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Monteverde
Monteverde si colloca nell'Appennino campano, all'estremità orientale dell'Irpinia. Il centro abitato si erge su di un'impervia altura situata a cavallo tra il torrente Osento e il fiume Ofanto. A partire dal 2010, durante il periodo primaverile, nel territorio comunale di Monteverde nidifica la rarissima cicogna nera.
Lungo le dorsali dei colli su cui sorge Monteverde si estende per 456 ettari la Foresta Mezzana, formando un ampio trapezio che digrada verso valle fino a toccare, ad ovest, il fiume Ofanto.
La Foresta si trova ai limiti nord-occidentali dell’Irpinia, nei pressi del Vulture. L’assenza di attività umane a forte impatto rende questa risorsa naturale uno dei pochi siti incontaminati della zona. L’escursione altimetrica è compresa tra i 250 e i 600 m s.l.m. e il substrato geologico è di tipo siliceo argilloso.
La Foresta Mezzana è intrigante per naturalisti e studiosi e particolarmente adatta per le attività di birdwatching.
Incerta è l'origine di Monteverde. Nell'XI secolo divenne però sede vescovile ed ebbe un proprio vescovo fino al 1531, anno in cui la diocesi di Monteverde fu unita alla diocesi di Canne. Dal 1532 al 1641 costituì la Signoria di Monteverde per i Grimaldi Principi di Monaco Marchesi di Campagna. Nel quadriennio 1743-46 il suo territorio fu soggetto alla giurisdizione del regio consolato di commercio di Ariano, nell'ambito della provincia di Principato Ultra. La diocesi sarà definitivamente soppressa nel 1818.
Fontanarosa
Ecco una cittadina irpina che sorta su un terreno mosso e collinoso (Altitudine 480 Mt. S/m e una superficie territoriale di Kmq. 16,75) non si è lasciata frazionare dai contorcimenti della natura. Essa si presenta compatta nelle case e saldamente articolata nelle vie, che ruotano intorno ad una bella piazza, una volta centrata da un tiglio tozzo e oppresso da una cupola di verde. Alcune vie scoscendono a precipizio, ma la statica è sicura è sorretta dalla struttura pietrosa del terreno e della sapienza costruttiva degli abitanti (circa 4000). La cittadina ha una unità architettonica che si impone subito, nel decoro esteriore e nella dignità delle sue linee. Forse le leggi dell’armonia e delle proporzioni sono state tratte dal paesaggio mirabile che a forma di conca vastissima si dispiega dolcemente sotto lo sguardo di Fontanarosa, fino all’orizzonte delimitato dalle montagne evanescenti dell’Appennino. La cittadinanza si adagia su di un colle pingue di vigne e di oliveti e la sua ben nota costrutta robustezza si affina solo nella leggiadria del nome. Oltre la leggenda che si parla di una fontana che sarebbe esistita anticamente in un gran roseto e appartenente ad una tale Rosa, chi ci dirà con certezza l’origine di questo nome? Anche la sua fondazione è incerta e chi spinge fino alla superstite popolazione dell’antica Eclano distrutta nel 662 per opera dell’Imperatore Greco Costante II°, non può spiegare i secoli di silenzio in cui la località sarebbe rimasta avvolta, fino a quando i Normanni non ci hanno dato una più sicura testimonianza della sua origine. Infatti gli scarsi avanzi di un cartello normanno segnano l’origine di Fontanarosa. Qui, più precisamente in località Fiumara, furono rivenuti armi ed utensili dell’età della pietra in un sepolcreto. Nel 987 Fontanarosa fu distrutta da un orribile terremoto in cui perirono quasi tutti gli abitanti. La sua storia feudale è scarsa di rilievo, il paese nel sec. XIII fu feudo di una famiglia che ha il suo stesso nome e poi viene assorbita da quella più prestigiosa della contea dei Gesualdo, da cui passò ai Principi di Piombino, ai Ludovisio e poi ai Tocco, principi di Montemiletto e infine ai Cantelmo Stuart che furono gli ultimi feudatari. Ma le croniche in mancanza di meglio, ci tramandano fatti di contenuto religioso che danno subito sviluppo e rinomanza a Fontanarosa, quando cioè fu rinvenuta in un pozzo del luogo la statua in terracotta della SS. Vergine. La statua fu nascosta per sottrarla alla furia persecuzione degli Iconoclasti che addolorano la Chiesa per ben 116 anni (726-742) e sarebbe rimasta così seppellita se una pastorella, guidata dall’apparizione della Vergine, non avesse additato agli abitanti del luogo il ricettacolo dove si conservava la sacra Icone. Nella vicinanza del pozzo, da cui scaturiva un’acqua che apparve subito portentosa per la salute dei fedeli fu in breve costruita una cappella, la quale, successivamente ampliata (1731), assume le proporzioni notevoli dell’attuale chiesa, detta appunto di Maria Santissima della Misericordia o del Pozzo. E’ un Santuario fastosamente decorato, ricco di doni votivi e di preziosi paramenti sacri, con altari di marmo pregevole e dipinti di sicuro valore artistico, come un trittico in legno colorato e dorato del sec. XVII, dono del Principe Carlo Gesualdo e un quadro della Vergine con bambino 1che dona il giglio a S. Antonio, appartenente alla scuola di Luca Giordano. Nel 1750 vi fu fondata l’accademia letteraria chiamata “dei Lincei”. La bella statua della Vergine, con una triplice corona d’oro in testa, è oggetto di profonda devozione da parte degli abitanti e di pellegrini che accorrono da ogni contrada, specie in occasione dei festeggiamenti annuali. Accanto al tempio si erge un imponente campanile in pietra lavorata, che svetta nella aria limpidissima con una cupola scintillante, a forma di cipolla di tipo orientale. Essa è coperta di maioliche multicolori che mandano al sole barbagli di fantastica policromia. Su una parete di questo campanile, i cittadini hanno voluto incastonare il ritratto, pure in maiolica del figlio più illustre del luogo il famoso predicatore domenicano del 600 Padre Fontanarosa (1608 – 1689) – al secolo Salvatore Avvisati – che dal pergamo delle maggiori chiese d’Italia sferzò tiranni, Papi e gesuiti con una facondia prodigiosa e dotta e con una veemenza inusitata in tempi di controriforma cattolica. Spirito indomito e battagliero, mordace e caustico, si tramandano di lui non pochi aneddoti celebri e motti arguti. Oltre il Santuario di Maria SS. Della Misericordia o del Pozzo occorre ricordare la Chiesa parrocchiale di S. Nicola protettore rinnovata ed abbellita con facciata e pietra locale con cupole (negli anni 1953 – 1959) per iniziativa del defunto Don Davide d’Italia (1902 – 1959), la quale nel transetto conserva due grandiosi quadri del ‘600 di scuola napoletana la Vergine col Bambino e Santi e l’Ultima Cena. Di Fontanarosa è celebre anche la collezione di soggetti da Presepe del ‘700, alcuni dei quali sono di una rara bellezza artistica. Lo avvio alla costruzione di questo celebre Presepe è da attribuire al benemerito cittadino don Gennaro Penta (1855 – 1933) ed ai suoi collaboratori: Schettino Leopoldo, Penta Camillo e Cerandolo Giuseppe, presepe che ora impreziosisce il Museo Irpino dal Maggio del 1969. Accanto al presepe c’è il famoso “Carro di paglia” che risale al XVI secolo e che celebra la devozione popolare per Maria SS: della Misericordia o del Pozzo. La tradizione orale fa risalire la secolare istituzione a tempi immemorabili, quando i contadini delle varie contrade caricavano i loro carri di covoni di grano, per recare la loro offerta di ringraziamento ai piedi della Vergine nei giorni della sua festa. Ne nacque una gara di contrade per l’allestimento del carro più bello. Qualche secolo dopo, appunto nel XVI, la comunità di quell’antico paese normanno decise di costruire un solo “Carro -obelisco”, al cui allestimento partecipasse tutto il popolo: alla rivalità delle contrade succedeva la concorde e appassionata collaborazione di tutti, segno di una devozione più sincera e più autentica. Un popolo unanime nella manifestazione della fede comune. Più volte ricostruite e più volte consunto o distrutto dal trascorrere o dalla fatalità di eventi rovinosi – come l’incendio del 1889 – il “Carro” rimase immobile durante gli anni della prima e seconda guerra mondiale. Rifatto completamente tra il 1947 e il 1952, ha resistito al tempo per altri vent’anni. Dal 1972 la fede e l’abilità artigianale e artistica degli abitanti di Fontanarosa hanno ridato alla festa di agosto il capolavoro di tutti i tempi. Il nuovo obelisco di paglia, che ogni anno ripercorre il tragitto dalle campagne di Fontanarosa sino alle porte della Chiesa di Maria SS: della Misericordia o del Pozzo, possente nella sua mole miracolosamente leggero e mobile nello svettare armonioso delle sue colonnine e delle sue guglie, è costato tre anni di fervido lavoro e di eccezione 2impegno da parte di tutti con in testa il parroco Don Giulio Ruggiero e l’artista Mario Ruzza. Il rito, insieme di ringraziamento, di espiazione e di speranza si rinnova annualmente il 14 agosto. Di tutti questi tesori la cittadina non mena vanto per una sorta di pudicizia e di compostezza che avvolge uomini e cose. Ma il chiaro silenzio del paesaggio esprime una gravità solenne che è più persuasiva di ogni parola e che finisce col condensarsi nel volto severo e tormentato di Padre Fontanarosa, spirito e voce di questa terra irpina.
Morigerati
Il comune di Morigerati e la sua frazione Sicilì, sono situati in una zona collinare nel Cilento, ad una decina di km dalle coste del Golfo di Policastro. Il comune è noto per le oasi del WWF, ove si trova la risorgenza del fiume Bussento presso le grotte dell'oasi; è presente inoltre la meravigliosa area del fiume Bussento, nella frazione di Sicilì, ove è possibile sostare immersi nella natura e nella tranquillità dell'ambiente fluviale. Secondo la leggenda, Morigerati fu fondata dal popolo italico dei Morgeti; l'abitato sarebbe situato nello stesso luogo in cui si trovava il villaggio fortificato dai Morgeti. In seguito fu colonizzato dai Romani, come testimoniano i ruderi che si trovano in località Rumanuru.
Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Sanza, appartenente al distretto di Sala del regno delle Due Sicilie.
Dal 1860 al 1927, durante il regno d'Italia ha fatto parte del mandamento di Sanza, appartenente al circondario di Sala Consilina.
Castelfranci
Il comune di Castelfranci sorge nell'area della Valle del Calore. È un paese di 1.927 abitanti, situato a 450 metri sul livello del mare e a 33 km da Avellino. Il territorio si estende per 11,69 km² e i comuni confinanti sono: Montemarano, Nusco, Paternopoli e Torella dei Lombardi. È attraversato dal fiume Calore.
L'etimologia del nome proviene probabilmente da Castrum de Francis, "Castello dei Franchi", per via della particolare posizione a confine tra Benevento e Salerno. Gli abitanti sono detti castellesi e San Nicola di Bari è il loro patrono.
La storia di Castelfranci ha origini antiche: i reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Baiano, contrada del comune, confermano l’insediamento già nel periodo romano di alcune tribù non molto numerose. Il centro abitato sorse, invece, durante il IX secolo d.C., con il nome di Castrum Francorum, rappresentando una fortificazione eretta a guardia del Ducato di Benevento dai Franchi, arrivati in Italia al fianco di Ludovico II il Germanico.
In epoca normanna, fu amministrata da Guaimario Saraceno, signore di Montemarano; dopo essere stata governata da diversi signori locali, fu acquisita da Giovanni Virgato, da Giovanni Della Leonessa e dalla famiglia Della Marra. Uno dei documenti più antichi riguardante Castelfranci risale al 1248 ed è la bolla pontificia emessa a Lione il 6 giugno, con la quale il Papa Innocenzo IV restituisce a Bella De Amicis, vedova di Guglielmo di Montemarano, la terra di Castrum de Francis posseduta dalla famiglia De Montana.
Colpita duramente dalla peste del 1348, il paese rifiorì significativamente soltanto nel XVI secolo, nel periodo della dominazione spagnola.
Taurasi
Il comune di Taurasi sorge nell'area della Valle del Calore. È un borgo di 2.296 abitanti, situato a 398 metri sul livello del mare e a 35 km da Avellino. Il territorio si estende per 14,41 km² e i comuni confinanti sono: Lapio, Luogosano, Mirabella Eclano, Montemiletto, Sant'Angelo all'Esca e Torre Le Nocelle. È attraversato dal fiume Calore.
L'etimologia del nome sembrerebbe avere origine osco-sabellica, con riferimento al toro, animale mitico e condottiero delle tribù locali. Gli abitanti sono detti taurasini e San Marciano è il loro patrono. La storia di Taurasi è particolarmente antica: l’origine preistorica è attestata da ritrovamenti archeologici in località San Martino. Nel corso della terza guerra sannitica, fu conquistata dal legato romano Lucio Cornelio Scipione Barbato; in seguito alle guerre puniche, divenne alleata di Roma e, durante il triumvirato augusteo, diede inizio alla costruzione delle prime ville.
La costruzione dell’odierna Taurasi, invece, risale al periodo di dominazione longobarda, seguita da quella dei Normanni. A questi ultimi, si deve la riedificazione del Castello, precedentemente devastato dai Saraceni, e la sua assegnazione, nel 1101, ai Sanseverino, famiglia con la quale la comunità taurasina ha vissuto momenti gloriosi nel suo periodo più prestigioso.
Si avvicendarono, poi, numerosi feudatari, tra cui i Caracciolo e i Gesualdo. Durante il XVII secolo, fu la volta dei Carafa e, quindi, dei Latilla che rimasero fino al 1806, anno di abolizione della feudalità.
Il comune di Taurasi è famoso, in ambito nazionale e mondiale, per la produzione di Taurasi DOCG, tra i vini rossi più pregiati della Campania e del Sud Italia.
Taurasi fa parte dell'Associazione Nazionale "Città del Vino", nata a Siena, nel 1987, con lo scopo di promuovere un turismo che coniuga qualità dei paesaggi e ambienti ben conservati, qualità del vino e dei prodotti tipici e qualità dell'offerta diffusa nel territorio dalle cantine e dagli operatori del settore.
Tufo
Il comune di Tufo sorge nell'area della Valle del Sabato. È un borgo di 844 abitanti, situato a 250 metri sul livello del mare e a 20 km da Avellino. Il territorio si estende per 5,96 km² e i comuni confinanti sono: Altavilla Irpina, Petruro Irpino, Prata di Principato Ultra, Santa Paolina e Torrioni. È bagnato dal fiume Sabato.
L'etimologia del nome sembrerebbe provenire dal primo feudatario, Raone Del Tufo, o più semplicemente dalla roccia vulcanica del tufo, copiosamente presente nel sottosuolo di tutta l'area del paese. Gli abitanti sono detti tufesi e San Michele Arcangelo è il loro patrono. I primi insediamenti nell'attuale territorio di Tufo risalirebbero all'antichità: la testimonianza più diretta è costituita, infatti, dal rinvenimento di un cunicolo d'acquedotto sannita-romano, durante i lavori per la costruzione del ponte che, oggi, collega il borgo irpino a Prata di Principato Ultra.
La sua storia è strettamente legata a quella della vicina Torrioni: nell'888, infatti, il principe di Benevento Aione II decise di costruire, nell'attuale territorio torrionese, un fortilizio turrito a difesa del castello tufese. Inizialmente, fu proprietà della famiglia Del Tufo, che prese il nome, appunto, dal feudo che amministrò per alcuni secoli. Successivamente, fu controllata da altri feudatari, tra i quali figurano anche i principi Piatti di Monteleone.
Nell'estate del 1861, la rivolta antisabauda, da Montefalcione, si estese fino a Tufo e ai confini limitrofi, portando all'incriminazione di 31 tufesi, la maggior parte dei quali conobbe una pena detentiva.
Lapio
Il comune di Lapio sorge nell'area della Valle del Calore. È un borgo di 1.700 abitanti, situato a 480 metri sul livello del mare e a 20 km da Avellino. Il territorio si estende per 15,25 km² e i comuni confinanti sono: Chiusano di San Domenico, Luogosano, Montefalcione, Montemiletto, San Mango sul Calore e Taurasi.
L'etimologia del nome proviene, secondo alcuni, dal latino lapideum, ossia "roccioso", termine trasformato poi in Lapio; altri, però, affermano che il nome derivi dal Fiano di Avellino DOCG, prodotto in questa terra, precisamente nell'area agricola detta "Apia", corrispondente al territorio dell'odierna Lapio, da cui risale il termine ''Apiano''. Gli abitanti sono detti lapiani e San Pietro Martire è il loro patrono.
Montefusco
Il comune di Montefusco sorge nell'area della Valle del Calore. È un borgo di 1.263 abitanti, situato a 705 metri sul livello del mare e a 21 km da Avellino. Il suo territorio si estende per 8,24 km² e i comuni confinanti sono: Montemiletto, Pietradefusi, San Martino Sannita, San Nazzaro, San Nicola Manfredi, Santa Paolina e Torrioni.
L'etimologia del nome proviene dall’unione di Mons e Fusculi, ovvero "Monte di Foscolo", personaggio romano o longobardo che, per primo, avrebbe posseduto il monte o fondato il Castello. Gli abitanti sono detti montefuscani o fuscolomontani e la Ss. Sacra Spina è la loro ricorrenza religiosa.
Per tracciare la storia di Montefusco fino all’età longobarda, periodo in cui ebbe inizio la sua ascesa, si incontrano non poche difficoltà, in assenza di fonti scritte, dato che, sulla cima del monte, c’erano già stati insediamenti precedenti alla venuta dei Longobardi.
Anche se insediamenti umani nel territorio della montagna di Montefusco risalgono alla preistoria, la sua esistenza in età romana è attestata da reperti ancora esistenti (diploma romano in bronzo conservato presso il Museo di Reggio Calabria, monete, e da epigrafi su cippi sepolcrali, questi ultimi attualmente conservati nel cortile del Palazzo comunale, o materiali utilizzati nella fabbrica di altri edifici).
Secondo la tradizione storica, nel IX secolo, i Longobardi fortificarono le mura di un Castrum già presente sul territorio, trasformandolo così in un vero e proprio Castello.
Nel 1130, con Ruggero II, Montefusco divenne "castello regio", ruolo riservato alle fortezze importanti dal punto di vista strategico-militare: proprio in questo periodo, potrebbe aver assolto alla funzione di dimora temporanea di Papi e re. Con l’arrivo degli Angioini, divenne un territorio reale e statale "in perpetuo" e fu nominata capitale del Principato Ultra. Sotto il regno aragonese, fu fondata la Regia Udienza provinciale per casi civili, penali e militari e il Castello trasformato in carcere. I primi problemi iniziano ad addensarsi all’orizzonte del capoluogo del Principato, quando fu coinvolto nella rivolta di Masaniello, alla quale si aggiunsero la pestilenza del 1656 e il terremoto del 1688.
Questi eventi segnarono un periodo di decadenza che attraverserà il Settecento, fino ad avere il suo epilogo agli inizi dell’Ottocento, quando i francesi, nel 1806, trasferirono il capoluogo di Principato ad Avellino, cosa che, di fatto, avvenne nel 1816.
Summonte
Summonte ha una storia antichissima, attestata dai resti ultra millenari del complesso castellare, all’origine il suo vero nome era Submontis “Sotto il monte” denominazione latineggiante che stava ad indicare il piccolo borgo che sorgeva ai piedi del monte Vallatrone. L’elemento storico più antico che definisce le origini del territorio di Summonte è “la Grangia di Santa Maria del Preposito”, risalente al X secolo, ceduta in permuta all’abbazia di Montevergine intorno al 1174, in seguito nel 1229 diventò un nucleo di aggregazione del nuovo casale di Fontanelle. La struttura monastica ha indotto la coltivazione del castagno, della vite, dell’ulivo, del nocciolo, del lino e del gelso. Le fondazioni ecclesiastiche favorirono inoltre l’accentramento abitativo, che si consolidò con la penetrazione normanna verso la fine dell’XI secolo.
Il Castello e l’intera fortificazione sono stati citati per la prima volta in documenti risalenti al 1094 con la dicitura “Castello qui dicitur Submonte” periodo in cui si assiste alla trasformazione del Casale in Castello, un abitato con rilevanza militare, sede del feudatario Raone di Fraineta
Il centro storico di Summonte si sviluppa lungo tre direttrici: via Borgonuovo, l’arteria principale che attraversa l’intero abitato, dalla quale si uniscono, da un lato via Varra, che risale la collina verso la montagna e dall’altro via Arco San Nicola che si riallaccia con la strada che porta al complesso castellare.
Questa conformazione urbana crea un sistema avvolgente intorno al colle sul quale si eleva la Torre Angioina, alta 16 metri ed edificata a cavallo tra XIII e XIV secolo sui ruderi del castello normanno-svevo. Gli spazi dell’intero complesso castellate, recuperati dopo le ricerche archeologiche, ospitano il museo civico con una mostra permanente dedicata agli armamenti medioevali e ai reperti archeologici rinvenuti nel castello.
Il centro storico si caratterizza anche per la presenza di dimore di chiaro impianto cinquecentesco, con corte interna ed ingresso monumentale. Degno di nota inoltre l’Arco di San Nicola, nel Medioevo una delle porte di accesso al borgo antico. Sulla sommità dell’arco si apre un’edicola con l’immagine di San Nicola di Bari. Davanti al municipio fa bella mostra di sé il Tiglio secolare, alto 34 metri e inserito tra gli Alberi Monumentali d’Italia. Summonte è uno dei cinque comuni irpini a far parte della rete "I Borghi più Belli d'Italia".
Padula
La storia del Comune di Padula ha radici profonde che risalgono all'Antichità e al Medioevo. Si stima che i primi insediamenti umani nella zona risalgono al XII secolo a.C., con la fondazione della città di Cosilinum, l'antica Padula, probabilmente fondata dagli Enotri. Nel VI secolo a.C., l'area iniziò a popolarsi, e sono stati ritrovati importanti reperti archeologici nella località di Valle Pupina, tra cui vasellame in bronzo e ceramiche di stampo greco. Padula passò sotto il dominio dei Lucani e successivamente dei Romani, ma le scelte poco fortunate di schierarsi con personaggi come Pirro e Annibale portarono conseguenze negative. Tuttavia, grazie alla costruzione della via Popilia-Annia, che collegava la città alle importanti Paestum e Velia, Padula divenne un municipio romano nell'89 a.C.
Con il tempo, la città si espanse ulteriormente, costruendo anche a valle. In località Fonti sorse il battistero paleocristiano di San Giovanni, diventato sede diocesana. Nel VI secolo d.C., venne edificato il monastero di San Nicola, che divenne il centro politico e spirituale del paese. Il culto di San Michele, patrono di Padula, si diffuse, e furono eretti un eremo e una chiesa in suo onore.
Tuttavia, agli inizi del X secolo, l'antica città fu completamente abbandonata a causa delle incursioni saracene che la distrussero. L'arrivo dei Normanni portò a una militarizzazione della zona e l'introduzione del feudalesimo, con conseguenze negative per i monaci basiliani. I due luoghi, il castello e il monastero, ebbero vite parallele senza incontrarsi spesso.
Nel periodo medievale ed inizio dell'età moderna, la città passò di signore in signore, ricevendo diverse donazioni o vendite. Questo comportò una situazione in cui la giustizia penale non veniva amministrata dalla città, creando una sorta di oasi di libertà. Tuttavia, ciò non favorì lo sviluppo economico e sociale, a causa delle continue inondazioni e delle dispute tra i nobili locali. Durante il Risorgimento, Padula vide uomini acculturati sostenitori delle idee democratiche. Nel 1799, venne eretto l'Albero della libertà davanti alla Certosa. Nel 1806, la certosa fu abbandonata dai monaci, ma subì saccheggi da parte delle truppe francesi. Nel 1820 e nel 1857, si verificarono insurrezioni, e il terremoto del 1857 causò ulteriori danni alla città.
Durante il processo di unificazione italiana, alcuni padulesi come Vincenzo Padula ed Antonio Sant'Elmo parteciparono all'impresa dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Durante il periodo in cui il brigantaggio era diffuso, la Guardia Nazionale di Padula guidata dal capitano Filomeno Padula contribuì alla cattura di briganti. Nel Novecento, Padula ebbe difficoltà economiche, causando un flusso migratorio verso le Americhe. Durante la prima guerra mondiale, la certosa fu utilizzata come campo di concentramento per disertori e prigionieri. Nel secondo conflitto mondiale, la città subì danni e la popolazione dovette affrontare nuove sfide.
Dopo la guerra, Padula cercò di ricostruire la sua economia, ma molti abitanti emigrarono. Negli anni cinquanta e sessanta, la città fu oggetto di sviluppo urbanistico, con la costruzione di infrastrutture importanti. La storia di Padula è un racconto di sfide, cambiamenti e rinascite attraverso i secoli.
Oliveto Citra
Oliveto Citra è un comune italiano di 3 597 abitanti della provincia di Salerno in Campania, situato nell'alta valle del Sele. Il termine Oliveto deriva dal latino olivetum (cioè uliveto), mentre il termine "Citra" si riferisce all'antico principato che si trovava al di qua dei Monti Picentini, separato dal Principato Ultra.Tracce dei primi insediamenti appartengono alla cultura di Oliveto-Cairano, come si evince dalle numerose tombe rinvenute nelle località Turni, Aia Sophia, Fontana Volpacchio, Piceglia, Cava dell'Arena, Vazze, Isca, Casale. Si tratta generalmente di necropoli datate fra il VIII e il IV secolo a.C.
Il primo abitato è stato identificato nella località Civita. Abbandonato, gli abitanti si spostarono nell'attuale sito dove sorge il paese. I primi documenti storici che citano l'esistenza del paese sono datati 1114, dove si parla della chiesa di Santa Maria de Faris e un documento del 1300 dove Carlo III chiede sostegno al feudatario Johannucius de Oliveto, per la guerra contro gli aragonesi. Si susseguirono numerosi feudatari nel tempo e il borgo seguì le vicende storico-politiche del Principato di Salerno.
Durante il Regno di Napoli e il Regno delle Due Sicilie fu un casale amministrato dal comune di Contursi ed appartenente al distretto di Campagna. Con l'unità d'Italia il paese divenne autonomo e prese l'appellativo Citra per distinguerlo da altri comuni. A seguito del terremoto dell'Irpinia del 1980 Oliveto ha subito una radicale trasformazione urbana.
Montemarano
Montemarano, comune della provincia di Avellino, dista circa 24 km dal capoluogo e si trova a 820 metri di altezza sulla Valle del Calore, in una felice posizione naturalistica e ambientale. La sua storia risale a molto prima dell'anno Mille, e la città vanta di aver avuto sul proprio monte, dove oggi è la pregevole cattedrale, un tempio dedicato a Giove. Nel '600 i vescovi Euleterio Albergone e Francesco Antonio Porpora accreditarono tra i probabili fondatori di Montemarano Mario Egnazio, condottiero irpino, che secondo lo storico Appiano Alessandrino, fece strage di romani. E' certo che Montemarano nei tempi antichi fu un centro importante, fortezza inespugnabile per i barbari che tentarono di assediarlo, grazie anche alla sua posizione, difesa da precipizi e burroni. Tuttavia il paese fu messo a ferro e fuoco da Ruggero II il Normanno, Duca di Calabria e di Puglia, che volle punire il Conte Landolfo, signore del luogo, che aveva parteggiato per Rainulfo, suo acerrimo nemico. A causa di questo evento andarono distrutte molte testimonianze del periodo più fiorente, che Montemarano visse sul finire del secolo XI, sotto l'episcopato di Giovanni, cittadino, vescovo e poi Santo Protettore che, seppe difendere il paese dalle prime invasioni normanne e portò stabilità e benessere. Il nobile passato di Montemarano trova un'altra significativa espressione nel miracolo di San Francesco, raccontato da San Bonaventura di Bagnoreggio nella "Vita dei Santi" e da Tommaso da Celano nel "Trattato dei Miracoli", in cui si narra di una nobildonna del posto che fù riportata in vita per il solo tempo di confessare una grave colpa ed acquistare la pace dell'anima. Il miracolo è stato raffigurato da Giotto nell'affresco "La Morta resuscitata di Montemarano" che si può ammirare nella Basilica Superiore di Assisi. La sorte della città fu legata a quella dei vari feudatari che si sono succeduti fino agli inizi del 1800. La città appartenne originariamente ai Saraceni, poi ai Della Marra e ai Caracciolo. Quindi seguirono i Lagonessa e gli Strambone. Nel 1751 il feudo fu acquistato da Domenico Cattaneo, principe di San Nicandro e nel 1760 ne divenne padrona la famiglia genovese dei Beria.Il centro assunse a dignità di città al sorgere della Diocesi, che comprendeva 18 casali. Dal punto di vista sociale, il periodo più importante fu tra il 1400 e il 1500, quando nacque l'Università di Montemarano, che si caratterizzò per il fiorire delle leggi che disciplinavano l'igiene, la macellazione, il seppellimento dei morti ed altri servizi. La decadenza investì la città tra il 1600 e il 1700 a causa delle pestilenze che si susseguirono in tale periodo e che decimarono la popolazione. Anche se molti monumenti nel corso del tempo sono andati distrutti, la città conserva, ancora oggi, segni inconfondibili e testimonianze prestigiose attraverso la topografia tipicamente medievale del centro storico, la struttura della sua Cattedrale, la Cripta e gli affreschi ivi rinvenuti, la preziosa sedia vescovile e alcune tele di elevato valore artistico.
Zungoli
Il centro abitato presenta pianta triangolare ed è costituito da due zone distinte: infatti, al nucleo antico, arroccato intorno al castello medievale e caratterizzato da case basse e stradine acciottolate, si è aggiunta una zona di più recente costruzione, sviluppatasi lungo una strada provinciale. Il castello normanno (XI secolo), trasformato nel secolo scorso in palazzo residenziale, conserva tre torri cilindriche angolari e il corpo centrale con cortile interno. Sicuramente degno di nota è il complesso conventuale di San Francesco, nonché le chiese di San Nicola e di Santa Maria di Costantinopoli, e i palazzi nobiliari Caputi, Petruzzelli, Iannuzzi e Zevola.Al confine con la provincia di Foggia, nell'area della Valle dell'Ufita, sorge il borgo di Zungoli. Situato a 657 metri sul livello del mare, si trova a 60 km da Avellino. È attraversato da un'antica via di transumanza, il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, e rientra nella rete de "I borghi più belli d'Italia".
Zungoli, menzionato nell'XI secolo come CASTRUM CUROLI, dal nome del capitano normanno che fece edificare il castello, Leander Curulo o Giungolo o Juncolo, fece parte della baronia di Vico; in epoca angioina fu feudo di Filippo Siginolfo e nel 1313 passò alla famiglia Del Balzo; tra i signori che lo governarono nei secoli successivi figurano il capitano spagnolo Consalvo di Cordova e la famiglia Loffredo, che ne mantenne il possesso fino al 1806. Il complesso conventuale di San Francesco, risalente al XVI secolo e rifatto nel XVIII, presenta all'interno della chiesa, tra l'altro, un coro ligneo settecentesco e una pregevole tela di scuola napoletana raffigurante San Francesco. STORIA SISMICA: Il territorio di Zungoli, nel corso dei secoli, è stato colpito molto duramente da svariati eventi sismici: innanzitutto un terremoto del maggio 1456, del quale non sono state riportate le descrizioni degli effetti ma che si colloca al VII grado della scala Mercalli. Nel 1694 la scossa causò il crollo di 15 case e lesionò le rimanenti; ci furono molti feriti ma nessun morto. L'entità del sisma fu notevole nel 1732, quando il 29 novembre la scossa causò il crollo di gran parte delle abitazioni e delle chiese; nonché 3 morti. Zungoli venne colpita anche dal sisma del 1910, che causò danni alle volte, agli archi, ai pilastri e ai muri degli edifici più vecchi; furono gravemente lesionati tutti gli archi della chiesa Madre di S. Nicola, un angolo della quale divenne pericolante, e del convento. La località fu inclusa nell’elenco dei comuni danneggiati ai quali erano applicabili i provvedimenti della legge 13 luglio 1910 n.467 a vantaggio delle zone colpite dal terremoto. Gli effetti della scossa furono devastanti nel luglio 1930, quando a causa del terremoto si formò una frattura nel suolo di forma ellittica estesa per oltre 500 m, e il terreno compreso in essa sprofondò leggermente. Oltre a questo si segnalarono morti, circa 20 feriti e gravi danni agli edifici. Fra i fabbricati rurali con abitazione permanente situati nel territorio del comune ne furono censiti 12 distrutti, 14 gravemente lesionati, 24 riparabili. Poco più di trent'anni dopo, venne avvertito anche il sisma del 1962, che causò danni agli edifici anche se non gravi. Infine, il terremoto dell'Irpinia del 23 novembre 1980 causò danni rilevanti: in tutto il territorio comunale le unità edilizie danneggiate più o meno gravemente furono 710; furono fortemente danneggiate le chiese di S. Maria Assunta e di S. Nicola.
Montella
Montella è un comune italiano di 7 179 abitanti della provincia di Avellino in Campania
Nato su una zona già abitata dal periodo neolitico, il paese divenne sede gastaldale e poi contea sotto i Longobardi.[6] Montella è nota per la produzione della castagna, cui è riconosciuto il marchio IGP, e per il tartufo nero. Il territorio, compreso nel parco regionale Monti Picentini, è prevalentemente montuoso e ricco di sorgenti, quattro delle quali alimentano l'Acquedotto Pugliese. Dalla sorgente del Monte Accellica, nel territorio di Montella, nasce il fiume Calore Irpino.
A Montella si conserva l'unico esemplare originale di giornea mai rinvenuto, conservato presso il convento di San Francesco a Folloni, facente parte dei paramenti funebri del conte Diego I Cavaniglia, morto nel 1481 nella battaglia di Otranto contro i turchi.
Situata nel settore meridionale dell'Irpinia, Montella fa parte della comunità montana Terminio Cervialto; l'escursione altimetrica nel comune è di 1 616 metri.
Il fiume Calore ha la sua sorgente nel comune di Montella. Importanti sono le valenze paesaggistiche, in particolare l'altopiano di Verteglia, vasto e ricoperto da faggi; tra le numerose grotte esistenti, la Grotta dei Cantraloni e la Grotta del Caprone.
Non si sa molto in merito ai primi abitanti della zona di Montella, ma il ritrovamento di reperti dell'età del bronzo fa pensare che la zona fosse già abitata nel III millennio a.C. Quello che è certo è che attorno al 500 a.C. circa alcune tribú sannitiche irpine si insediarono nella zona compresa tra il fiume Calore e il fiume Lacinolo. Di ciò si può esser certi poiché nella zona bassa dell'odierno abitato di Montella sono stati rinvenuti numerosi reperti databili dal 500 a.C. fino a tutto il periodo della dominazione romana, tra cui monete greche che testimoniano i rapporti commerciali delle tribù locali con le colonie della Magna Grecia.Gli Irpini, che insieme ai Pentri e ai Caudini erano parte importante della confederazione militare sannitica, combatterono contro i Romani nelle famose tre guerre sannitiche. Le legioni Romane ebbero il sopravvento e l'egemonia di Roma si estese su tutto il territorio interno della Campania.
Agli inizi del secolo scorso il rinvenimento di sepolture di epoca romana nella zona di Folloni e dei resti di una villa in località San Vito (di cui si sono perse poi le tracce), oltre al rinvenimento di numerosi reperti in zona Fontana (1978) e in altre località, quasi tutte portate nel giardino di Palazzo Capone e attualmente presso la sezione archeologica del Museo irpino di Avellino, servirono quali documenti storici circa l'epoca romana nel territorio montellese. Un cippo rinvenuto in località Chianola riporta i nomi dei magistrati che intorno al 130 a.C. eseguirono la divisione agraria della zona: Marco Fulvio Flacco, Gaio Papirio Carbone e Gaio Sempronio Gracco. Lo stesso cippo riporta l'indicazione del cardo e del decumano dell'insediamento romano.
Ebbe un ruolo considerevole nel regno delle Due Sicilie nuovamente per la sua posizione di confine, tra il Principato Ultra e il Principato Citra. A Montella soggiornò Giuseppe Bonaparte di ritorno dalle Puglie, presso il Palazzo dei Lepore. Montellese era il marchese Michelangelo Cianciulli, ministro di grazia e giustizia e reggente delle Due Sicilie nella fase di passaggio dai Borbone all'occupazione francese.
Per Montella il lungo periodo feudale ebbe termine agli inizi del XIX secolo, proprio ad opera del Cianciulli, estensore, quale ministro della giustizia del Regno, delle leggi eversive della feudalità.
Durante la seconda guerra mondiale, la Piana del Dragone e gli Altopiani di Verteglia, nel territorio montellese, sono punti strategici di grandi manovre militari. In quel periodo per più volte il principe ereditario Umberto di Savoia sarà ospite del convento di San Francesco a Folloni, cui rimarrà legato e a cui donerà la statua che ancora oggi si trova nella nicchia sul portale principale della chiesa. Nel 1936, Mussolini insieme a Vittorio Emanuele III passeranno per Montella per supervisionare le operazioni militari.
Sant’Angelo dei Lombardi
Sant’Angelo dei Lombardi è un bellissimo paese dell’Alta Irpinia situato in prossimità di uno sperone che insiste sulla linea spartiacque della dorsale appenninica. Esso, infatti, divide la valle d’Ansanto, solcata dal fiume Fredane, un affluente del Calore, ed il versante di sinistra della vallata dell’Ofanto nel suo tratto iniziale. Secondo le tesi di alcuni storici il nome del paese riflette il culto di San Michele Arcangelo a cui erano particolarmente devote, dopo la loro conversione al Cristianesimo, le popolazioni Longobarde. La tradizione storica ritiene che siano stati proprio questi popoli a dare origine al centro abitato durante l’Alto Medioevo.
Le prime testimonianze - Secondo testimonianze storiche, il territorio di Sant’Angelo dei Lombardi si può ritenere abitato già prima dell’era volgare sia perché si trova a metà strada tra due località di grande importanza storica per l’intera regione, le antiche città di Compsa (Conza della Campania) e di Aeclanum (Mirabella Eclano), sia perché non sono pochi i reperti archeologici ed epigrafi rinvenuti nel territorio. Dovrebbe risalire alla seconda metà del IX secolo la costruzione del Castello di Sant’Angelo nonché dei vicini fortilizi di Torella, Monticchio e Guardia. Questi quattro castelli, infatti, furono edificati per motivi di difesa lungo la linea di confine del Gastaldato di Conza che faceva parte del Principato di Salerno.
La nascita della Diocesi - Non si può ipotizzare con assoluta certezza quando Sant’Angelo sia divenuto sede diocesana. Si può supporre, però, che tale evento sia avvenuto dopo il passaggio per queste zone di Roberto il Guiscardo al momento della conquista di Salerno, avvenuta nel 1706. Il Guiscardo, infatti, riteneva che il proprio dominio potesse essere consolidato solo se avesse avuto dalla sua parte il mondo ecclesiastico ed in particolare il clero diocesano. Proprio per tale motivo, si prodigò per far istituire più di una diocesi e per farne nominare i relativi vescovi.
Il periodo Angioino - Sant’Angelo dei Lombardi acquistò notevole importanza nel corso del periodo angioino, sia per la presenza del vescovado, sia perché ebbe come signori feudali, tra gli altri, i de Gianvilla, i Caracciolo e gli Imperiale. Durante il regno di Giovanna II d’Angiò, il feudo di Sant’Angelo fu concesso a Sergianni Caracciolo, il quale lo donò al fratello Marino. Sotto il dominio di quest’ultimo, nel 1432, l’Università di Sant’Angelo ottenne grazie e privilegi. Privilegi che migliorarono notevolmente anche durante il dominio dei vari baroni che si avvicendarono negli anni.
L’epoca moderna - Non è da dimenticare la grande e appassionata partecipazione dei santangiolesi ai moti risorgimentali. Nel paese sorsero ben quattro vendite della carboneria e furono molti quelli che pagarono di persona per le proprie idee liberali essendo processati e condannati al carcere o all’esilio oppure epurati dai loro incarichi. Sant’Angelo acquistò maggiore importanza durante il decennio napoleonico perché divenne capoluogo di uno dei tre circondari amministrativi in cui fu divisa la provincia di Avellino.
Nusco
Il centro di Nusco è situato su un monte tra Montella e Lioni, lungo la linea spartiacque appenninica tra l'alto corso dell'Ofanto (tributario del mar Adriatico) e l'alto corso del Calore Irpino (tributario del mar Tirreno tramite il Volturno in cui si immette).
È definito il balcone dell'Irpinia, poiché dagli spalti del suo castello diruto o dai viali che costeggiano il paese si può ammirare un ampio panorama il cui orizzonte spazia dal massiccio del Vulture alla cima del Montagnone di Nusco, al Terminio, al Partenio, al Taburno, al Matese e verso i Monti Dauni.
Nella seconda metà del secolo XI, Nusco acquistò il titolo di "civitas" o perché città ducale o perché eretta a sede vescovile. Ne fu primo vescovo sant'Amato, nativo del luogo, che ancora oggi ne è il patrono; in cattedrale si conservano le sue sacre ossa e la Chartula Iudicati, del settembre 1093, scritta in caratteri longobardi beneventani.
Durante il Medioevo il castello di Nusco fu una fortezza sicura e diede protezione e riparo a Guglielmo, ultimo duca di Puglia, nel 1122, e a Manfredi, nel 1254. L'etimologia del nome del paese si collegherebbe al termine popolare musco, utilizzato per indicare il muschio che abbonda nel sottobosco del borgo. Gli abitanti sono detti nuscani e Sant'Amato è il loro patrono.Le prime testimonianze della storia di Nusco sono state trovate all'interno del testamento del vescovo Amato che, nel 1093, descrisse con la parola civitas la sua sede. Le origini del castello, tuttavia, potrebbero risalire anche a qualche secolo prima, al tempo della secessione del Principato di Salerno dal Ducato di Benevento, avvenuta nell’847.
Molte sono state le famiglie che hanno governato su questo territorio: tra queste, i D’Aquino, i Del Balzo, i Caracciolo e i Carafa. Gli ultimi feudatari di Nusco furono gli Imperiale, fino all'abolizione della feudalità nel 1806.
Molte delle abitazioni di queste famiglie, ancora oggi perfettamente conservate, sono circondate da eleganti giardini e visitabili, avendo mantenuta intatta la loro struttura originaria.
Gesualdo
Gesualdo è un borgo della provincia di Avellino (Campania) che sorge su un dolce rilievo collinare dell'Appennino meridionale, a metà strada tra il Mar Tirreno e il Mare Adriatico.
In questa “terra di mezzo”, con una popolazione di circa 3500 abitanti, visse il compositore madrigalista Carlo Gesualdo (1566-1613) principe di Venosa e nipote a San Carlo Borromeo, tra le mura del possente Castello, antica rocca di difesa, che domina lo sperone roccioso della parte antica della cittadina (e le cui origini si fanno risalire all’epoca longobarda).
Seppur vi siano tracce di antichi insediamenti già prima della nascita di Cristo, è durante il periodo longobardo e soprattutto in quello normanno che Gesualdo cominciò ad avere uno sviluppo dell’aggregato urbano, proprio attorno alla suddetta rocca, che fu trasformata poi, con il passare dei secoli, da struttura difensiva ad abitativa, fino a diventare il maestoso e possente Castello che caratterizza il panorama attuale. Per volontà del principe Carlo Gesualdo il castello venne trasformato da fortezza militare ad una dimora, sede di un vero e proprio “cenacolo musicale” verso la fine del ‘500, in cui furono accolti letterati e poeti, tra cui anche Torquato Tasso.
In quegli anni, tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600, Gesualdo fece edificare tre chiese, il convento dei Domenicani e quello per i Cappuccini (dove è custodita la pala del Perdono di Gesualdo, attribuita a Giovanni Balducci).
Alla morte di Carlo Gesualdo, fu Niccolò Ludovisi a succedergli nel titolo di Signore di Gesualdo, Vennero edificati palazzi per la corte e alloggi per le maestranze delle botteghe artigiane e della servitù, e in tale modo si diede impulso allo sviluppo del borgo ai piedi del castello.
Piazze e fontane di gradevole fattura tuttora completano, assieme alle Chiese e ai palazzi gentilizi (Palazzo Mattioli e Palazzo Pisapia) il complesso architettonico del borgo, oltre ovviamente al maestoso castello.
Fino a metà del secolo scorso, Gesualdo basava la sua economia prevalentemente sul commercio, in particolare del bestiame e dei prodotti agricoli. Le Fiere cittadine, la cui tradizione risale al 1588, erano assai ricche e conosciute ed attiravano compratori da tutta l’Irpinia e dalla vicina Puglia. A sostenere fortemente l’economia locale contribuivano inoltre l’agricoltura, con grandi produzioni di ortaggi tra questi in particolare il sedano, e l’artigianato, in particolare del legno e della pietra.
Rocca San Felice
Borgo fra i più belli dell'Irpinia, che conserva perfettamente l'architettura dell'impianto medievale dalla splendida Rocca del Castello, che domina dall'alto tutto il paese, alla Valle D'Ansanto e al mistero della Mefite. Terra di racconti e sapori di eccellenza.
Rocca San Felice, sorto in epoca alto medievale, è adagiato su un poggio coronato dai ruderi del castello medievale. Il Castello di Rocca San Felice, detto anche "Donjon", è parte di un'area fortificata che, negli antichi documenti, viene citata con la denominazione di Castellum Sancti Felicis e, successivamente, con termine di "Rocca". Dell'intera area fortificata oggi restano visibili: il portale, la cinta muraria e la torre cilindrica. Alle basi del castello, lungo la via Croce, si trova la chiesa di Santa Maria Maggiore. Il centro storico si sviluppa da nord, posizione del castello, a sud lungo la strada provinciale 78.
Comune compreso nella Comunità Montana Alta Irpinia ad un'altitudine di 750 m s.l.m., l'abitato è situato nella zona sud del comune, al confine con il territorio di Sant’Angelo dei Lombardi ad una distanza dal capoluogo di provincia di 58 km. Il Comune di Rocca San Felice ubicato nell'appennino sannita, sul versante destro del torrente Fredane, rientra nella perimetrazione dell’Area Interna Alta Irpinia.In epoca longobarda viene eretta la fortezza adibita alla difesa dei confini tra il principato di Salerno e quello di Benevento, in epoca angioina viene inglobata tra i feudi di Landolfo d’Aquino, poi passa ai Saraceno, ai Caracciolo e nel 1594 a Giovanni Battista Reale. I Capobianco, signori di Carife, assumono la giurisdizione nel XVII secolo, mantenendola fino all'eversione della feudalità nel 1806. La chiesa di Santa Maria Maggiore è edificata nel XII secolo e ricostruita dopo il sisma del 1980, viene riaperta al culto il 4 agosto 1991. STORIA SISMICA: le prime informazioni della storia sismica di Rocca San Felice vengono fatte risalire al sisma del 25 ottobre 989 e alcuni crolli del castello sono messi in relazione con questo evento. Nel 1694 il terremoto causa il crollo di 80 abitazioni e 10 morti. Con l’evento sismico del 29 novembre 1732 avviene il crollo della chiesa San Felice. Ad inizio del XX secolo il sisma del 1910 causa il crollo di due abitazioni e lesioni leggere nelle restanti case. Il sisma del 1980 causa gravi danni in tutto il territorio comunale, le unità edilizie danneggiate sono state 701 e le chiese di Santa Felicità, Santa Maria di Costantinopoli e Santa Maria Maggiore vengono gravemente danneggiate.
Morra De Sanctis
Il comune di Morra De Sanctis sorge nell'area dell'Alta Irpinia. È un paese di 1.197 abitanti, situato a 863 metri sul livello del mare e a 62 km da Avellino. Il territorio si estende per 30,41 km² e i comuni confinanti sono: Andretta, Conza della Campania, Guardia Lombardi, Lioni, Sant'Angelo dei Lombardi e Teora. È attraversato dal grande fiume Ofanto.
L'etimologia del nome sembrerebbe provenire dal termine morra, nel significato di "altura", "monticello", "cumulo di pietre"; mentre la specifica è legata al cognome del grande statista, Francesco De Sanctis, originario del borgo. Gli abitanti sono detti morresi e San Rocco è il loro patrono.
Il Comune di Morra De Sanctis, situato nel cuore dell’Alta Irpinia, affonda le sue radici in un passato ricco e affascinante, che affiora ancora oggi tra le pietre del suo borgo medievale, i reperti archeologici e le antiche architetture.
Sebbene non sia possibile stabilire con esattezza il periodo in cui sorsero i primi insediamenti nel territorio comunale, le importanti scoperte archeologiche effettuate in località Piano di Cerasuolo (Chànu Cirasùlu nel dialetto locale) testimoniano la presenza umana sin dal VII secolo a.C., con reperti riconducibili alla civiltà di Oliveto Citra–Cairano.
Nel Medioevo, Morra De Sanctis fu teatro di eventi drammatici: incursioni nemiche e tre violenti terremoti, verificatisi tra il IX e l’XI secolo, determinarono trasformazioni profonde nella struttura e nell’assetto del borgo. In questo periodo, divenne uno dei castelli fortificati posti a difesa del Gastaldato di Conza, assumendo un ruolo strategico nella rete difensiva del territorio.
Nel corso dei secoli, il feudo passò nelle mani di alcune tra le più importanti famiglie nobiliari del Regno di Napoli: i Morra, gli Zurlo, i Caracciolo e nuovamente i Morra, che lo amministrarono fino all’abolizione della feudalità nel 1806.
Nel 1934, il Comune, precedentemente denominato Morra Irpina, assunse ufficialmente il nome attuale in onore del suo più illustre cittadino, Francesco De Sanctis, scrittore, critico letterario e statista di rilievo nazionale, la cui memoria è profondamente intrecciata con l’identità locale.
Morra De Sanctis è oggi un crocevia tra storia e letteratura, un borgo che custodisce stradine, vicoli e scorci paesaggistici incorniciati da una natura rigogliosa e dominati dalla presenza imponente del suo antico castello.
Il Comune si estende su una superficie di 30,41 km², conta 1.197 abitanti ed è situato a 863 metri di altitudine, a circa 62 km da Avellino. Confina con i comuni di Andretta, Conza della Campania, Guardia Lombardi, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi e Teora, ed è attraversato dal fiume Ofanto, che ne ha accompagnato la storia nei secoli.
Il toponimo “Morra” sembra derivare da un termine che indica una “altura”, un “monticello” o un “cumulo di pietre”, mentre l’aggiunta “De Sanctis” rende omaggio al grande pensatore morrese. Gli abitanti sono detti morresi e il patrono del paese è San Rocco, celebrato con profonda devozione dalla comunità locale.
Torella dei Lombardi
Il comune di Torella dei Lombardi sorge nell'area dell'Alta Irpinia. È un paese di 2.051 abitanti, situato a 666 metri sul livello del mare e a 43 km da Avellino. Il territorio si estende per 26,57 km² e i comuni confinanti sono: Castelfranci, Nusco, Paternopoli, Sant'Angelo dei Lombardi e Villamaina. Le sue sorgenti contribuiscono alla nascita del grande fiume Ofanto.
L'etimologia del nome risale al periodo della contesa tra i principati longobardi di Benevento e di Salerno, intorno all'anno 850, quando, a difesa del confine del principato di Salerno, venne costruito un fortilizio che, per la sua modesta mole, venne chiamato Turrella, da cui deriva l'odierno toponimo. Gli abitanti sono detti torellesi e Sant'Eustachio Martire è il loro patrono.Le prime notizie riguardanti Torella dei Lombardi risalgono al 1151 e sono testimoniate da un documento che parla dell'esistenza del castello come pagus romano.
In seguito alla caduta di Conza, a opera di Roberto il Guiscardo, il feudo fu conquistato dai Normanni, ai quali seguirono gli Svevi, gli Angoini e gli Aragonesi. Dopo un lungo periodo di appartenenza alla famiglia Saraceno, nel XVI secolo Torella passò nelle mani della famiglia Caracciolo, i cui membri, nel 1638, ottennero il titolo di principi di Candriano.
Con l'avvenuta Unità d'Italia, Torella acquisì la specifica "dei Lombardi", al fine di distinguersi dall'omonima località in provincia di Campobasso, oggi denominata Torella del Sannio.
Torella dei Lombardi è il paese d'origine di Roberto Roberti, pseudonimo di Vincenzo Leone, padre del famoso regista Sergio Leone. In sua memoria è stato istituito, nel 2004, un festival cinematografico.
All'interno del Castello Ruspoli-Candriano, vi è un piccolo museo, in cui sono conservati costumi e sceneggiature originali dei film più noti del celebre regista western.
Calitri
La presenza di nuclei sparsi è documentata nel territorio di Calitri dalla protostoria all’età del ferro. I recenti importantissimi ritrovamenti di sepolture in località Convento, attinenti alla cultura di “Oliveto-Cairano” - una facies particolare e omogenea della Fossakultur campana, attestata nel vasto territorio che si snoda tra le valli dell’Ofanto e del Sele - sono destinati a far rivedere alcune consolidate quanto infondate versioni sulla storia antica di questo paese che, è certo, diventa un vero e proprio insediamento urbano solo a partire dal XIII secolo. L’esistenza del castello è documentata proprio nel XIII secolo: appartenente al demanio imperiale, fu sottoposto ad interventi di riparazione e adeguamento delle strutture difensive nell’ambito del programma federiciano di miglioramento dell’edilizia fortificata in Italia meridionale. Al momento dell’occupazione angioina il “Castrum Calitri“ era uno dei circa quaranta castelli agibili esistenti nel giustizierato del “Principato e Terra Beneventana“. Nel 1304 venne acquistato dai Gesualdo che ne detennero il possesso per oltre tre secoli e lo ampliarono con consistenti e ripetuti interventi di ristrutturazione, poi nel XVII secolo passò ai Ludovisi ed infine nel 1676 ai Mirelli proprietari del feudo fino al 1806. La storia del castello è ineluttabilmente legata ai terremoti, in particolare quello del 1561 che fece crollare numerosi ambienti, ma soprattutto il sisma del 1694 dal quale fu completamente distrutto, tanto che i feudatari superstiti della famiglia Mirelli optarono per l’abbandono dei ruderi in cima alla collina, ricostruendo il palazzo più a valle. L’area fu pertanto oggetto dal XVIII secolo in poi di grosse trasformazioni urbane che interessarono anche il sottosuolo. Il palatium cinquecentesco che aveva incorporato i resti della roccaforte medievale, divenne un borgo con un tessuto edilizio densamente stratificato. Anche nel XX secolo gli eventi sismici causarono enormi danni alle strutture residue delle antiche fortificazioni. I dissesti determinati dal terremoto del 23 novembre 1980 e dal conseguente movimento franoso hanno, infatti, ulteriormente modificato la topografia e compromesso la stabilità dell’intera parte alta del centro storico, lasciando tuttavia identificabili i massicci muraglioni perimetrali a nord-ovest e a sud-ovest ed alcuni locali sotterranei successivamente adibiti a depositi e a cantine.
Dall’inverno 1988-1989, dopo l’improvviso crollo di un settore delle Ripe che provocò lo sprofondamento della cisterna del palatium e delle grotte ed abitazioni ad essa adiacenti, è in corso nell’area un intervento di restauro dei manufatti edilizi e delle strutture urbane esistenti diventati quasi interamente di proprietà pubblica. Successivamente l’intero ambito urbano è stato dichiarato d’interesse particolarmente importante ai sensi del decreto legislativo nr.42/2004, con D.M. del 21.05.1998 perché costituisce «una significativa e rara testimonianza storico-architettonica del periodo che va dalla fondazione del fortilizio difensivo (XII-XIII secolo) sul quale è stato successivamente eretto il castello all’ultima delle numerose ristrutturazioni edilizie ed urbanistiche effettuate al suo interno (XX secolo) ».
Il progetto generale di recupero del Borgo Castello, elaborato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico (BAPPSAE) di Salerno e Avellino, a seguito di protocollo d’intesa stipulato con l’Amministrazione comunale di Calitri, finanziato con i fondi europei del POR Campania 2000-2006 (nell’ambito del Progetto integrato Itinerario Culturale “Valle dell’Ofanto” in un’ottica di valorizzazione complessiva dell’Alta Valle dell’Ofanto, quale area a cavallo di tre regioni, Campania, Puglia e Basilicata) prevede il restauro dei comparti edilizi e la sistemazione dell’intera zona compresa fra via Castello e le Ripe. L’intervento, saldandosi strettamente ai lavori già eseguiti negli anni passati, propone una serie di opere organiche e conclusive finalizzate a garantire la tutela e la valorizzazione del complesso monumentale ed a consentirne la fruibilità all’uso pubblico. La particolare morfologia del sito, la stretta interconnessione dei manufatti edilizi con i percorsi stradali ed il terreno di fondazione da una parte e la vastità dell’area danneggiata dall’altra implicano quindi una sorta di “restauro urbano” che, oltre a permettere l’apertura al pubblico in condizioni di sicurezza, metta in evidenza tutte le stratificazioni significativamente riconoscibili nella struttura.
Negli ambienti restaurati ha trovato sede il Museo della Ceramica comprendente sezioni storiche - dalla preistoria e protostoria all’epoca medioevale e rinascimentale, fino alla produzione di maioliche ottocentesche e novecentesche - e spazi espositivi per la maiolica artistica contemporanea con laboratori e botteghe di restauro, nonché l’ufficio-sportello informativo della Soprintendenza per i BAPPSAE, il Centro Studi sulla Ceramica ed appositi spazi per la didattica e per manifestazioni culturali ed artistiche di vario genere.
Conza della Campania
Conza della Campania è una terra di storia e resilienza, un luogo che incarna il simbolo della Fenice, capace di risorgere dalle proprie ceneri dopo ogni terremoto. Rasa al suolo tre volte nel corso dei secoli, è sempre stata ricostruita, testimoniando la forza e la determinazione dei suoi abitanti. Questo piccolo centro dell’Alta Irpinia, con i suoi 1.289 abitanti, si trova a 440 metri sul livello del mare, a circa 68 km da Avellino. Il suo territorio, che si estende per oltre 51 km², è attraversato dal fiume Ofanto e si affaccia sulla diga di Conza, un’imponente opera idraulica. I comuni limitrofi sono Andretta, Cairano, Caposele, Castelnuovo di Conza, Morra De Sanctis, Pescopagano, Sant'Andrea di Conza e Teora.
Le radici di Conza affondano nell’antichità: il suo nome deriva da Compsa, un tempo città potente, centro di scambi e cultura in epoca romana e altomedievale. Nel VI secolo divenne sede vescovile, mentre dall'XI secolo fu sede arcivescovile metropolitana, un ruolo che ne sottolinea l'importanza religiosa e politica. Tuttavia, la sua storia è stata segnata da eventi catastrofici: il terremoto del 25 ottobre 990 costrinse gli abitanti a ricostruire il paese su una collina, sviluppando un borgo attorno al castello. Anche il più recente sisma del 23 novembre 1980 ha lasciato un segno indelebile, distruggendo il centro storico e portando alla creazione di un nuovo abitato a valle. Oggi Conza conserva con orgoglio il suo passato e la sua straordinaria biodiversità, custodita nell'Oasi WWF del Lago di Conza. Il Parco Archeologico di Compsa, con i suoi resti millenari, racconta la grandezza di un tempo, rendendo il paese un luogo sorprendente, dove storia e natura si fondono in un perfetto equilibrio.
Torrioni
Le origini del borgo risalgono alla seconda metà del IX secolo, allorquando, su iniziativa del Ducato longobardo di Benevento, venne costruita una torre di guardia a strapiombo sulla sottostante vallata. La torre, situata in posizione strategica alle spalle del coevo e fortificato borgo di Tufo, consentiva il controllo di gran parte della Media Valle del fiume Sabato e della strada che attraversava la gola di Barba. La sorveglianza di quest’ultima era di notevole importanza militare in quanto consentiva il collegamento tra Avellino e Benevento. In un documento dell’888 d.C., la torre è citata col nome di Turris Aionis, ovvero Torre di Aione II, principe di Benevento dall’884 al 891, che ne ordinò la costruzione. Il toponimo del paese deriva quindi da Torre Aione, modificato nel tempo in Torrioni. Da sempre legato alle sorti di Tufo, Torrioni ne divenne casale nel corsodella prima metà del XII secolo. Nel 1138 apparteneva a Raone de Farneto, signore di Tufo, cui seguì nello stesso anno Sarolo Del Tufo. La famiglia Del Tufo tenne il feudo fino al 1414, anno in cui risulta detentrice del possedimento la famiglia Del Turco. Incamerato alla corte regia, nel 1448 Torrioni venne donato da Alfonso I d’Aragona a Camillo Caracciolo. Acquisito nel 1490 da Bartolomeo Del Tufo, nel 1572 il casale torrionese venne ceduto al nobile Alfonso Marchese, gli eredi del quale lo alienarono nel 1580 alla famiglia Del Tufo. Quest’ultima tenne il casale di Torrioni ed il feudo di Tufo fino al 1716 quando, a causa dei debiti contratti per il commercio del vino, li vendettero entrambi ai Conti Piatti, mercanti veneziani diventati banchieri della Repubblica Partenopea dopo essere stati Consoli di Napoli (inizio XVIII sec). La Famiglia Piatti, che con Giacomo Piatti ottenne il titolo di marchesi di Tufo e Torrioni nel 1732, detenne il feudo fino al 1790. Alla morte senza prole di Pasquale Piatti nel 1790, i possedimenti di Tufo e Torrioni, passarono alla sorella del defunto la quale, essendo moglie di Giovanni I Capobianco, dei Marchesi di Carife, la donò al loro figlio Giovanni. I Capobianco furono feudatari di Tufo e Torrioni fino all’abolizione della feudalità nel 1806.
Santa Paolina
Il Comune di Santa Paolina, posto a nord-est rispetto alla città di Avellino, dalla quale dista circa 19 Km, è prossimo al confine tra la provincia di Avellino e quella di Benevento. Ubicata nella zona collinare a monte della conca di Avellino, sul versante destro della media valle del fiume Sabato, ad un'altitudine di 550 m s.l.m., compresa nell'ambito territoriale della Comunità montana “Partenio”. Le origini del Comune di Santa Paolina risalgono ad epoca medioevale ed il nucleo originario sorge come Casalis Sanctae Paolinae del Principato Ultra di Montefusco. Il borgo antico fu distrutto dalla frana del 1814 e successivamente ricostruito. Il nome è legato alla costruzione della chiesa consacrata a Santa Paolina la cui fondazione viene fatta risalire all’inizio del XIV secolo. Santa Paolina è stata gravemente danneggiata dal sisma del 1980.
Secondo la leggenda, il paese di Santa Paolina si chiamava in origine San Felice ed ebbe questo nome fino a quando non fu distrutto da una frana. In seguito a questo evento catastrofico, la popolazione si sarebbe spostata nei pressi di una Chiesa dedicata a Santa Paolina, a cui si deve l’attuale denominazione.
La prima notizia certa e storica su Santa Paolina risale, invece, a un atto notarile del 1083 e il nome del paese si ritrova anche in documenti che riguardano la ripartizione delle spese per il mantenimento del Regio Tribunale, della manutenzione del Castello, delle mura e degli altri obblighi dei Casali. Inoltre, è noto che il territorio fu casale riservato alla Regia Corte, ottenendo alcuni privilegi.
Il paese, comunque, sorse unendo gli agglomerati di case posizionate sugli speroni di Brecciale, Petrarola e Capogiorgio e la suddivisione per casali ( o "Vicatim") è una caratteristica ancora presente nel territorio.
San Leucio del Sannio
San Leucio del Sannio è un centro collinare, sorto nel medioevo in un territorio abitato probabilmente sin dalla remota antichità; è sorretto dall’agricoltura e dal turismo. Il profilo geometrico del territorio comunale è dolcemente ondulato; i poggi che circondano l’abitato, punteggiati da piccolissimi centri abitati e da case isolate, sono tappezzati di campi coltivati e pascoli, alternati a piccole formazioni boschive di macchia mediterranea; i rilievi degradano lentamente verso due corsi d’acqua che, bordati da filari di pioppi, ontani e salici, fanno da confini naturali al comprensorio sanleuciano. Dai punti più elevati dell’agro comunale si può godere di bei panorami sulla Valle Caudina, sulla conca di Benevento e sulle maestose cime del monte Taburno e dei monti d’Avella.
Alcuni scavi archeologici hanno portato alla luce tracce di un antico insediamento, di cui tuttavia non si trova menzione in nessuna fonte storica. Sono scarse anche le notizie documentarie riguardo all’attuale abitato: in alcuni testi redatti tra l’XI e il XII secolo si accenna all’esistenza di alcuni piccoli caseggiati rurali, compresi sotto la denominazione di Casali dei Collinari. Nel corso del Seicento l’agro comunale fu colpito da una terribile peste, che decimò la popolazione (1656), e, nel 1688, da un violento terremoto, che causò gravi danni a gran parte dei comuni della provincia. Fu amministrata per lungo tempo da Benevento e dallo Stato Pontificio, fin quando, con l’unità d’Italia, ottenne l’autonomia comunale. Nel 1962 fu colpita da un primo terremoto che causò gravi danni, nel 1980 un secondo sisma causò danni rilevanti in tutto il territorio comunale. Il suo patrimonio storico-architettonico risulta abbastanza ricco, soprattutto per quanto concerne l’edilizia religiosa. Risale al XII secolo la parrocchiale di San Leucio, che nel corso dei secoli ha subito diverse modifiche. Tra gli altri edifici sacri sono degne di nota anche la chiesa ottocentesca di Maria Santissima della Misericordia e quella cinquecentesca di San Giovanni Battista, in località Maccabei Centro. All’edilizia civile settecentesca appartengono i due palazzi Zamparelli, l’uno sito in via Verdini e l’altro in piazza Municipio.
























