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Montefusco
Montefusco è un affascinante borgo dell'Irpinia, situato a 707 metri sul livello del mare, che offre una combinazione di storia, arte e gastronomia. La sua posizione collinare, con suoli adatti alla viticoltura e un clima appenninico, ha reso il territorio particolarmente fertile e strategico nel corso dei secoli. Le origini di Montefusco risalgono al VI secolo a.C., con insediamenti degli Hirpini. Durante l'epoca romana, il borgo mantenne un ruolo minore, ma con il declino dell'Impero e l'arrivo dei Longobardi, iniziò a svilupparsi nuovamente. Nel periodo normanno, divenne un feudo e sotto Federico II conobbe un periodo di prosperità. Con l'arrivo degli Angioini, Montefusco acquisì importanza amministrativa, diventando sede di un tribunale provinciale. Sotto il dominio aragonese, raggiunse il suo apice politico, ma nel XIX secolo, con le riforme napoleoniche, iniziò un declino che portò a un progressivo spopolamento. Negli ultimi decenni, Montefusco ha visto una riscoperta del suo patrimonio storico e artistico, diventando un "borgo di interesse storico" e attirando l'attenzione turistica.
Altavilla Irpina
Altavilla Irpina ha origini antiche, con riferimenti storici che risalgono a Virgilio nell'Eneide. Situata nel cuore dell'Irpinia, a 17 km da Benevento e Avellino, il comune si estende su tre colli e domina le valli del fiume Sabato e del torrente Vellola. La sua storia è segnata da insediamenti fin dalla preistoria e si sviluppa in età romano-longobarda, inizialmente chiamata Altacauda. Nel corso dei secoli, il borgo passò sotto vari signori, tra cui i De Capua, che ne amministrarono le rendite feudali. Importanti edifici storici, come il Palazzo Comitale e la Chiesa dell’Annunziata, furono costruiti nel periodo medievale. Dopo un periodo di crisi nel Seicento, Altavilla si riprese nel Settecento e nell'Ottocento, con l'aggiunta del nome "Irpina" nel 1862 per distinguerla da altri comuni. L'industrializzazione iniziò nel 1866 con la scoperta di miniere di zolfo. Oggi, la memoria storica del paese è commemorata da un monumento ai caduti in guerra.
Preturo Irpino
Petruro Irpino è un comune italiano di 294 abitanti della provincia di Avellino in Campania. Sorge in posizione panoramica su uno sperone roccioso nella media Valle del fiume Sabato, là dove si insinua nella località conosciuta come Stretto di Barba. In merito all'origine del toponimo, con riferimento alle tracce di insediamenti di epoca romana ritrovati nel territorio, Petruro deriverebbe dal latino Petra ("rupe", "roccia"), oppure secondo altri da Petrurium, "pietra-roccia". Ipotesi entrambe plausibili considerando l'orografia del luogo. Nel 1950 al nome Petruro fu aggiunto l'aggettivo "Irpino", con chiaro riferimento al distretto storico-geografico dell'Irpinia. Al 1240 il paese era un casale di Montefusco. In epoca angioina (1289) il feudo di Petruro era in possesso di Giovanni Mentella. Nel XV secolo era in possesso dei D'Afflitto. Petruro fu possesso feudale dei de Candida alla metà del XV secolo per poi passare ai Calenda agli inizi del XVI secolo. Alla fine del XVI secolo passò ai Matelica e poi ai Marano (XVII secolo). Nel 1695 Carlo II di Spagna investì Gaetano Marano del titolo di marchese di Petruro. La famiglia si estinse alla fine del XVIII secolo con Teresa Marano che sposò Domenico Bonito. Il titolo di marchese passò così al figlio Alessandro Bonito. Tra il 1927 ed il 1945 Petruro perse l'autonomia amministrativa e fu aggregato a Chianche.
Ponte Leproso
In romantica solitudine poco fuori dalla città, sorge il Ponte Leproso, di età romana, restaurato nel Medioevo. Da questo Ponte la via Appia si immetteva nella città per proseguire alla volta di Brindisi e quindi dell’ Oriente. Il nome “Leproso” fu dato in epoca medievale, probabilmente per l’esistenza nella zona di un lebbrosario. L’ardita ed imponente opera, a cavallo del fiume Sabato, offre all’occhio dell’ osservatore uno spettacolo suggestivo con le sue quattro arcate ed il caratteristico andamento a schiena d’ asino. Il ponte fu costruito con molta probabilità su un preesistente ponte sannitico da Appio Claudio Cieco nel III secolo a.C., in occasione dell’apertura della Via Appia.
Hortus Conclusus
L'Hortus Conclusus è un'installazione dell'artista Domenico Paladino, esponente della Transavanguardia Italiana, realizzata nel 1992 insieme all'architetto Roberto Serino, all'architetto Pasquale Palmieri e al lighting designer Filippo Cannata in uno degli orti del Convento di San Domenico a Benevento. L'Hortus si apre in fondo al Vico Noce, accessibile dal Corso Garibaldi. Il nome dell'installazione, letteralmente "giardino chiuso", ha un significato molto più complesso che una semplice descrizione del luogo in cui è posta. Si trova l'espressione hortus conclusus in molti scritti medievali, ispirati dagli analoghi orti di cui parlano la Genesi e i Vangeli. L'hortus, in quanto conclusus, è un luogo segreto e protetto, dove gli asceti, isolati dal mondo, possano avvicinarsi a Dio tramite la meditazione, raggiungendo la conoscenza contemplativa. L'hortus conclusus è il modello dei giardini dei monasteri: quadrangolare a simboleggiare i quattro angoli dell'Universo, con al centro un albero che simboleggia la vita, e un pozzo o una fonte che simboleggia la sorgente della conoscenza. Paladino vuole che l'Hortus sia un luogo di conforto per la continua lotta che l'uomo vive nel mondo concreto come nella propria interiorità, in cerca della pace. È un invito ad intraprendere un personale "percorso della memoria", volto a riscoprire il proprio passato e quindi se stessi. Il mito e la storia La pace auspicata dall'uomo si riflette nella ricerca dell'armonia fra natura e storia, e fra le varie epoche storiche. Mimmo Paladino esprime il suo messaggio usando e reinterpretando i linguaggi artistici del passato, e mette in luce i tratti in comune fra di loro. L'Hortus Conclusus è ricco di elementi che si rifanno al mito, e alla storia sannitica e longobarda di Benevento, non trascurandone l'aspetto più quotidiano e, in parte, familiare. L'ambiente L'Hortus Conclusus è cinto in parte dalle strutture del convento, per il resto da muri che si ispirano alle vere mura di Benevento di epoca longobarda, in mattoni ma con inserzioni disordinate di pietre e bronzi. Stesso discorso vale per la pavimentazione, che ricorda quella dei vicoli storici dei paesi del beneventano. Fra le opere dell'artista fanno comparsa pezzi di colonne, capitelli, frontoni, che accentuano il rimando alla storia della città. Inoltre, come accennato, è molto importante il verde, che legittima il nome di hortus. Fra gli alberi, la rosa, il giglio e la palma, simboli rispettivamente: del sangue divino, della purezza e della gloria.
Terme ad Arco Del Sacramento
L'Arco del Sacramento, di costruzione romana, si trova a Benevento. Sormonta Via Carlo Torre, all'angolo del Palazzo Arcivescovile. La costruzione dell'arco è databile tra la fine del I e l'inizio del II secolo. La facciata si presenta priva del rivestimento marmoreo, di cui rimangono alcuni lacerti, e delle statue originariamente alloggiate nelle nicchie ai lati delle fronti. L'arco dava adito all'area del Foro, dalla parte meridionale della città, nei pressi del Teatro romano. La riqualificazione dell'area è stata attuata grazie alla misura 5.1 del PIT ed è costata quasi 5 milioni di euro. I lavori sono stati progettati e diretti dal Comune di Benevento con l'intervento sinergico della Soprintendenza archeologica di Salerno Avellino Benevento e la Seconda Università degli studi di Napoli. Il restauro dell'arco e delle strutture limitrofe hanno riportato alla luce un complesso termale presente nella zona. Il 9 luglio 2009 è stato inaugurato il percorso archeologico urbano.
Complesso Monumentale di Santa Sofia
La chiesa di Santa Sofia è un antico edificio religioso di Benevento; sorge nella piazza omonima, inizialmente intitolata a Carlo Maurizio Talleyrand. Si tratta di una delle più importanti testimonianze dell'architettura longobarda nella Langobardia Minor, anche se nel corso dei secoli è stata più volte rimaneggiata, fino ad acquisire il suo aspetto moderno. Fa parte del sito seriale "Longobardi in Italia: i luoghi del potere", comprendente sette luoghi densi di testimonianze architettoniche, pittoriche e scultoree dell'arte longobarda, iscritto alla Lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel giugno 2011. La chiesa è di proprietà del FEC.
Teatro Romano
Nel II secolo, durante il regno dell’imperatore Adriano, fu costruito il Teatro Romano di Benevento, inaugurato nel 126 d. C. Con il suo diametro grandioso di 90 m, in origine poteva contenere fino a quindicimila persone. Fu riportato alla luce intorno al 1920. E’ tra i teatri antichi, uno dei meglio conservati ed uno dei più grandi e più belli. All’esterno, 25 arcate su tre ordini (oggi solo uno è stato conservato) davano accesso alla zona interna, attraverso scale e corridoi. Il viale d’ingresso era decorato con delle grandi maschere, simili a quelle usate dai teatranti dell’epoca.
M4 – Museo del Sannio – numerale X
Questa 4 colonne miliarie sono quelle riconducibili agli interventi voluti dall’Imperatore Adriano e attestano inequivocabilmente la riattivazione del segmento dell’Appia tra Beneventum ed Aeclanum. Sistemata perché versava in uno stato di degrado in favore della più famosa via Traiana fatta realizzare nel 109 d.C. e la cui costruzione aveva danneggiato gli insediamenti collocati lungo il più vetusto tracciato dell’Appia. La risistemazione adrianea di questo segmento era funzionale a far uscire dall’isolamento i centri di Aeclanum e Venusia non più collocati sulla principale via di traffico per Brundisium.
M3 - Rocca dei Rettori – numerale VIII
Questa 4 colonne miliarie sono quelle riconducibili agli interventi voluti dall’Imperatore Adriano e attestano inequivocabilmente la riattivazione del segmento dell’Appia tra Beneventum ed Aeclanum. Sistemata perché versava in uno stato di degrado in favore della più famosa via Traiana fatta realizzare nel 109 d.C. e la cui costruzione aveva danneggiato gli insediamenti collocati lungo il più vetusto tracciato dell’Appia. La risistemazione adrianea di questo segmento era funzionale a far uscire dall’isolamento i centri di Aeclanum e Venusia non più collocati sulla principale via di traffico per Brundisium.
M2 - Rocca dei Rettori – numerale V
Questa 4 colonne miliarie sono quelle riconducibili agli interventi voluti dall’Imperatore Adriano e attestano inequivocabilmente la riattivazione del segmento dell’Appia tra Beneventum ed Aeclanum. Sistemata perché versava in uno stato di degrado in favore della più famosa via Traiana fatta realizzare nel 109 d.C. e la cui costruzione aveva danneggiato gli insediamenti collocati lungo il più vetusto tracciato dell’Appia. La risistemazione adrianea di questo segmento era funzionale a far uscire dall’isolamento i centri di Aeclanum e Venusia non più collocati sulla principale via di traffico per Brundisium.
M1 – Rocca dei Rettori – numerale II
Questa 4 colonne miliarie sono quelle riconducibili agli interventi voluti dall’Imperatore Adriano e attestano inequivocabilmente la riattivazione del segmento dell’Appia tra Beneventum ed Aeclanum. Sistemata perché versava in uno stato di degrado in favore della più famosa via Traiana fatta realizzare nel 109 d.C. e la cui costruzione aveva danneggiato gli insediamenti collocati lungo il più vetusto tracciato dell’Appia. La risistemazione adrianea di questo segmento era funzionale a far uscire dall’isolamento i centri di Aeclanum e Venusia non più collocati sulla principale via di traffico per Brundisium.