L'Appia Traiana e la Valle del Grano

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Fontanarosa
Ecco una cittadina irpina che sorta su un terreno mosso e collinoso (Altitudine 480 Mt. S/m e una superficie territoriale di Kmq. 16,75) non si è lasciata frazionare dai contorcimenti della natura. Essa si presenta compatta nelle case e saldamente articolata nelle vie, che ruotano intorno ad una bella piazza, una volta centrata da un tiglio tozzo e oppresso da una cupola di verde. Alcune vie scoscendono a precipizio, ma la statica è sicura è sorretta dalla struttura pietrosa del terreno e della sapienza costruttiva degli abitanti (circa 4000). La cittadina ha una unità architettonica che si impone subito, nel decoro esteriore e nella dignità delle sue linee. Forse le leggi dell’armonia e delle proporzioni sono state tratte dal paesaggio mirabile che a forma di conca vastissima si dispiega dolcemente sotto lo sguardo di Fontanarosa, fino all’orizzonte delimitato dalle montagne evanescenti dell’Appennino. La cittadinanza si adagia su di un colle pingue di vigne e di oliveti e la sua ben nota costrutta robustezza si affina solo nella leggiadria del nome. Oltre la leggenda che si parla di una fontana che sarebbe esistita anticamente in un gran roseto e appartenente ad una tale Rosa, chi ci dirà con certezza l’origine di questo nome? Anche la sua fondazione è incerta e chi spinge fino alla superstite popolazione dell’antica Eclano distrutta nel 662 per opera dell’Imperatore Greco Costante II°, non può spiegare i secoli di silenzio in cui la località sarebbe rimasta avvolta, fino a quando i Normanni non ci hanno dato una più sicura testimonianza della sua origine. Infatti gli scarsi avanzi di un cartello normanno segnano l’origine di Fontanarosa. Qui, più precisamente in località Fiumara, furono rivenuti armi ed utensili dell’età della pietra in un sepolcreto. Nel 987 Fontanarosa fu distrutta da un orribile terremoto in cui perirono quasi tutti gli abitanti. La sua storia feudale è scarsa di rilievo, il paese nel sec. XIII fu feudo di una famiglia che ha il suo stesso nome e poi viene assorbita da quella più prestigiosa della contea dei Gesualdo, da cui passò ai Principi di Piombino, ai Ludovisio e poi ai Tocco, principi di Montemiletto e infine ai Cantelmo Stuart che furono gli ultimi feudatari. Ma le croniche in mancanza di meglio, ci tramandano fatti di contenuto religioso che danno subito sviluppo e rinomanza a Fontanarosa, quando cioè fu rinvenuta in un pozzo del luogo la statua in terracotta della SS. Vergine. La statua fu nascosta per sottrarla alla furia persecuzione degli Iconoclasti che addolorano la Chiesa per ben 116 anni (726-742) e sarebbe rimasta così seppellita se una pastorella, guidata dall’apparizione della Vergine, non avesse additato agli abitanti del luogo il ricettacolo dove si conservava la sacra Icone. Nella vicinanza del pozzo, da cui scaturiva un’acqua che apparve subito portentosa per la salute dei fedeli fu in breve costruita una cappella, la quale, successivamente ampliata (1731), assume le proporzioni notevoli dell’attuale chiesa, detta appunto di Maria Santissima della Misericordia o del Pozzo. E’ un Santuario fastosamente decorato, ricco di doni votivi e di preziosi paramenti sacri, con altari di marmo pregevole e dipinti di sicuro valore artistico, come un trittico in legno colorato e dorato del sec. XVII, dono del Principe Carlo Gesualdo e un quadro della Vergine con bambino 1che dona il giglio a S. Antonio, appartenente alla scuola di Luca Giordano. Nel 1750 vi fu fondata l’accademia letteraria chiamata “dei Lincei”. La bella statua della Vergine, con una triplice corona d’oro in testa, è oggetto di profonda devozione da parte degli abitanti e di pellegrini che accorrono da ogni contrada, specie in occasione dei festeggiamenti annuali. Accanto al tempio si erge un imponente campanile in pietra lavorata, che svetta nella aria limpidissima con una cupola scintillante, a forma di cipolla di tipo orientale. Essa è coperta di maioliche multicolori che mandano al sole barbagli di fantastica policromia. Su una parete di questo campanile, i cittadini hanno voluto incastonare il ritratto, pure in maiolica del figlio più illustre del luogo il famoso predicatore domenicano del 600 Padre Fontanarosa (1608 – 1689) – al secolo Salvatore Avvisati – che dal pergamo delle maggiori chiese d’Italia sferzò tiranni, Papi e gesuiti con una facondia prodigiosa e dotta e con una veemenza inusitata in tempi di controriforma cattolica. Spirito indomito e battagliero, mordace e caustico, si tramandano di lui non pochi aneddoti celebri e motti arguti. Oltre il Santuario di Maria SS. Della Misericordia o del Pozzo occorre ricordare la Chiesa parrocchiale di S. Nicola protettore rinnovata ed abbellita con facciata e pietra locale con cupole (negli anni 1953 – 1959) per iniziativa del defunto Don Davide d’Italia (1902 – 1959), la quale nel transetto conserva due grandiosi quadri del ‘600 di scuola napoletana la Vergine col Bambino e Santi e l’Ultima Cena. Di Fontanarosa è celebre anche la collezione di soggetti da Presepe del ‘700, alcuni dei quali sono di una rara bellezza artistica. Lo avvio alla costruzione di questo celebre Presepe è da attribuire al benemerito cittadino don Gennaro Penta (1855 – 1933) ed ai suoi collaboratori: Schettino Leopoldo, Penta Camillo e Cerandolo Giuseppe, presepe che ora impreziosisce il Museo Irpino dal Maggio del 1969. Accanto al presepe c’è il famoso “Carro di paglia” che risale al XVI secolo e che celebra la devozione popolare per Maria SS: della Misericordia o del Pozzo. La tradizione orale fa risalire la secolare istituzione a tempi immemorabili, quando i contadini delle varie contrade caricavano i loro carri di covoni di grano, per recare la loro offerta di ringraziamento ai piedi della Vergine nei giorni della sua festa. Ne nacque una gara di contrade per l’allestimento del carro più bello. Qualche secolo dopo, appunto nel XVI, la comunità di quell’antico paese normanno decise di costruire un solo “Carro -obelisco”, al cui allestimento partecipasse tutto il popolo: alla rivalità delle contrade succedeva la concorde e appassionata collaborazione di tutti, segno di una devozione più sincera e più autentica. Un popolo unanime nella manifestazione della fede comune. Più volte ricostruite e più volte consunto o distrutto dal trascorrere o dalla fatalità di eventi rovinosi – come l’incendio del 1889 – il “Carro” rimase immobile durante gli anni della prima e seconda guerra mondiale. Rifatto completamente tra il 1947 e il 1952, ha resistito al tempo per altri vent’anni. Dal 1972 la fede e l’abilità artigianale e artistica degli abitanti di Fontanarosa hanno ridato alla festa di agosto il capolavoro di tutti i tempi. Il nuovo obelisco di paglia, che ogni anno ripercorre il tragitto dalle campagne di Fontanarosa sino alle porte della Chiesa di Maria SS: della Misericordia o del Pozzo, possente nella sua mole miracolosamente leggero e mobile nello svettare armonioso delle sue colonnine e delle sue guglie, è costato tre anni di fervido lavoro e di eccezione 2impegno da parte di tutti con in testa il parroco Don Giulio Ruggiero e l’artista Mario Ruzza. Il rito, insieme di ringraziamento, di espiazione e di speranza si rinnova annualmente il 14 agosto. Di tutti questi tesori la cittadina non mena vanto per una sorta di pudicizia e di compostezza che avvolge uomini e cose. Ma il chiaro silenzio del paesaggio esprime una gravità solenne che è più persuasiva di ogni parola e che finisce col condensarsi nel volto severo e tormentato di Padre Fontanarosa, spirito e voce di questa terra irpina.
Savignano Irpino
L’abitato sorge in posizione panoramica su uno sperone, da cui domina la stretta valle del torrente Cervaro, percorsa da alcune importanti vie di comunicazione. Del castello medievale, trasformato dai Guevara in una residenza signorile, sono visibili le imponenti mura. In corso Vittorio Emanuele è situato palazzo Orsini, realizzato per volere di Papa Benedetto XIII, nei pressi della chiesa del Purgatorio. Inizialmente nasce come Hospitus Pro Peregrinis, in seguito assume la denominazione del nome della famiglia del papa ed attualmente è la sede municipale dal 18 marzo 1863. In largo Don Palmieri si trova la chiesa Madre di San Nicola e Sant'Anna. Centro appartenuto ai feudi dei Greci e dei La Ferrara, passa in epoca angioina agli Spinelli e poi concessa, all'inizio del XV secolo, a Francesco Sforza e in seguito alla famiglia nobile spagnola dei Guevara. Nel Medioevo il Castrum Sabinianum, di origini longobardo-normanne fu soggetto a diverse dominazioni e teatro di particolari avvenimenti storici. Durante il regno di Tancredi d’Altavilla, nel 1193, nel punto più alto del Castello fu giustiziato il governatore Sarolo Guarna, accusato di aver parteggiato a favore di Enrico VI. La “tombula” in cui Sarolo fu sepolto nei pressi del Castello ha dato origine al nome dell’attuale Tombola, da cui si gode la vista panoramica di Savignano Scalo e dei paesi limitrofi. Il 1445 segna l’avvento dei Guevara, famiglia nobiliare spagnola giunta in Italia al seguito di Alfonso d’Aragona, che avrebbero conservato il titolo di conti di Savignano fino al 1950. Inico Guevara acquisì i feudi di Savignano e Ferrara trasformando il castello in dimora signorile. Durante il 1500 l’aumento della popolazione rese necessario un ampliamento del paese fino a Porta Grande, antica porta d’accesso racchiusa tra le case di “Via dei Finestroni” a ovest e quelle di “Dietro Corte” a est.
Villanova del Battista
Il capoluogo comunale di Villanova del Battista è situato nell'area della Valle dell'Ufita, sulla cima di un colle; la parte restante della comunità è suddivisa tra gli aggregati urbani elementari di Piani Viscose e Serro Palumbo e un elevato numero di case sparse. È situato a 742 metri sul livello del mare e a 57 km da Avellino.Menzionata per la prima volta in fonti documentarie del XII secolo con il nome di Polcarino, venne annessa in epoca angioina della baronia di Vico e ne seguì le vicende storiche fino ai primi anni del XVI secolo. Rasa al suolo da un terribile terremoto nella seconda metà del Quattrocento, venne ricostruita e ripopolata da una colonia di schiavi slavi, giunti qui per volere di Pietro Del Balzo, signore del luogo. Separata dalla baronia di Vico nel 1515, passò al marchese di Corato e nel 1524 pervenne a Francesco Carafa, duca di Ariano. Nel 1694 fu devastata da un altro terremoto e, una volta ricostruita, assunse l’attuale denominazione. La sua storia non presenta avvenimenti di particolare rilievo e segue quella dei territori circostanti. La chiesa di Santa Maria Assunta fu interamente ricostruita in stile moderno dopo il sisma del 1980: all’interno sono custodite due tele di scuola giordanesca (XVIII secolo), raffiguranti il Battesimo e la Passione di Gesù. Viene chiamata Villanova fino al R. D. 26-10-1862 n. 936, quando viene aggiunto del Battista. STORIA SISMICA: Villanova del Battista negli anni è stata colpita da molti devastanti eventi sismici: nel 1694 il terremoto dell'8 settembre causò il crollo di 30 case e danneggiò le abitazioni rimanenti e le chiese; non ci furono morti. Meno di quarant'anni dopo, nel 1732, un altro sisma causò danni gravi all’abitato: 46 case crollarono totalmente e altre 70 furono gravemente lesionate e rese inabitabili; crollarono la chiesa madre e la chiesa di S. Giovanni Battista; il palazzo baronale risultò sconquassato; non ci furono vittime. I danni furono valutati complessivamente 7500 ducati. Nel ventesimo secolo gli eventi sismici intensi furono molti: nel 1910 in seguito al sisma del 7 giugno la scossa causò notevoli lesioni nei fabbricati, e a località fu inclusa nell’elenco dei comuni danneggiati ai quali erano applicabili i provvedimenti della legge 13 luglio 1910 n.467 a vantaggio delle zone colpite dal terremoto. Nel 1930 si verificarono gli effetti peggiori sul paese: la scossa causò morti, crolli e gravissime lesioni alle abitazioni. Crollò la scuola elementare; nella chiesa di San Giovanni Battista crollò quasi tutto l’interno, mentre la facciata, che rimase quasi integra, riportò molte lesioni tutte inclinate all’orizzonte. I morti furono 166, ossia il 5,9% della popolazione; le case crollate furono 400 e quelle lesionate 200, rispettivamente il 66% e il 33% del costruito. Fra i fabbricati rurali con abitazione permanente situati nel territorio del comune ne furono censiti 29 distrutti e 46 gravemente lesionati. Anche trent'anni dopo, nel 1962 il sisma con epicentro in Irpinia causò danni rilevanti: su 1019 abitazioni censite 107 (10,5%) risultarono danneggiate; di queste la maggior parte con danni leggeri. Infine, nel 1980 il terremoto del 23 novembre causò ancora danni rilevanti: in tutto il territorio comunale le unità edilizie danneggiate più o meno gravemente furono 717. Fu fortemente danneggiata la chiesa di S. Maria Assunta.
Flumeri
Il comune di Flumeri ricade nell'area della Valle Ufita in Baronia. È un paese di 2.950 abitanti, situato a 638 metri sul livello del mare e a 53 km da Avellino. Il territorio si estende per 34,55 km² e i comuni confinanti sono: Ariano Irpino, Castel Baronia, Frigento, Grottaminarda, San Nicola Baronia, San Sossio Baronia, Sturno, Villanova del Battista e Zungoli. È bagnato dal fiume Ufita. L'etimologia del nome sembrerebbe parlare di un legame di Flumeri all'acqua, vista la confluenza in zona di fiumi (lat. fluminibus), o ancor meglio "flumen". Flumeri è famosa per il suo superlativo olio e infatti il comune fa parte dell’associazione nazionale Città dell’olio. Flumeri ha origini molto antiche, ma è solo a partire dal XII secolo – quando entrò a far parte della Baronia di Trevico – che si ha una affidabile documentazione della sua storia e lo si trova citato per la prima volta nel 1122, quando venne distrutto dalle truppe di Guglielmo, Duca di Puglia. Importante, comunque, è anche la documentazione archeologica; grazie ai diversi scavi operati sul territorio, infatti, è stato svelato un complesso urbano con sistema fognario e assi stradali ortogonali lastricati in pietra lavorata, ma sono stati anche trovati resti di botteghe artigiane, di fabbricati di epoca romana, di una domus pubblica con decorazioni in stile pompeiano, di colonne, di vasellame in terracotta, di anfore e tanto altro. Nonostante i violenti eventi sismici che hanno colpito il territorio nel corso dei secoli, così, è stato possibile ricostruire alcune tracce del passato di Flumeri. A dominare il feudo furono gli Svevi, poi i Normanni e gli Angioini; le lotte di questi ultimi con gli Aragonesi segnarono profondamente il territorio e nel 1461 Flumeri fu presa d'assedio proprio dagli Aragonesi. Nei secoli seguenti il feudo appartenne a diverse famiglie (tra queste: i D’Aquino, i Marchesi di Corato, i Carafa, i De Cardines). Quando, nel Seicento, il paese fu colpito da una gravissima pestilenza, la popolazione flumerese divenne devota di San Rocco, sicura che il Santo proteggesse oltre che dalla peste da altre disgrazie e malanni. Per questo motivo, la celebre Alzata del Giglio, antica pratica rituale che tiene insieme la cultura contadina tradizionale legata al ciclo del grano e il calendario liturgico cattolico, è dedicata al Santo Taumaturgo di Montpellier, che è anche il patrono di Flumeri.
Frigento
In Contrada Pesco-Migliano si trovano i ruderi di cisterne romane, oltre che di un convento altomedioevale. In località Pila ai Piani, vi sono dei ruderi di un'antica villa rustica romana, ritenuti appartenere ai vicini ricchi aeclanesi. Nell'area sottostante all'ex-Cattedrale, ora Chiesa di S. Maria Assunta, si trovano diversi reperti archeologici di epoca preromana, romana e post-romana. Le immagini e le informazioni relative sono state riportate nelle pagine web dedicate alla chiesa, a cui si rimanda. Lungo Via San Giovanni si trovano le cisterne romane, un complesso sistema di raccolta, canalizzazione e distribuzione delle acque dalla parte alta del paese fino a valle, vicino al bosco Castelluccio. L'immagine seguente mostra l'ingresso di tali cisterne. Nonostante Frigento sia citato per la prima volta solo nel 751, il borgo vanta origini molto più remote, tanto che il suo nome viene ricollegato al latino "Frequentum", luogo frequentato in ragione delle sue ottime condizioni ambientali e climatiche, o anche a "Frecentum" o "Afrigentum". Infatti, se è presumibile che, in epoca preromana, gli Hirpini vivessero nei pressi delle sorgenti frigentine, certa è la presenza romana, attestata da diversi ritrovamenti archeologici nel territorio comunale. In epoca longobarda, in virtù della sua posizione strategica, Frigento fece parte del Ducato Beneventano, quale sede di un importante presidio militare edificato a seguito della soluzione delle lotte per l'impossessamento del Ducato di Benevento da parte di Re Ludovico II, figlio dell'Imperatore di Germania Lotario. Questi impose ai belligeranti, nell'848, dopo ben quattro anni di discussioni, la scissione del Ducato conteso, con il distacco da questo di quello di Salerno. Il torrente Fredane rappresenta il confine tra i due Ducati, per la cui sorveglianza, Radelchi, Principe di Benevento, fece edificare due fortilizi a S. Angelo a Pesco (nel territorio di Frigento. In dialetto "pescone" o "piscone" = grossa pietra) ed a Rocca San Felice, mentre Siconolfo, Principe di Salerno, ordinò la costruzione dei fortilizi di Monticchio dei Lombardi, Sant'Angelo dei Lombardi, Torella dei Lombardi e Guardia del Lombardi. Distrutto dai Saraceni nel 926, venne ricostruito e raso al suolo nuovamente da un tremendo terremoto nel 986. Dietro all'altare maggiore, su dei marmi alle pareti, sono elencati i vescovi frigentini, che vanno dal primo, il Patrono del paese, S. Marciano, nominato dal Papa Leone I Magno nel V secolo, fino al XV secolo. Successivamente, e fino al 1810 (o 1818) vi fu il vescovato congiunto di Avellino-Frigento. Al tempo dei Normanni, il borgo divenne feudo dei Gesualdo, fino alla morte dell'ultima discendente, Isabella. Nel XIV secolo il feudo andò ai Filangieri. Nel 1496 Frigento venne espugnata ed incendiata dalla truppe di Ferdinando II d'Aragona. Infine, il borgo andò ai Caracciolo di Avellino. Il conciso quadro storico relativo a Frigento richiede di citare altre calamità naturali che il borgo ha patito nel corso del tempo: la carestia del 1622 e l'epidemia di peste del 1656, che decimarono la popolazione, che fu ridotta in miseria, ed i terremoti del 1686 e del 1694. Solo dopo il sisma del 1732 Frigento si fregiò di edifici gentilizi e monumenti, vivendo un nuovo periodo di prosperità.
Mirabella Eclano
Il comune di Mirabella Eclano sorge nell'area della Valle del Calore. È un paese di 7.492 abitanti, situato a 372 metri sul livello del mare e a 37 km da Avellino. Il territorio si estende per 33,96 km² e i comuni confinanti sono: Apice, Bonito, Calvi, Fontanarosa, Grottaminarda, Sant'Angelo all'Esca, Taurasi, Torre Le Nocelle e Venticano. L'etimologia del nome deriva dall'unione di "mira", che ha il significato di "guardare", e “bellum” in riferimento alla bellezza del luogo, mentre il termine "Eclano" deriva da Aeclanum, antico centro sannita sito in zona. Gli abitanti sono detti mirabellani e la Madonna del Latte è il loro patrono. Mirabella Eclano ha origini molto antiche, come attestato da alcuni ritrovamenti archeologici di età eneolitica. Luogo di passaggio tra la Valle del Calore e la Valle dell’Ufita, posizionata lungo l'importantissima via Appia, il paese, prima chiamato di Aeclanum poi di Quintodecimo, si sviluppò rapidamente fino a diventare il centro strategico e commerciale più importante del Sannio-Irpino. Successivamente, il trasferimento in un luogo più sicuro e difendibile, ossia più arretrato rispetto a quelle importanti vie di comunicazione, diede vita ad una nuova fondazione dal nome Acquaputida, che corrisponde in effetti all'attuale insediamento abitativo. Il cambiamento della denominazione da Acquaputida a Mirabella risale all’età angioina, mentre l’appellativo “Eclano” fu aggiunto nel 1862 per volere del re Vittorio Emanuele II. Emblematico è lo stemma della città, adottato a partire dal 1873, perché ha l'intento di raccontare quella che è stata la storia di Mirabella Eclano: «l’araba fenice rinasce dalle fiamme di tre ruderi che simboleggiano Aeclanum, Quintodecimo e Acquaputida e volge lo sguardo a sinistra dove è posto un sole splendente».