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Noale
Noale conserva ancora oggi il fascino di un borgo medievale fortificato, con la sua Rocca dei Tempesta e le torri che segnano l’antico perimetro difensivo. Il sistema di canali e fossati, un tempo essenziale per la difesa, contribuisce a creare un ambiente urbano caratteristico e armonioso. La città si sviluppò attorno alla potente famiglia Tempesta, che ne fece un importante centro amministrativo nel Medioevo. Le testimonianze di questo periodo sono ancora ben visibili nel tessuto urbano e nelle architetture civili e religiose. Dal punto di vista turistico, Noale offre un equilibrio tra patrimonio storico e vivacità culturale, con eventi, rievocazioni e mercati tradizionali. La cucina locale riflette le influenze della pianura veneziana, con piatti semplici e genuini legati alla stagionalità dei prodotti.
Cittadella
Cittadella è una rara città murata di fondazione, progettata nel 1220 dal Comune di Padova con una pianta perfettamente ellittica e una cinta muraria interamente percorribile. Le mura, alte e possenti, costituiscono oggi uno dei camminamenti di ronda più spettacolari d’Europa, offrendo una visione privilegiata sull’impianto urbano e sul paesaggio circostante. La sua storia è strettamente legata alle lotte tra Padova, Vicenza e Treviso, che ne determinarono il ruolo strategico nel controllo del territorio. Nonostante i secoli e le trasformazioni politiche, la struttura originaria è rimasta sorprendentemente intatta, rendendo Cittadella un unicum nel panorama italiano. Il patrimonio artistico si esprime nelle chiese, nei palazzi e nei musei locali, mentre la tradizione enogastronomica riflette l’identità della campagna veneta, con prodotti semplici ma di grande qualità. Mercati, eventi culturali e manifestazioni storiche animano il centro durante tutto l’anno, contribuendo a mantenere viva la memoria collettiva della città.
Marostica
Marostica è universalmente conosciuta per la sua Piazza degli Scacchi, teatro della celebre partita a scacchi vivente che si svolge ogni due anni. Questo evento, che coinvolge figuranti in costume, rievoca una leggenda medievale e rappresenta uno degli appuntamenti più suggestivi del panorama italiano. La città è dominata dal Castello Inferiore e dal Castello Superiore, collegati da una scenografica cinta muraria che si arrampica sul colle, offrendo un colpo d’occhio straordinario. La storia di Marostica è strettamente legata alla Repubblica di Venezia, che ne consolidò il sistema difensivo. Oltre al patrimonio storico, Marostica è famosa per la produzione della ciliegia IGP, un’eccellenza agricola celebrata ogni anno con manifestazioni dedicate. L’offerta turistica si completa con musei, percorsi naturalistici e una cucina che esalta i prodotti locali.
Villafranca di Verona
Villafranca di Verona si distingue per il suo imponente Castello Scaligero, parte di un sistema difensivo noto come Serraglio, che un tempo collegava diverse fortificazioni del territorio. La città ha avuto un ruolo storico significativo, anche come sede della Pace di Villafranca del 1859, evento cruciale nel processo di unificazione italiana. Il centro storico conserva edifici eleganti e testimonianze del passato nobiliare, mentre il territorio circostante è caratterizzato da una forte vocazione agricola. La gastronomia rappresenta uno dei principali punti di forza: il celebre Nodo d’Amore, una variante dei tortellini, è simbolo della tradizione locale e protagonista di eventi culinari molto partecipati. Questo connubio tra storia e sapori rende Villafranca una meta particolarmente interessante.
Monselice
Monselice è una città che unisce spiritualità, storia e paesaggio in un contesto unico ai piedi dei Colli Euganei. Il suo sviluppo è stato fortemente influenzato dalla posizione strategica lungo le vie di comunicazione tra Padova e il sud della regione. Il percorso delle Sette Chiese, che conduce al Santuario di San Giorgio, rappresenta uno degli elementi più distintivi della città, un itinerario devozionale di grande suggestione. Il Castello di Monselice e le ville storiche testimoniano l’importanza del centro nei secoli passati. Dal punto di vista turistico, Monselice offre un’esperienza completa che spazia dalla cultura alla natura. La cucina locale valorizza prodotti del territorio e vini dei Colli Euganei, creando un’offerta enogastronomica di qualità.
Soave
Adagiata tra dolci colline vitate, Soave è indissolubilmente legata al suo celebre vino bianco, uno dei più noti a livello internazionale. Il borgo è dominato dal Castello Scaligero, che dall’alto delle sue mura controlla l’intera vallata, offrendo una visione panoramica di grande fascino. La storia di Soave è segnata dal passaggio di diverse dominazioni, tra cui quella degli Scaligeri, che ne rafforzarono il sistema difensivo nel Medioevo. Le mura che circondano il centro storico contribuiscono a creare un’atmosfera raccolta e suggestiva, ideale per immergersi nella storia e nella cultura locale. L’enogastronomia rappresenta il cuore dell’esperienza turistica: il vino Soave DOC nasce da vitigni autoctoni coltivati su terreni vulcanici, conferendo al prodotto caratteristiche uniche. Accanto al vino, la cucina propone piatti tradizionali che valorizzano ingredienti locali. Cantine storiche, percorsi enoturistici e eventi legati alla vendemmia rendono il territorio particolarmente attrattivo per gli amanti del buon vivere.
Feltre
Feltre, incastonata tra le Dolomiti e le Prealpi, è una città che racconta una storia antica, dalle origini romane fino alla dominazione veneziana. Il suo centro storico, arroccato su un colle, è caratterizzato da palazzi affrescati e piazze eleganti che testimoniano il passato rinascimentale. La città ha avuto un ruolo importante come snodo commerciale e militare, grazie alla sua posizione strategica tra la pianura e le montagne. Le tracce di queste epoche sono visibili nei musei, nelle mura e nelle architetture civili. Feltre è anche porta d’accesso a un territorio naturalistico di grande valore, ideale per escursioni e attività all’aria aperta. La gastronomia locale riflette l’incontro tra cultura montana e veneta, con piatti robusti e saporiti. Eventi storici come il Palio cittadino contribuiscono a mantenere viva la tradizione.
Castelfranco Veneto
Castelfranco Veneto è una città che unisce la solidità della sua origine militare a un raffinato patrimonio artistico. Fondata nel XII secolo come avamposto difensivo, conserva ancora oggi una cinta muraria quadrangolare ben definita, al cui interno si sviluppa il centro storico. La città è celebre per aver dato i natali a Giorgione, uno dei grandi maestri del Rinascimento, la cui opera più nota, la Pala di Castelfranco, è custodita nel Duomo cittadino. Questo legame con l’arte conferisce alla città un’importante dimensione culturale. L’offerta turistica si arricchisce grazie a ville venete nei dintorni, mercati storici e una tradizione enogastronomica che valorizza prodotti locali, tra cui il radicchio variegato. Castelfranco si presenta così come una destinazione capace di coniugare storia, arte e sapori autentici. Castelfranco la città di Giorgione Giorgio da Castelfranco — noto alla storia dell'arte come Giorgione, il grande Giorgio — è uno dei pittori più misteriosi e affascinanti del Rinascimento italiano. Nato intorno al 1477 o 1478 a Castelfranco Veneto, piccola città murata nella Marca Trevigiana, morì giovanissimo nel 1510, stroncato dalla peste a soli trent'anni circa. Una vita brevissima, eppure sufficiente a rivoluzionare la pittura veneta e a lasciare un'impronta indelebile sull'intera storia dell'arte occidentale. Le fonti biografiche su Giorgione sono scarse e spesso contraddittorie. Giorgio Vasari, nella sua celebre raccolta di vite degli artisti, lo descrive come un uomo di bell'aspetto, di carattere gioioso e amante della musica e delle donne — un ritratto che, al di là delle leggende, riflette l'immagine di un artista pienamente immerso nella cultura umanistica del suo tempo. Si formò quasi certamente nella bottega di Giovanni Bellini a Venezia, il maestro indiscusso della pittura veneziana del Quattrocento, acquisendo quella straordinaria sensibilità per la luce, il colore e l'atmosfera che diventerà il marchio distintivo della sua arte. Ciò che rende Giorgione davvero enigmatico non è solo la scarsità di notizie biografiche, ma soprattutto la difficoltà di attribuire con certezza le opere che gli vengono ascritte. Il catalogo certo delle sue pitture è esiguo: si contano sulle dita di una mano i dipinti che tutti gli studiosi concordano nel riconoscergli. Tra questi, la Pala di Castelfranco occupa un posto del tutto speciale. La Pala di Castelfranco: un capolavoro senza precedenti La Pala di Castelfranco — tecnicamente nota come Madonna in trono con i santi Francesco d'Assisi e Nicasio — è l'unica opera su tavola di grande formato universalmente attribuita a Giorgione che sia rimasta nel luogo per cui fu dipinta. Ancora oggi è conservata nella Cappella Costanzo all'interno del Duomo di Castelfranco Veneto, e costituisce la testimonianza più alta e tangibile del legame tra il pittore e la sua città. L'opera fu commissionata intorno al 1503-1504 da Tuzio Costanzo, un condottiero di origini siciliane al servizio della Serenissima, in memoria del figlio Matteo, morto in battaglia. Questa origine funeraria si riflette nel tono meditativo e malinconico che pervade l'intera composizione, rendendola una delle più singolari e innovative pale d'altare del Rinascimento italiano. La struttura compositiva è già di per sé rivoluzionaria. Giorgione rompe con la tradizione della sacra conversazione — quel modello consolidato in cui la Madonna e i santi si dispongono attorno a un tavolo o in uno spazio architettonico chiuso — e colloca la Vergine con il Bambino su un altissimo trono, quasi irraggiungibile, mentre i due santi, san Francesco e san Nicasio, stanno in basso ai lati, ciascuno immerso nel proprio isolamento spirituale. I tre personaggi non comunicano tra loro: ognuno è assorto nel proprio mondo interiore, separato dagli altri da un silenzio denso e impenetrabile. Dietro il trono si apre un vasto paesaggio — colline, acqua, alberi, un cielo di nuvole luminose — che non funge semplicemente da sfondo decorativo, ma partecipa in modo attivo alla vita spirituale dell'opera. È questo il contributo forse più originale di Giorgione alla storia della pittura: il paesaggio come elemento emotivo, capace di rispecchiare gli stati d'animo dei personaggi e di creare un'atmosfera sospesa tra reale e onirico. La luce che filtra obliqua attraverso le nuvole, il verde intenso degli alberi, il riflesso sull'acqua — tutto concorre a generare quella sensazione di malinconia silenziosa che è il timbro inconfondibile di Giorgione. I colori della pala sono ricchi e profondi, nel solco della grande tradizione veneziana del colorismo, ma trattati con una morbidezza e una sfumatura del tutto nuove, anticipando per certi versi la rivoluzione cromatica che Tiziano porterà a pieno compimento nei decenni successivi. La stesura pittorica è densa, pastosa, costruita per velature successive che donano ai volumi una corporeità vibrante e quasi palpabile.
Greci
Greci (Katundi in arbëresh) è un comune italiano di 593 abitanti della provincia di Avellino in Campania. Il borgo si caratterizza per le antiche tradizioni identitarie arbëreshë, uniche in tutta la regione dalla quale è tutelato per legge. Greci ha conservato nei secoli l'antica lingua arbëreshe unitamente alla cultura, ai costumi e alle tradizioni originarie. Nel luogo in cui sorge Greci vi erano stati i bizantini. Nel 535, l'imperatore di Costantinopoli Giustiniano, impegnato nelle guerre contro i Goti, inviò in Italia il proprio generale Belisario il quale vi fondò un gran numero di colonie, tra cui appunto Greci. Distrutto dai Saraceni (908), il borgo fu ricostruito nel 1039 per ordine di Pandolfo II, principe di Benevento. In epoca normanna divenne residenza del barone Gerardo, fratello del conte di Ariano e la baronia si estendeva a comprendere anche i borghi fortificati di Savignano e della Ferrara, entrambi ubicati sull'opposto versante della valle del Cervaro. Nei secoli che seguirono il territorio di Greci, seppur rivalutato in termini di estensione e importanza militare (divenne feudo di tre soldati), subì le vessazioni di baroni e feudatari locali che di volta in volta ne assunsero il controllo limitandone lo sviluppo economico e demografico. Il preesistente borgo cadde così in abbandono e lo stesso accadde per la Ferrara; quest'ultimo insediamento scomparve anzi per sempre. La baronia di Greci, Savignano e Ferrara è citata per l'ultima volta, quale parte della provincia di Principato Ultra, nel gennaio 1445. L’avvento degli albanesi Di contro il territorio di Greci nella seconda metà del XV secolo fu interessato da una massiccia migrazione di popolazioni albanesi provenienti dai Balcani meridionali, chiamate arbëreshë, che erano giunte in Italia a seguito del condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg. Questi sbarcò in Italia nel 1459 per aiutare re Ferdinando I di Napoli, figlio del suo amico e protettore Alfonso d'Aragona nella lotta contro il rivale Giovanni d'Angiò e i baroni suoi alleati. Le truppe di Scanderbeg, unitisi all'esercito di Ferdinando, contribuirono in maniera decisiva alla vittoria di quest'ultimo, in particolare in occasione della battaglia del 18 agosto 1462 combattuta tra Orsara, Troia e l'antico territorio di Terrastrutta, nei pressi di Celle San Vito. Il re, in segno di gratitudine, permise, a quanti tra gli esuli albanesi di rito greco lo desiderassero, di restare in Italia e di ripopolare il luogo. Tale invito rispondeva anche ad esigenze pratiche: gli arbëreshë avrebbero potuto vigilare sugli insediamenti francoprovenzali filo-angioini della vicina Valmaggiore. A Greci il rito bizantino, che pur ancora sopravvive in altri comuni italo-albanesi dell'Italia meridionale, fu abolito, talvolta anche con atti molto violenti, dalle autorità dei paesi limitrofi, sia civili che religiose, con azioni di forza come quella operata dal cardinale di Benevento Pietro Francesco Orsini, in seguito divenuto papa Benedetto XIII. Tali azioni non impedirono tuttavia di preservare l'identità e la lingua arbëreshe, ancora parlata dagli abitanti. Tra le personalità più illustri spicca Leonardo De Martino (1840-1923), cantore della letteratura scutarina, missionario apostolico in Albania e maestro di lingua albanese, il quale nacque a Greci da una distinta famiglia arbëreshë.
Casalbore
Casalbore, il cui nome deriva da Casali Albuli, con riferimento alla pietra bianca locale utilizzata nelle costruzioni, sorge al confine con la provincia di Benevento, lungo il percorso del Regio Tratturo Pescasseroli-Candela. L’area è abitata sin dall’antichità, come testimoniano i preziosi reperti archeologici del Tempio Italico (VI-V sec. a.C.), unico edificio templare di età sannitica conosciuto in Irpinia, e i resti della necropoli sannitica in Località Spineto. Nel Medioevo il borgo si sviluppò attorno alla Torre Normanna, nucleo centrale dell’apparato difensivo. Il centro storico conta la presenza di diversi edifici signorili, impreziositi da portali in pietra e finestre di ispirazione gotica. Tra gli edifici religiosi: il Monastero di Santa Maria della Misericordia, custode di una tela settecentesca raffigurante la Madonna della Misericordia tra San Domenico e altri Santi, e la Chiesa di Santa Maria dei Bossi, di epoca alto-medioevale, costruita utilizzando anche le strutture murarie di un monumento funerario risalente al II secolo d.C. Casalbore è noto anche come “il paese delle cinquanta sorgenti” per la ricchezza delle sorgenti d’acqua presenti sul suo territorio ricco di verde ed è rinomato per le produzioni tipiche, quali: i caciocavalli e i Pecorini Laticauda, prodotti con il latte dell’omonima razza ovina, una preziosa biodiversità locale, oltre che per la produzione di carni marchigiane e di salumi provenienti dai suini allevati in loco. Entrando nel territorio di Casalbore, il tratturo attraversa direttamente il centro abitato, condizione piuttosto rara lungo l’intero percorso. Nel largario del Convento si erge la Croce di Ferro, segno tangibile della dimensione spirituale che accompagnava il viaggio. Collocata in uno spazio aperto, la croce segnava un punto di sosta e conferiva sacralità al luogo, diventando riferimento per pastori e viandanti. Casalbore fu un centro attivo negli scambi legati alla pastorizia, grazie alla posizione strategica lungo l’asse tratturale.
Buonalbergo
Buonalbergo è un piccolo borgo della provincia di Benevento situato a venticinque chilometri dal capoluogo, sulla strada per Foggia. E’ appoggiato sul pendio di una collina, San Silvestro, e si trova a circa 500 metri s.l.m., una posizione che garantisce estati fresche ed inverni miti. Ha una popolazione di circa 1700 abitanti che ha vissuto, da sempre, di agricoltura, pastorizia e molto terziario. Dopo i vari terremoti, dal 1962 in poi, vi è stata una vera e propria fuga degli abitanti dal centro storico ed è iniziata una espansione urbanistica “fuori le mura” della nostra piccola cittadella fortificata (Oppidum Bonialbergi), con abbattimenti selvaggi (Palazzo de don Vicenzino, Municipio Viecchio, Chiesa Madre, Cortile Salesiani, Via F. S. De Dominicis), discutibili ricostruzioni e una conseguente perdita di identità rionale di molti buonalberghesi. Negli ultimi 20 anni, però, le vecchie case del centro antico stanno vivendo una seconda gioventù con la riqualificazione di spazi urbani, palazzi e case private, con un ritorno di residenti che hanno scelto di tornare a vivere il centro storico. Il Palazzo Angelini è diventato un palazzo che ospita mostre, convegni ed è riferimento per la diffusione dell’arte nel territorio. La presenza di reperti fossili, cioè delle conchiglie, nella zona a sud del nostro territorio, in località Santo Martino, dimostra che questi luoghi, a circa 200 metri sopra il livello del mare, erano all’origine sommersi dal mare, alzatosi di livello per lo scioglimento dei ghiacciai sulla Terra. Da alcuni scritti di un antico storico romano, Tito Livio, studiati dal Salesiano don Gnolfo, ma che meritano approfondimenti anche archeologici, si era ipotizzato che monte Chiodo, a 806 m.s.l.m., fosse il luogo dove era sorta Cluvia, città chiave sia militarmente, sia per i percorsi che collegavano l’Abruzzo con la Puglia (Daunia), utilizzando i tratturi, cioè le strade tracciate dal passaggio delle pecore e altri armenti, seguite dai pastori, per svernare in località più temperate. Infatti, alle falde del monte Chiodo si trova la Taverna, antica stazione di posta sul Regio Tratturo Pescasseroli-Candela che, nel tratto che ci attraversa, si presenta pianeggiante e ben conservato. Anche la Taverna è stata oggetto di restauro, voluto e realizzato dalla famiglia Perrelli che ne è la proprietaria. Oggi il paese è strutturato in tre parti, una sorta di ferro di cavallo che avvolge il centro storico con le punte rivolte verso il torrente S. Spirito; dalla parte bassa troviamo in ordine il rione Terravecchia dove è concentrata l’attività amministrativa, il rione Casale centro spirituale del paese nonché zona storicamente più importante ed infine Santjanni, zona commerciale del paese. Oltre al Tratturo, il nostro territorio è attraversato da una importante via di epoca romana, la Via Traiana, fatta costruire nel 110 dopo Cristo, dall’imperatore Traiano (nel 2022 candidata a patrimonio dell’Unesco). La via Traiana, partiva da Benevento per raggiungere Brindisi, guadagnando più di un giorno rispetto alla Via Appia, e attraversa il nostro territorio a sud del paese e conserva alcuni episodi importanti: i caratteristici cippi miliari (il quattordicesimo, in buone condizioni, conservato presso la Casa Comunale), alcuni tratti di selciato ancora intatto, ruderi di ville romane di età imperiale (in località Starza), il Ponte delle Chianche le cui sei arcate, in mattoni (bipedales), dominano imponenti una valle di piccola estensione che, orlata da piccole terrazze e pianòri, sembra offrire al visitatore l’immagine di antichi segreti in essa ben custoditi ed ancora disponibili. Purtroppo un vile restauro lo ha privato di uno dei sei archi e l’impossibilità di un intervento, almeno di protezione dell’esistente, ne sta allungando una dolorosa agonia. Sempre in territorio di Buonalbergo sono presenti i resti del Ponte San Marco e, al confine con Sant’Arcangelo Trimonte, il Ponte Latrone. La fondazione di Buonalbergo, probabilmente, risale al trasferimento di alcuni profughi degli antichi villaggi di Mondingo, Pescolatro e Faiella, come scrive Tommaso Vitale, di cui esistono ancora i toponimi. Come altri territori del sud dell’Italia, abbiamo subìto diverse invasioni. Prima i Bizantini, che venivano dall’Oriente, poi i Longobardi, fino all’anno 1000 circa, quando i Normanni, durante le loro scorribande, accompagnando i pellegrini a Monte Sant’Angelo, hanno lasciato molti segni. Infatti, Buonalbergo è stata la patria di Alberada, prima moglie del normanno Roberto il Guiscardo, della famiglia Altavilla, e madre di Boemondo d’Altavilla, eroe della Prima Crociata e Principe di Antiochia (Alberada ora riposa nella tomba degli Altavilla nella Cattedrale di Venosa mentre a Boemondo fu eretto un Mausoleo a Canosa). Alberada fu data in sposa al Guiscardo, dal nipote Gerardo di Bonne Herberg, che fu decisivo con i cavalieri e soldati che aiutarono il Guiscardo nelle battaglie per la conquista dei territori del sud Italia. Sulla cima di Monte Chiodo (Monte Chiuòvi, nel dialetto locale) sono ancora ben visibili i ruderi di un castello e di una chiesa medievale, distrutti.
Monteverde
Monteverde si colloca nell'Appennino campano, all'estremità orientale dell'Irpinia. Il centro abitato si erge su di un'impervia altura situata a cavallo tra il torrente Osento e il fiume Ofanto. A partire dal 2010, durante il periodo primaverile, nel territorio comunale di Monteverde nidifica la rarissima cicogna nera. Lungo le dorsali dei colli su cui sorge Monteverde si estende per 456 ettari la Foresta Mezzana, formando un ampio trapezio che digrada verso valle fino a toccare, ad ovest, il fiume Ofanto. La Foresta si trova ai limiti nord-occidentali dell’Irpinia, nei pressi del Vulture. L’assenza di attività umane a forte impatto rende questa risorsa naturale uno dei pochi siti incontaminati della zona. L’escursione altimetrica è compresa tra i 250 e i 600 m s.l.m. e il substrato geologico è di tipo siliceo argilloso. La Foresta Mezzana è intrigante per naturalisti e studiosi e particolarmente adatta per le attività di birdwatching. Incerta è l'origine di Monteverde. Nell'XI secolo divenne però sede vescovile ed ebbe un proprio vescovo fino al 1531, anno in cui la diocesi di Monteverde fu unita alla diocesi di Canne. Dal 1532 al 1641 costituì la Signoria di Monteverde per i Grimaldi Principi di Monaco Marchesi di Campagna. Nel quadriennio 1743-46 il suo territorio fu soggetto alla giurisdizione del regio consolato di commercio di Ariano, nell'ambito della provincia di Principato Ultra. La diocesi sarà definitivamente soppressa nel 1818.
Fontanarosa
Ecco una cittadina irpina che sorta su un terreno mosso e collinoso (Altitudine 480 Mt. S/m e una superficie territoriale di Kmq. 16,75) non si è lasciata frazionare dai contorcimenti della natura. Essa si presenta compatta nelle case e saldamente articolata nelle vie, che ruotano intorno ad una bella piazza, una volta centrata da un tiglio tozzo e oppresso da una cupola di verde. Alcune vie scoscendono a precipizio, ma la statica è sicura è sorretta dalla struttura pietrosa del terreno e della sapienza costruttiva degli abitanti (circa 4000). La cittadina ha una unità architettonica che si impone subito, nel decoro esteriore e nella dignità delle sue linee. Forse le leggi dell’armonia e delle proporzioni sono state tratte dal paesaggio mirabile che a forma di conca vastissima si dispiega dolcemente sotto lo sguardo di Fontanarosa, fino all’orizzonte delimitato dalle montagne evanescenti dell’Appennino. La cittadinanza si adagia su di un colle pingue di vigne e di oliveti e la sua ben nota costrutta robustezza si affina solo nella leggiadria del nome. Oltre la leggenda che si parla di una fontana che sarebbe esistita anticamente in un gran roseto e appartenente ad una tale Rosa, chi ci dirà con certezza l’origine di questo nome? Anche la sua fondazione è incerta e chi spinge fino alla superstite popolazione dell’antica Eclano distrutta nel 662 per opera dell’Imperatore Greco Costante II°, non può spiegare i secoli di silenzio in cui la località sarebbe rimasta avvolta, fino a quando i Normanni non ci hanno dato una più sicura testimonianza della sua origine. Infatti gli scarsi avanzi di un cartello normanno segnano l’origine di Fontanarosa. Qui, più precisamente in località Fiumara, furono rivenuti armi ed utensili dell’età della pietra in un sepolcreto. Nel 987 Fontanarosa fu distrutta da un orribile terremoto in cui perirono quasi tutti gli abitanti. La sua storia feudale è scarsa di rilievo, il paese nel sec. XIII fu feudo di una famiglia che ha il suo stesso nome e poi viene assorbita da quella più prestigiosa della contea dei Gesualdo, da cui passò ai Principi di Piombino, ai Ludovisio e poi ai Tocco, principi di Montemiletto e infine ai Cantelmo Stuart che furono gli ultimi feudatari. Ma le croniche in mancanza di meglio, ci tramandano fatti di contenuto religioso che danno subito sviluppo e rinomanza a Fontanarosa, quando cioè fu rinvenuta in un pozzo del luogo la statua in terracotta della SS. Vergine. La statua fu nascosta per sottrarla alla furia persecuzione degli Iconoclasti che addolorano la Chiesa per ben 116 anni (726-742) e sarebbe rimasta così seppellita se una pastorella, guidata dall’apparizione della Vergine, non avesse additato agli abitanti del luogo il ricettacolo dove si conservava la sacra Icone. Nella vicinanza del pozzo, da cui scaturiva un’acqua che apparve subito portentosa per la salute dei fedeli fu in breve costruita una cappella, la quale, successivamente ampliata (1731), assume le proporzioni notevoli dell’attuale chiesa, detta appunto di Maria Santissima della Misericordia o del Pozzo. E’ un Santuario fastosamente decorato, ricco di doni votivi e di preziosi paramenti sacri, con altari di marmo pregevole e dipinti di sicuro valore artistico, come un trittico in legno colorato e dorato del sec. XVII, dono del Principe Carlo Gesualdo e un quadro della Vergine con bambino 1che dona il giglio a S. Antonio, appartenente alla scuola di Luca Giordano. Nel 1750 vi fu fondata l’accademia letteraria chiamata “dei Lincei”. La bella statua della Vergine, con una triplice corona d’oro in testa, è oggetto di profonda devozione da parte degli abitanti e di pellegrini che accorrono da ogni contrada, specie in occasione dei festeggiamenti annuali. Accanto al tempio si erge un imponente campanile in pietra lavorata, che svetta nella aria limpidissima con una cupola scintillante, a forma di cipolla di tipo orientale. Essa è coperta di maioliche multicolori che mandano al sole barbagli di fantastica policromia. Su una parete di questo campanile, i cittadini hanno voluto incastonare il ritratto, pure in maiolica del figlio più illustre del luogo il famoso predicatore domenicano del 600 Padre Fontanarosa (1608 – 1689) – al secolo Salvatore Avvisati – che dal pergamo delle maggiori chiese d’Italia sferzò tiranni, Papi e gesuiti con una facondia prodigiosa e dotta e con una veemenza inusitata in tempi di controriforma cattolica. Spirito indomito e battagliero, mordace e caustico, si tramandano di lui non pochi aneddoti celebri e motti arguti. Oltre il Santuario di Maria SS. Della Misericordia o del Pozzo occorre ricordare la Chiesa parrocchiale di S. Nicola protettore rinnovata ed abbellita con facciata e pietra locale con cupole (negli anni 1953 – 1959) per iniziativa del defunto Don Davide d’Italia (1902 – 1959), la quale nel transetto conserva due grandiosi quadri del ‘600 di scuola napoletana la Vergine col Bambino e Santi e l’Ultima Cena. Di Fontanarosa è celebre anche la collezione di soggetti da Presepe del ‘700, alcuni dei quali sono di una rara bellezza artistica. Lo avvio alla costruzione di questo celebre Presepe è da attribuire al benemerito cittadino don Gennaro Penta (1855 – 1933) ed ai suoi collaboratori: Schettino Leopoldo, Penta Camillo e Cerandolo Giuseppe, presepe che ora impreziosisce il Museo Irpino dal Maggio del 1969. Accanto al presepe c’è il famoso “Carro di paglia” che risale al XVI secolo e che celebra la devozione popolare per Maria SS: della Misericordia o del Pozzo. La tradizione orale fa risalire la secolare istituzione a tempi immemorabili, quando i contadini delle varie contrade caricavano i loro carri di covoni di grano, per recare la loro offerta di ringraziamento ai piedi della Vergine nei giorni della sua festa. Ne nacque una gara di contrade per l’allestimento del carro più bello. Qualche secolo dopo, appunto nel XVI, la comunità di quell’antico paese normanno decise di costruire un solo “Carro -obelisco”, al cui allestimento partecipasse tutto il popolo: alla rivalità delle contrade succedeva la concorde e appassionata collaborazione di tutti, segno di una devozione più sincera e più autentica. Un popolo unanime nella manifestazione della fede comune. Più volte ricostruite e più volte consunto o distrutto dal trascorrere o dalla fatalità di eventi rovinosi – come l’incendio del 1889 – il “Carro” rimase immobile durante gli anni della prima e seconda guerra mondiale. Rifatto completamente tra il 1947 e il 1952, ha resistito al tempo per altri vent’anni. Dal 1972 la fede e l’abilità artigianale e artistica degli abitanti di Fontanarosa hanno ridato alla festa di agosto il capolavoro di tutti i tempi. Il nuovo obelisco di paglia, che ogni anno ripercorre il tragitto dalle campagne di Fontanarosa sino alle porte della Chiesa di Maria SS: della Misericordia o del Pozzo, possente nella sua mole miracolosamente leggero e mobile nello svettare armonioso delle sue colonnine e delle sue guglie, è costato tre anni di fervido lavoro e di eccezione 2impegno da parte di tutti con in testa il parroco Don Giulio Ruggiero e l’artista Mario Ruzza. Il rito, insieme di ringraziamento, di espiazione e di speranza si rinnova annualmente il 14 agosto. Di tutti questi tesori la cittadina non mena vanto per una sorta di pudicizia e di compostezza che avvolge uomini e cose. Ma il chiaro silenzio del paesaggio esprime una gravità solenne che è più persuasiva di ogni parola e che finisce col condensarsi nel volto severo e tormentato di Padre Fontanarosa, spirito e voce di questa terra irpina.
Morigerati
Il comune di Morigerati e la sua frazione Sicilì, sono situati in una zona collinare nel Cilento, ad una decina di km dalle coste del Golfo di Policastro. Il comune è noto per le oasi del WWF, ove si trova la risorgenza del fiume Bussento presso le grotte dell'oasi; è presente inoltre la meravigliosa area del fiume Bussento, nella frazione di Sicilì, ove è possibile sostare immersi nella natura e nella tranquillità dell'ambiente fluviale. Secondo la leggenda, Morigerati fu fondata dal popolo italico dei Morgeti; l'abitato sarebbe situato nello stesso luogo in cui si trovava il villaggio fortificato dai Morgeti. In seguito fu colonizzato dai Romani, come testimoniano i ruderi che si trovano in località Rumanuru. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Sanza, appartenente al distretto di Sala del regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il regno d'Italia ha fatto parte del mandamento di Sanza, appartenente al circondario di Sala Consilina.
Castelfranci
Il comune di Castelfranci sorge nell'area della Valle del Calore. È un paese di 1.927 abitanti, situato a 450 metri sul livello del mare e a 33 km da Avellino. Il territorio si estende per 11,69 km² e i comuni confinanti sono: Montemarano, Nusco, Paternopoli e Torella dei Lombardi. È attraversato dal fiume Calore. L'etimologia del nome proviene probabilmente da Castrum de Francis, "Castello dei Franchi", per via della particolare posizione a confine tra Benevento e Salerno. Gli abitanti sono detti castellesi e San Nicola di Bari è il loro patrono. La storia di Castelfranci ha origini antiche: i reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Baiano, contrada del comune, confermano l’insediamento già nel periodo romano di alcune tribù non molto numerose. Il centro abitato sorse, invece, durante il IX secolo d.C., con il nome di Castrum Francorum, rappresentando una fortificazione eretta a guardia del Ducato di Benevento dai Franchi, arrivati in Italia al fianco di Ludovico II il Germanico. In epoca normanna, fu amministrata da Guaimario Saraceno, signore di Montemarano; dopo essere stata governata da diversi signori locali, fu acquisita da Giovanni Virgato, da Giovanni Della Leonessa e dalla famiglia Della Marra. Uno dei documenti più antichi riguardante Castelfranci risale al 1248 ed è la bolla pontificia emessa a Lione il 6 giugno, con la quale il Papa Innocenzo IV restituisce a Bella De Amicis, vedova di Guglielmo di Montemarano, la terra di Castrum de Francis posseduta dalla famiglia De Montana. Colpita duramente dalla peste del 1348, il paese rifiorì significativamente soltanto nel XVI secolo, nel periodo della dominazione spagnola.
Taurasi
Il comune di Taurasi sorge nell'area della Valle del Calore. È un borgo di 2.296 abitanti, situato a 398 metri sul livello del mare e a 35 km da Avellino. Il territorio si estende per 14,41 km² e i comuni confinanti sono: Lapio, Luogosano, Mirabella Eclano, Montemiletto, Sant'Angelo all'Esca e Torre Le Nocelle. È attraversato dal fiume Calore. L'etimologia del nome sembrerebbe avere origine osco-sabellica, con riferimento al toro, animale mitico e condottiero delle tribù locali. Gli abitanti sono detti taurasini e San Marciano è il loro patrono. La storia di Taurasi è particolarmente antica: l’origine preistorica è attestata da ritrovamenti archeologici in località San Martino. Nel corso della terza guerra sannitica, fu conquistata dal legato romano Lucio Cornelio Scipione Barbato; in seguito alle guerre puniche, divenne alleata di Roma e, durante il triumvirato augusteo, diede inizio alla costruzione delle prime ville. La costruzione dell’odierna Taurasi, invece, risale al periodo di dominazione longobarda, seguita da quella dei Normanni. A questi ultimi, si deve la riedificazione del Castello, precedentemente devastato dai Saraceni, e la sua assegnazione, nel 1101, ai Sanseverino, famiglia con la quale la comunità taurasina ha vissuto momenti gloriosi nel suo periodo più prestigioso. Si avvicendarono, poi, numerosi feudatari, tra cui i Caracciolo e i Gesualdo. Durante il XVII secolo, fu la volta dei Carafa e, quindi, dei Latilla che rimasero fino al 1806, anno di abolizione della feudalità. Il comune di Taurasi è famoso, in ambito nazionale e mondiale, per la produzione di Taurasi DOCG, tra i vini rossi più pregiati della Campania e del Sud Italia. Taurasi fa parte dell'Associazione Nazionale "Città del Vino", nata a Siena, nel 1987, con lo scopo di promuovere un turismo che coniuga qualità dei paesaggi e ambienti ben conservati, qualità del vino e dei prodotti tipici e qualità dell'offerta diffusa nel territorio dalle cantine e dagli operatori del settore.
Tufo
Il comune di Tufo sorge nell'area della Valle del Sabato. È un borgo di 844 abitanti, situato a 250 metri sul livello del mare e a 20 km da Avellino. Il territorio si estende per 5,96 km² e i comuni confinanti sono: Altavilla Irpina, Petruro Irpino, Prata di Principato Ultra, Santa Paolina e Torrioni. È bagnato dal fiume Sabato. L'etimologia del nome sembrerebbe provenire dal primo feudatario, Raone Del Tufo, o più semplicemente dalla roccia vulcanica del tufo, copiosamente presente nel sottosuolo di tutta l'area del paese. Gli abitanti sono detti tufesi e San Michele Arcangelo è il loro patrono. I primi insediamenti nell'attuale territorio di Tufo risalirebbero all'antichità: la testimonianza più diretta è costituita, infatti, dal rinvenimento di un cunicolo d'acquedotto sannita-romano, durante i lavori per la costruzione del ponte che, oggi, collega il borgo irpino a Prata di Principato Ultra. La sua storia è strettamente legata a quella della vicina Torrioni: nell'888, infatti, il principe di Benevento Aione II decise di costruire, nell'attuale territorio torrionese, un fortilizio turrito a difesa del castello tufese. Inizialmente, fu proprietà della famiglia Del Tufo, che prese il nome, appunto, dal feudo che amministrò per alcuni secoli. Successivamente, fu controllata da altri feudatari, tra i quali figurano anche i principi Piatti di Monteleone. Nell'estate del 1861, la rivolta antisabauda, da Montefalcione, si estese fino a Tufo e ai confini limitrofi, portando all'incriminazione di 31 tufesi, la maggior parte dei quali conobbe una pena detentiva.
Lapio
Il comune di Lapio sorge nell'area della Valle del Calore. È un borgo di 1.700 abitanti, situato a 480 metri sul livello del mare e a 20 km da Avellino. Il territorio si estende per 15,25 km² e i comuni confinanti sono: Chiusano di San Domenico, Luogosano, Montefalcione, Montemiletto, San Mango sul Calore e Taurasi. L'etimologia del nome proviene, secondo alcuni, dal latino lapideum, ossia "roccioso", termine trasformato poi in Lapio; altri, però, affermano che il nome derivi dal Fiano di Avellino DOCG, prodotto in questa terra, precisamente nell'area agricola detta "Apia", corrispondente al territorio dell'odierna Lapio, da cui risale il termine ''Apiano''. Gli abitanti sono detti lapiani e San Pietro Martire è il loro patrono.
Montefusco
Il comune di Montefusco sorge nell'area della Valle del Calore. È un borgo di 1.263 abitanti, situato a 705 metri sul livello del mare e a 21 km da Avellino. Il suo territorio si estende per 8,24 km² e i comuni confinanti sono: Montemiletto, Pietradefusi, San Martino Sannita, San Nazzaro, San Nicola Manfredi, Santa Paolina e Torrioni. L'etimologia del nome proviene dall’unione di Mons e Fusculi, ovvero "Monte di Foscolo", personaggio romano o longobardo che, per primo, avrebbe posseduto il monte o fondato il Castello. Gli abitanti sono detti montefuscani o fuscolomontani e la Ss. Sacra Spina è la loro ricorrenza religiosa. Per tracciare la storia di Montefusco fino all’età longobarda, periodo in cui ebbe inizio la sua ascesa, si incontrano non poche difficoltà, in assenza di fonti scritte, dato che, sulla cima del monte, c’erano già stati insediamenti precedenti alla venuta dei Longobardi. Anche se insediamenti umani nel territorio della montagna di Montefusco risalgono alla preistoria, la sua esistenza in età romana è attestata da reperti ancora esistenti (diploma romano in bronzo conservato presso il Museo di Reggio Calabria, monete, e da epigrafi su cippi sepolcrali, questi ultimi attualmente conservati nel cortile del Palazzo comunale, o materiali utilizzati nella fabbrica di altri edifici). Secondo la tradizione storica, nel IX secolo, i Longobardi fortificarono le mura di un Castrum già presente sul territorio, trasformandolo così in un vero e proprio Castello. Nel 1130, con Ruggero II, Montefusco divenne "castello regio", ruolo riservato alle fortezze importanti dal punto di vista strategico-militare: proprio in questo periodo, potrebbe aver assolto alla funzione di dimora temporanea di Papi e re. Con l’arrivo degli Angioini, divenne un territorio reale e statale "in perpetuo" e fu nominata capitale del Principato Ultra. Sotto il regno aragonese, fu fondata la Regia Udienza provinciale per casi civili, penali e militari e il Castello trasformato in carcere. I primi problemi iniziano ad addensarsi all’orizzonte del capoluogo del Principato, quando fu coinvolto nella rivolta di Masaniello, alla quale si aggiunsero la pestilenza del 1656 e il terremoto del 1688. Questi eventi segnarono un periodo di decadenza che attraverserà il Settecento, fino ad avere il suo epilogo agli inizi dell’Ottocento, quando i francesi, nel 1806, trasferirono il capoluogo di Principato ad Avellino, cosa che, di fatto, avvenne nel 1816.
Summonte
Summonte ha una storia antichissima, attestata dai resti ultra millenari del complesso castellare, all’origine il suo vero nome era Submontis “Sotto il monte” denominazione latineggiante che stava ad indicare il piccolo borgo che sorgeva ai piedi del monte Vallatrone. L’elemento storico più antico che definisce le origini del territorio di Summonte è “la Grangia di Santa Maria del Preposito”, risalente al X secolo, ceduta in permuta all’abbazia di Montevergine intorno al 1174, in seguito nel 1229 diventò un nucleo di aggregazione del nuovo casale di Fontanelle. La struttura monastica ha indotto la coltivazione del castagno, della vite, dell’ulivo, del nocciolo, del lino e del gelso. Le fondazioni ecclesiastiche favorirono inoltre l’accentramento abitativo, che si consolidò con la penetrazione normanna verso la fine dell’XI secolo. Il Castello e l’intera fortificazione sono stati citati per la prima volta in documenti risalenti al 1094 con la dicitura “Castello qui dicitur Submonte” periodo in cui si assiste alla trasformazione del Casale in Castello, un abitato con rilevanza militare, sede del feudatario Raone di Fraineta Il centro storico di Summonte si sviluppa lungo tre direttrici: via Borgonuovo, l’arteria principale che attraversa l’intero abitato, dalla quale si uniscono, da un lato via Varra, che risale la collina verso la montagna e dall’altro via Arco San Nicola che si riallaccia con la strada che porta al complesso castellare. Questa conformazione urbana crea un sistema avvolgente intorno al colle sul quale si eleva la Torre Angioina, alta 16 metri ed edificata a cavallo tra XIII e XIV secolo sui ruderi del castello normanno-svevo. Gli spazi dell’intero complesso castellate, recuperati dopo le ricerche archeologiche, ospitano il museo civico con una mostra permanente dedicata agli armamenti medioevali e ai reperti archeologici rinvenuti nel castello. Il centro storico si caratterizza anche per la presenza di dimore di chiaro impianto cinquecentesco, con corte interna ed ingresso monumentale. Degno di nota inoltre l’Arco di San Nicola, nel Medioevo una delle porte di accesso al borgo antico. Sulla sommità dell’arco si apre un’edicola con l’immagine di San Nicola di Bari. Davanti al municipio fa bella mostra di sé il Tiglio secolare, alto 34 metri e inserito tra gli Alberi Monumentali d’Italia. Summonte è uno dei cinque comuni irpini a far parte della rete "I Borghi più Belli d'Italia".
Padula
La storia del Comune di Padula ha radici profonde che risalgono all'Antichità e al Medioevo. Si stima che i primi insediamenti umani nella zona risalgono al XII secolo a.C., con la fondazione della città di Cosilinum, l'antica Padula, probabilmente fondata dagli Enotri. Nel VI secolo a.C., l'area iniziò a popolarsi, e sono stati ritrovati importanti reperti archeologici nella località di Valle Pupina, tra cui vasellame in bronzo e ceramiche di stampo greco. Padula passò sotto il dominio dei Lucani e successivamente dei Romani, ma le scelte poco fortunate di schierarsi con personaggi come Pirro e Annibale portarono conseguenze negative. Tuttavia, grazie alla costruzione della via Popilia-Annia, che collegava la città alle importanti Paestum e Velia, Padula divenne un municipio romano nell'89 a.C. Con il tempo, la città si espanse ulteriormente, costruendo anche a valle. In località Fonti sorse il battistero paleocristiano di San Giovanni, diventato sede diocesana. Nel VI secolo d.C., venne edificato il monastero di San Nicola, che divenne il centro politico e spirituale del paese. Il culto di San Michele, patrono di Padula, si diffuse, e furono eretti un eremo e una chiesa in suo onore. Tuttavia, agli inizi del X secolo, l'antica città fu completamente abbandonata a causa delle incursioni saracene che la distrussero. L'arrivo dei Normanni portò a una militarizzazione della zona e l'introduzione del feudalesimo, con conseguenze negative per i monaci basiliani. I due luoghi, il castello e il monastero, ebbero vite parallele senza incontrarsi spesso. Nel periodo medievale ed inizio dell'età moderna, la città passò di signore in signore, ricevendo diverse donazioni o vendite. Questo comportò una situazione in cui la giustizia penale non veniva amministrata dalla città, creando una sorta di oasi di libertà. Tuttavia, ciò non favorì lo sviluppo economico e sociale, a causa delle continue inondazioni e delle dispute tra i nobili locali. Durante il Risorgimento, Padula vide uomini acculturati sostenitori delle idee democratiche. Nel 1799, venne eretto l'Albero della libertà davanti alla Certosa. Nel 1806, la certosa fu abbandonata dai monaci, ma subì saccheggi da parte delle truppe francesi. Nel 1820 e nel 1857, si verificarono insurrezioni, e il terremoto del 1857 causò ulteriori danni alla città. Durante il processo di unificazione italiana, alcuni padulesi come Vincenzo Padula ed Antonio Sant'Elmo parteciparono all'impresa dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Durante il periodo in cui il brigantaggio era diffuso, la Guardia Nazionale di Padula guidata dal capitano Filomeno Padula contribuì alla cattura di briganti. Nel Novecento, Padula ebbe difficoltà economiche, causando un flusso migratorio verso le Americhe. Durante la prima guerra mondiale, la certosa fu utilizzata come campo di concentramento per disertori e prigionieri. Nel secondo conflitto mondiale, la città subì danni e la popolazione dovette affrontare nuove sfide. Dopo la guerra, Padula cercò di ricostruire la sua economia, ma molti abitanti emigrarono. Negli anni cinquanta e sessanta, la città fu oggetto di sviluppo urbanistico, con la costruzione di infrastrutture importanti. La storia di Padula è un racconto di sfide, cambiamenti e rinascite attraverso i secoli.
Oliveto Citra
Oliveto Citra è un comune italiano di 3 597 abitanti della provincia di Salerno in Campania, situato nell'alta valle del Sele. Il termine Oliveto deriva dal latino olivetum (cioè uliveto), mentre il termine "Citra" si riferisce all'antico principato che si trovava al di qua dei Monti Picentini, separato dal Principato Ultra.Tracce dei primi insediamenti appartengono alla cultura di Oliveto-Cairano, come si evince dalle numerose tombe rinvenute nelle località Turni, Aia Sophia, Fontana Volpacchio, Piceglia, Cava dell'Arena, Vazze, Isca, Casale. Si tratta generalmente di necropoli datate fra il VIII e il IV secolo a.C. Il primo abitato è stato identificato nella località Civita. Abbandonato, gli abitanti si spostarono nell'attuale sito dove sorge il paese. I primi documenti storici che citano l'esistenza del paese sono datati 1114, dove si parla della chiesa di Santa Maria de Faris e un documento del 1300 dove Carlo III chiede sostegno al feudatario Johannucius de Oliveto, per la guerra contro gli aragonesi. Si susseguirono numerosi feudatari nel tempo e il borgo seguì le vicende storico-politiche del Principato di Salerno. Durante il Regno di Napoli e il Regno delle Due Sicilie fu un casale amministrato dal comune di Contursi ed appartenente al distretto di Campagna. Con l'unità d'Italia il paese divenne autonomo e prese l'appellativo Citra per distinguerlo da altri comuni. A seguito del terremoto dell'Irpinia del 1980 Oliveto ha subito una radicale trasformazione urbana.
Montemarano
Montemarano, comune della provincia di Avellino, dista circa 24 km dal capoluogo e si trova a 820 metri di altezza sulla Valle del Calore, in una felice posizione naturalistica e ambientale. La sua storia risale a molto prima dell'anno Mille, e la città vanta di aver avuto sul proprio monte, dove oggi è la pregevole cattedrale, un tempio dedicato a Giove. Nel '600 i vescovi Euleterio Albergone e Francesco Antonio Porpora accreditarono tra i probabili fondatori di Montemarano Mario Egnazio, condottiero irpino, che secondo lo storico Appiano Alessandrino, fece strage di romani. E' certo che Montemarano nei tempi antichi fu un centro importante, fortezza inespugnabile per i barbari che tentarono di assediarlo, grazie anche alla sua posizione, difesa da precipizi e burroni. Tuttavia il paese fu messo a ferro e fuoco da Ruggero II il Normanno, Duca di Calabria e di Puglia, che volle punire il Conte Landolfo, signore del luogo, che aveva parteggiato per Rainulfo, suo acerrimo nemico. A causa di questo evento andarono distrutte molte testimonianze del periodo più fiorente, che Montemarano visse sul finire del secolo XI, sotto l'episcopato di Giovanni, cittadino, vescovo e poi Santo Protettore che, seppe difendere il paese dalle prime invasioni normanne e portò stabilità e benessere. Il nobile passato di Montemarano trova un'altra significativa espressione nel miracolo di San Francesco, raccontato da San Bonaventura di Bagnoreggio nella "Vita dei Santi" e da Tommaso da Celano nel "Trattato dei Miracoli", in cui si narra di una nobildonna del posto che fù riportata in vita per il solo tempo di confessare una grave colpa ed acquistare la pace dell'anima. Il miracolo è stato raffigurato da Giotto nell'affresco "La Morta resuscitata di Montemarano" che si può ammirare nella Basilica Superiore di Assisi. La sorte della città fu legata a quella dei vari feudatari che si sono succeduti fino agli inizi del 1800. La città appartenne originariamente ai Saraceni, poi ai Della Marra e ai Caracciolo. Quindi seguirono i Lagonessa e gli Strambone. Nel 1751 il feudo fu acquistato da Domenico Cattaneo, principe di San Nicandro e nel 1760 ne divenne padrona la famiglia genovese dei Beria.Il centro assunse a dignità di città al sorgere della Diocesi, che comprendeva 18 casali. Dal punto di vista sociale, il periodo più importante fu tra il 1400 e il 1500, quando nacque l'Università di Montemarano, che si caratterizzò per il fiorire delle leggi che disciplinavano l'igiene, la macellazione, il seppellimento dei morti ed altri servizi. La decadenza investì la città tra il 1600 e il 1700 a causa delle pestilenze che si susseguirono in tale periodo e che decimarono la popolazione. Anche se molti monumenti nel corso del tempo sono andati distrutti, la città conserva, ancora oggi, segni inconfondibili e testimonianze prestigiose attraverso la topografia tipicamente medievale del centro storico, la struttura della sua Cattedrale, la Cripta e gli affreschi ivi rinvenuti, la preziosa sedia vescovile e alcune tele di elevato valore artistico.
Zungoli
Il centro abitato presenta pianta triangolare ed è costituito da due zone distinte: infatti, al nucleo antico, arroccato intorno al castello medievale e caratterizzato da case basse e stradine acciottolate, si è aggiunta una zona di più recente costruzione, sviluppatasi lungo una strada provinciale. Il castello normanno (XI secolo), trasformato nel secolo scorso in palazzo residenziale, conserva tre torri cilindriche angolari e il corpo centrale con cortile interno. Sicuramente degno di nota è il complesso conventuale di San Francesco, nonché le chiese di San Nicola e di Santa Maria di Costantinopoli, e i palazzi nobiliari Caputi, Petruzzelli, Iannuzzi e Zevola.Al confine con la provincia di Foggia, nell'area della Valle dell'Ufita, sorge il borgo di Zungoli. Situato a 657 metri sul livello del mare, si trova a 60 km da Avellino. È attraversato da un'antica via di transumanza, il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, e rientra nella rete de "I borghi più belli d'Italia". Zungoli, menzionato nell'XI secolo come CASTRUM CUROLI, dal nome del capitano normanno che fece edificare il castello, Leander Curulo o Giungolo o Juncolo, fece parte della baronia di Vico; in epoca angioina fu feudo di Filippo Siginolfo e nel 1313 passò alla famiglia Del Balzo; tra i signori che lo governarono nei secoli successivi figurano il capitano spagnolo Consalvo di Cordova e la famiglia Loffredo, che ne mantenne il possesso fino al 1806. Il complesso conventuale di San Francesco, risalente al XVI secolo e rifatto nel XVIII, presenta all'interno della chiesa, tra l'altro, un coro ligneo settecentesco e una pregevole tela di scuola napoletana raffigurante San Francesco. STORIA SISMICA: Il territorio di Zungoli, nel corso dei secoli, è stato colpito molto duramente da svariati eventi sismici: innanzitutto un terremoto del maggio 1456, del quale non sono state riportate le descrizioni degli effetti ma che si colloca al VII grado della scala Mercalli. Nel 1694 la scossa causò il crollo di 15 case e lesionò le rimanenti; ci furono molti feriti ma nessun morto. L'entità del sisma fu notevole nel 1732, quando il 29 novembre la scossa causò il crollo di gran parte delle abitazioni e delle chiese; nonché 3 morti. Zungoli venne colpita anche dal sisma del 1910, che causò danni alle volte, agli archi, ai pilastri e ai muri degli edifici più vecchi; furono gravemente lesionati tutti gli archi della chiesa Madre di S. Nicola, un angolo della quale divenne pericolante, e del convento. La località fu inclusa nell’elenco dei comuni danneggiati ai quali erano applicabili i provvedimenti della legge 13 luglio 1910 n.467 a vantaggio delle zone colpite dal terremoto. Gli effetti della scossa furono devastanti nel luglio 1930, quando a causa del terremoto si formò una frattura nel suolo di forma ellittica estesa per oltre 500 m, e il terreno compreso in essa sprofondò leggermente. Oltre a questo si segnalarono morti, circa 20 feriti e gravi danni agli edifici. Fra i fabbricati rurali con abitazione permanente situati nel territorio del comune ne furono censiti 12 distrutti, 14 gravemente lesionati, 24 riparabili. Poco più di trent'anni dopo, venne avvertito anche il sisma del 1962, che causò danni agli edifici anche se non gravi. Infine, il terremoto dell'Irpinia del 23 novembre 1980 causò danni rilevanti: in tutto il territorio comunale le unità edilizie danneggiate più o meno gravemente furono 710; furono fortemente danneggiate le chiese di S. Maria Assunta e di S. Nicola.