di Santa Maria delle Grazie, edificata nel XIII secolo, la chiesa seicentesca della Santissima Trinità e quella settecentesca, con annesso convento, di San Francesco.





